La busta con il timbro del notaio di Rimini

Piera Casadei aveva sessantotto anni e una regola sola: non firmava niente senza occhiali e senza aver letto due volte. L'aveva imparato tardi, a sue spese, quando aveva firmato una fideiussione per il genero senza capire bene cosa fosse una fideiussione.

Quel martedì di settembre il postino le aveva lasciato una busta con l'intestazione dello studio notarile Bellandi, in via Sigismondo, a due passi dal Tempio Malatestiano. Dentro c'era la convocazione per la lettura del testamento della sorella Ines, morta a maggio dopo tre mesi di ricovero alla clinica di riabilitazione di Bellaria.

Piera non si aspettava niente. Con Ines si erano parlate ogni domenica per trent'anni, si erano prestate soldi, si erano fatte da testimoni ai matrimoni dei figli. Non c'era mai stato un euro di mezzo tra loro, solo quell'appartamento di due stanze in viale Regina Elena che Ines aveva comprato negli anni Ottanta con i risparmi da sarta, e dove ancora oggi, ogni sera d'estate, si sentiva l'odore di salsedine che saliva dal lungomare.

Ad aspettarla nello studio del notaio c'era anche Devis, il nipote — figlio dell'altra sorella, Loredana, morta da anni — con la giacca nuova e il telefono già in mano prima ancora di sedersi. Devis non era mai andato a trovare Ines in clinica. Non una volta, in tre mesi. Piera invece ci era andata ogni martedì e ogni sabato, portandole le pesche sciroppate che a Ines piacevano tanto, quelle della Cirio, non quelle del discount.

Il notaio Bellandi aprì la cartellina e lesse con voce piatta, da funzionario abituato a maneggiare destini altrui senza farsi coinvolgere. L'appartamento di viale Regina Elena, valutato circa centonovantamila euro, andava per intero a Devis. A Piera restava — testuale — "il ricordo della sorella e un piccolo lascito simbolico": duecento euro sul libretto postale.

Devis non staccò gli occhi dal telefono nemmeno in quel momento. Piera invece rimase con le mani strette sulla borsa, come se dentro ci fosse qualcosa da proteggere, mentre il notaio continuava a parlare di codicilli e firme autografate davanti a due testimoni, entrambi dipendenti dello studio, sei mesi prima della morte.

Fu proprio quella frase — "sei mesi prima" — a fermarle il respiro. Sei mesi prima Ines era già ricoverata da settimane, sotto morfina per il dolore alle ossa, e faticava a riconoscere gli infermieri del turno di notte. Piera lo sapeva perché in quei giorni era stata lei a portarle il pigiama pulito, a pettinarla, a leggerle le pagine del Resto del Carlino perché Ines non riusciva più a mettere a fuoco le lettere piccole.

Chiese di vedere il testamento. Il notaio lo fece scivolare sul tavolo. La firma c'era, tremolante, ma c'era. Sotto, la data: 14 marzo. Piera restò a fissare quella data più del dovuto, perché il 14 marzo lei era stata in clinica tutto il pomeriggio, dalle tre alle sei, come ogni giovedì, e Ines quel giorno non aveva firmato niente: aveva vomitato due volte e si era addormentata prima di cena, gliel'aveva detto l'infermiera del turno, una certa Samira, mentre le versava un caffè nella saletta parenti.

Non disse niente in quel momento. Ringraziò, prese la sua copia delle carte, salutò con un cenno secco che Devis nemmeno notò, troppo occupato a scrivere un messaggio — probabilmente al padre, o forse già all'agenzia immobiliare, chissà.

A casa, quella sera, Piera tirò fuori dal cassetto della credenza una vecchia scatola di latta dei biscotti Balocco, dove per abitudine conservava ricevute, bollette pagate, e — per fortuna — anche il registro delle visite firmato ogni giorno dai parenti alla reception della clinica di Bellaria, perché lì funzionava così, si firmava all'ingresso e all'uscita, per motivi assicurativi. Ines gliene aveva parlato una volta ridendo: "Qui ti controllano più che in banca."

Il giorno dopo Piera prese il treno regionale per Bellaria e chiese alla direzione sanitaria una copia dei registri di marzo. Non fu semplice: la caposala, una donna asciutta di nome Carla, all'inizio disse che servivano permessi, che bisognava fare richiesta scritta. Piera allora tirò fuori la sua copia del testamento, la lettera del notaio, e disse una frase sola: "Mia sorella è morta e qualcuno ha usato la sua firma mentre io le tenevo la mano. Voglio solo la verità, non voglio problemi a nessuno di voi."

Carla la fissò a lungo, poi tirò fuori dal computer i log degli accessi. Il 14 marzo, alle 15:10, risultava l'ingresso di Piera Casadei. Nessun ingresso di Devis quel giorno, né in quel mese, né nei tre mesi precedenti. Le cartelle cliniche, inoltre, annotavano che Ines quel pomeriggio era stata sedata per un forte dolore lombare e aveva firmato solo il modulo per il pasto del giorno dopo — con una crocetta, non con la sua firma completa, perché da metà marzo le mani le tremavano troppo per scrivere il cognome per intero.

Piera portò tutto — registri, cartella clinica, dichiarazione firmata dalla caposala — da un avvocato di Rimini, l'avvocato Fiorenzi, che aveva lo studio sopra la farmacia di piazza Cavour. Fiorenzi lesse in silenzio, poi disse una cosa che Piera si portò dietro per settimane: "Signora, qui non c'è solo un testamento sospetto. C'è un falso in atto pubblico, e forse un notaio che ha certificato una firma senza verificare le condizioni della firmataria. È una cosa seria."

Impugnarono il testamento per falsità della sottoscrizione. Ci vollero undici mesi tra perizia calligrafica — che confermò l'incompatibilità tra la crocetta della cartella clinica e la firma tremolante ma completa sul testamento — e udienze al Tribunale di Rimini. Devis, convocato, prima negò tutto, poi, messo davanti ai registri e alla dichiarazione della caposala, ammise di aver "organizzato" la firma con l'aiuto di un conoscente che lavorava part-time nello studio Bellandi, uno dei due testimoni indicati nell'atto, in cambio — si scoprì poi — di duemila euro in contanti.

Il tribunale annullò il testamento per falso. L'appartamento di viale Regina Elena tornò, per successione legittima, diviso tra le eredi legittime: Piera stessa, unica sorella superstite, e i due figli di Loredana, tra cui lo stesso Devis, che perse comunque la quota piena e si ritrovò con un terzo di un bene che aveva cercato di prendersi tutto, oltre a una denuncia penale per falso ancora pendente.

Piera non festeggiò. Andò allo studio Fiorenzi, firmò le carte della divisione, e la settimana dopo prese un taxi fino a viale Regina Elena. Aprì la porta con le vecchie chiavi che Ines le aveva dato anni prima "per ogni evenienza". Cambiò la serratura quello stesso pomeriggio — chiamò un fabbro di fiducia, quaranta euro in contanti — e tenne per sé un mazzo di chiavi nuove, mentre l'altro lo consegnò all'agenzia immobiliare Casadei & Ranieri per l'affitto a studenti dell'università, un contratto di tremila euro l'anno che ora, per un terzo, spettava anche a lei.

Devis si presentò una domenica mattina, citofonò, chiese di parlare. Piera scese in strada, non lo fece salire. Gli restituì solo la scatola di latta Balocco con dentro le fotografie della madre Loredana da giovane, quelle che Ines aveva conservato per anni pensando di dargliele un giorno. "Questo è tuo," disse. "Il resto l'ha deciso il tribunale, non io." Poi risalì, e dalla finestra del terzo piano lo guardò restare fermo sul marciapiede, con la scatola sotto il braccio, mentre il vento di ottobre alzava la sabbia della spiaggia fin lassù, fino alle geranie del balcone, dentro i vasi di terracotta con la terra ancora umida dall'annaffiatoio lasciato lì da Ines l'ultima estate.

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