La domanda arrivò durante il pranzo della domenica, proprio mentre Teresa stava tagliando la crostata di albicocche.
— Nonna, se il calendario si fermasse per sempre su una sola stagione, quale sceglieresti? — domandò Chiara, con la curiosità seria dei suoi nove anni.
Teresa rimase immobile con il coltello tra le mani.
Intorno al tavolo, nella vecchia casa sulle colline vicino a Siena, si fece improvvisamente silenzio. Dalla finestra entrava la luce dorata di ottobre, e le foglie della vite americana cadevano lentamente nel cortile.
— Io sceglierei l’estate! — continuò Chiara. — Perché non c’è scuola, si va al mare e si mangia il gelato tutti i giorni.
Sua madre Laura sorrise distrattamente, senza staccare gli occhi dal telefono.
— Papà sceglierebbe l’autunno — aggiunse la bambina. — Diceva che era la stagione più bella per andare nei boschi.
A quelle parole Teresa abbassò lo sguardo.
Papà.
Carlo.
Erano passati cinque anni dalla sua morte, ma nessuno in quella casa riusciva ancora a pronunciare il suo nome senza cambiare voce.
Teresa lo aveva conosciuto in primavera, durante una festa di paese. Lui aveva venticinque anni, una camicia bianca troppo larga e una vecchia Vespa azzurra che faceva più rumore di un trattore.
— Vuoi fare un giro? — le aveva chiesto.
— Su quella cosa? Preferisco tornare a piedi.
Carlo aveva sorriso.
— Allora camminerò con te.
E aveva camminato accanto a lei per quasi sette chilometri, spingendo la Vespa a mano solo per non lasciarla andare via da sola.
Si erano sposati due anni dopo, in una mattina di maggio. Avevano comprato quella casa quando era poco più di un rudere e l’avevano sistemata mattone dopo mattone. Carlo aveva costruito il tavolo della cucina con le proprie mani. Teresa aveva piantato le rose vicino al cancello.
Lì era nata Laura.
Lì Chiara aveva mosso i primi passi.
E lì, cinque anni prima, Carlo era uscito una mattina per potare l’ulivo e non era più rientrato.
Teresa lo aveva trovato sotto l’albero, con le cesoie ancora accanto alla mano. Sembrava addormentato, ma il medico aveva detto che il suo cuore si era fermato in pochi istanti.
Da quel giorno, per Teresa, la primavera non aveva più avuto lo stesso profumo.
— Allora, nonna? — insistette Chiara. — Quale stagione sceglieresti?
Teresa posò lentamente il coltello.
— Una volta avrei scelto la primavera.
— E adesso?
La donna guardò sua figlia.
Laura aveva quarantasette anni, viveva a Firenze e lavorava in uno studio legale. Era sempre di corsa. Quando Teresa telefonava, lei rispondeva quasi sempre allo stesso modo:
— Mamma, sono in riunione. Ti richiamo stasera.
Ma la sera arrivavano la cena, i compiti di Chiara, la stanchezza e mille altri impegni. Così le telefonate venivano rimandate al giorno successivo, poi alla settimana successiva.
Teresa non si lamentava mai.
Le donne della sua generazione erano cresciute così: dovevano essere forti, discrete e riconoscenti anche quando la solitudine diventava troppo pesante.
— Adesso non lo so — rispose infine.
Laura alzò per un momento gli occhi dal telefono.
— Come sarebbe a dire che non lo sai?
— Significa che ogni stagione porta qualcosa con sé. E ogni stagione porta via qualcosa.
La figlia fece un piccolo sorriso.
— La mamma oggi è diventata filosofa.
Teresa non sorrise.
Chiara, invece, si accorse di qualcosa dietro la porta del corridoio.
— Nonna, perché ci sono tutte quelle scatole?
Laura si voltò.
Solo allora vide i cartoni impilati vicino alla parete. Su ognuno Teresa aveva scritto con un pennarello nero: “Piatti”, “Libri”, “Fotografie”, “Vestiti di Carlo”.
— Mamma, cosa significa?
Teresa si tolse il grembiule e lo piegò con cura sullo schienale della sedia.
— Significa che sto lasciando la casa.
Laura impallidì.
— Che cosa stai dicendo?
— L’ho venduta.
Il telefono scivolò dalle mani della figlia e cadde sul tavolo.
— Hai venduto la casa senza dirmelo?
— Te l’ho detto.
— Quando?
— A febbraio ti ho detto che il tetto perdeva e che non riuscivo più a salire sulla scala. Mi hai mandato il numero di un muratore. A maggio ti ho raccontato che ero caduta nel cortile. Hai detto che saresti venuta appena possibile. A luglio ti ho chiesto se potevo stare qualche giorno da voi.
Laura si passò una mano tra i capelli.
— E io ti ho risposto che la casa era piccola e che Chiara aveva bisogno della sua stanza…
— Esatto.
— Ma non pensavo che fosse così grave!
Teresa la guardò senza rabbia.
— Non hai avuto il tempo di chiedermelo.
Quelle parole furono pronunciate quasi sottovoce, ma colpirono Laura più di un grido.
Chiara guardava entrambe con gli occhi lucidi.
— Dove andrai, nonna?
— Ho trovato un piccolo appartamento a Siena. È vicino alla farmacia, al mercato e all’ambulatorio. Non ci sono scale e dalla finestra si vede un giardino.
— Vivrai da sola?
Teresa abbassò lo sguardo.
— Vivo già da sola, tesoro.
Laura si alzò di scatto.
— Hai una figlia, mamma!
— Sì. Ho una figlia che amo più della mia vita. Ma questo non significa che io debba fingere di non sentirmi sola per non farla sentire in colpa.
Laura aprì la bocca, ma non uscì alcuna parola.
Teresa andò verso il mobile della cucina e prese una busta bianca.
— Domani devo firmare gli ultimi documenti.
Laura strinse la busta tra le dita.
— Perché tanta fretta?
La madre esitò. Poi si sedette.
— Perché il mese scorso sono stata in ospedale.
Chiara smise persino di respirare.
— In ospedale? — sussurrò Laura.
— Ho avuto un dolore al petto mentre ero al mercato. Il fruttivendolo ha chiamato l’ambulanza. I medici hanno detto che devo fare un intervento.
— E non mi hai chiamata?
Teresa la guardò negli occhi.
— Ti ho chiamata tre volte.
Laura afferrò il telefono. Cercò tra le chiamate, scorrendo con le dita tremanti.
Tre chiamate perse.
Era il giorno in cui aveva discusso una causa importante. Ricordava di aver visto il nome di sua madre sullo schermo e di aver pensato: “La richiamo più tardi”.
Ma più tardi se n’era dimenticata.
Laura si coprì la bocca con una mano.
— Dio mio…
— Non volevo rovinarti la giornata.
— Mamma, potevi insistere!
Per la prima volta, nella voce di Teresa comparve una nota amara.
— Per essere ascoltata da mia figlia devo prima rischiare di morire?
Laura si lasciò cadere sulla sedia.
Chiara corse dalla nonna e la strinse forte.
— Non voglio che tu muoia.
Teresa le accarezzò i capelli.
— Non morirò, amore mio. Non ancora.
Quella sera Laura non tornò a Firenze.
Dormì nella sua vecchia camera, sotto la coperta che sua madre aveva cucito quando lei aveva sedici anni. Per tutta la notte sentì il vento muovere le persiane e i passi lenti di Teresa nel corridoio.
Capì allora quanto fosse grande quella casa per una donna sola.
E quanto dovessero essere state lunghe le sue notti.
La mattina seguente Laura trovò sua madre in cucina. Teresa stava preparando il caffè nella vecchia moka di Carlo.
— Verrò con te a firmare i documenti — disse Laura.
— Non devi impedirmi di vendere.
— Non lo farò.
Teresa la osservò con sospetto.
— Allora perché vuoi venire?
Laura le prese la mano.
— Perché ho perso troppo tempo pensando che tu saresti rimasta qui per sempre. Come il tavolo, gli ulivi e le fotografie. Ma tu non sei una cosa che posso lasciare in un angolo e ritrovare quando mi fa comodo.
Teresa abbassò gli occhi. Le labbra le tremarono.
— Non voglio diventare un peso.
— Tu mi hai portata in braccio quando non sapevo camminare. Mi hai aspettata sveglia quando tornavo tardi. Hai cresciuto Chiara quando io lavoravo. Non sei un peso, mamma. Sei stata la casa in cui sono sempre potuta tornare.
L’intervento venne fissato per dicembre.
Laura riorganizzò il lavoro e accompagnò la madre a ogni visita. Chiara iniziò a telefonarle tutte le sere, anche solo per raccontarle cosa aveva mangiato a scuola o quale voto aveva preso.
Teresa si trasferì nel piccolo appartamento di Siena. Non era la vecchia casa, ma presto sul davanzale comparvero vasi di basilico, fotografie di famiglia e la moka di Carlo.
L’intervento riuscì.
Quando arrivò marzo, Laura e Chiara bussarono alla sua porta con un vaso di primule gialle.
— Nonna — disse Chiara — ti ricordi la domanda sulle stagioni?
Teresa sorrise.
— Certo.
— Hai deciso quale sceglieresti?
La donna guardò i fiori. Poi guardò sua figlia, che stava sistemando la tavola, e la nipote, che riempiva la stanza con la sua voce.
Per anni aveva creduto che la primavera fosse finita il giorno in cui Carlo se n’era andato.
Adesso capiva che una stagione non ritorna mai nello stesso modo. A volte torna sotto forma di una telefonata. Di una mano stretta in ospedale. Di una figlia che finalmente trova il tempo di restare.
— Sceglierei la primavera — rispose Teresa.
— Perché?
Gli occhi della donna si riempirono di lacrime.
— Perché arriva proprio quando siamo convinti che tutto ciò che amavamo sia morto. E ci dimostra che alcune cose stavano soltanto aspettando un po’ di calore per tornare a vivere.
Il calendario non può fermarsi.
Ma a volte la vita ci concede una nuova primavera per dire ciò che abbiamo rimandato troppo a lungo, per stringere chi abbiamo trascurato e per ricordarci che i genitori non resteranno ad aspettarci per sempre.
E voi, se poteste vivere per sempre in una sola stagione, quale scegliereste?

