A Verona, in un negozio di strumenti musicali su via Mazzini, c'è un violino appeso alla parete che non è in vendita. Il cartellino sotto dice solo "non disponibile", ma il proprietario, un liutaio di sessantadue anni di nome Renzo Bertagna, sa che qualcuno prima o poi busserà chiedendo il prezzo. È già successo tre volte quest'anno.
Lucia Ferraresi aveva trentun anni quando è morta, il 12 marzo scorso, dopo una battaglia con un tumore al seno che le era stato diagnosticato per la prima volta sette anni prima. L'aveva superato allora. Era tornata a suonare, a insegnare violino ai ragazzini del conservatorio di Verona, a comparire ogni tanto in qualche talent show regionale che le aveva regalato un piccolo seguito di ammiratori affezionati. Poi, due anni fa, durante un controllo di routine, le hanno trovato le macchie sui polmoni. Quella volta non c'è stato niente da fare.
Suo padre, Aldo Ferraresi, ha suonato per trent'anni nell'orchestra del Teatro Filarmonico. È stato lui a comprarle il primo violino quando aveva sei anni, un mezzo strumento troppo grande per le sue mani, che lei portava in giro come se fosse un fratello minore. Sua madre, Carla, insegnava recitazione in una scuola privata e le aveva trasmesso quella capacità di stare sul palco senza tremare, anche quando dentro tremava tutto.
Adesso Aldo ha settantacinque anni. Le sere, dopo cena, si chiude nello studio con la cartellina di pelle marrone di Lucia, quella consumata agli angoli, e passa un'ora buona a lisciare con il palmo i fogli spiegazzati, a rimettere in ordine gli spartiti secondo la data del concerto scritta a matita in alto a destra. È un lavoro che non serve a niente, lo sa. Ma le sue dita, quando toccano la carta dove lei ha scritto le diteggiature sbagliate e poi corrette con la gomma, fanno meno male delle sue orecchie quando il silenzio in casa dura troppo.
È stato un martedì di aprile, verso le undici di sera, che il telefono ha vibrato sul tavolo dello studio. Un messaggio WhatsApp da Michela, una delle allieve che Lucia seguiva da anni: "Maestro, ha visto questo?" Sotto, uno screenshot: una maglietta bianca, dodici euro e novanta, con una foto sgranata di Lucia sul palco e la scritta "Lucia Ferraresi Forever" stampata in corsivo sopra la sua testa. Il venditore era una ditta di Brescia, un profilo con quattromila follower e un catalogo pieno di magliette dello stesso genere, dedicate ad altri, altri nomi, altri lutti messi in vendita.
Aldo ha guardato lo schermo finché la luce non si è spenta da sola. Poi lo ha riacceso e ha guardato ancora. Ha chiamato Carla, che era già a letto, con la voce troppo ferma per essere davvero calma. Lei è scesa in vestaglia, si è seduta al tavolo della cucina e ha allungato la mano verso il telefono senza dire niente. Ha guardato la foto per un tempo lungo, ha toccato con l'indice il bordo dello schermo, proprio sopra il viso della figlia, come per spostare qualcosa che non c'era.
«Dodici euro e novanta» ha detto solo. «L'hanno messa in saldo con lo sconto sul secondo pezzo.»
Non ha pianto. Ha aperto il sito, ha letto la descrizione del prodotto — "taglie disponibili dalla S alla XL, spedizione in 48 ore" — e ha chiuso il portatile di scatto, come se scottasse.
Aldo ha scritto alla ditta quella notte stessa, seduto al tavolo con la penna che gli tremava tra le dita al punto che ha dovuto ricominciare la lettera tre volte. Non ha usato il computer. Ha scritto a mano, su un foglio protocollo, chiedendo di ritirare il prodotto entro dieci giorni. Ha allegato una fotocopia del certificato di morte e una foto della cartellina con gli spartiti, come per dire: questa non è mercanzia, è tutto quello che mi resta di lei.
La risposta non è arrivata. Sono passati dieci giorni, poi quindici. La maglietta era ancora lì, sul sito, con tre recensioni a cinque stelle sotto. Aldo ha richiamato, ha scritto un'altra mail, più dura, ha minacciato di rivolgersi a un legale. Dall'altra parte, silenzio. Fino a quando, al ventiduesimo giorno, ha risposto un numero di telefono con prefisso 030. Una voce di uomo, secca, gli ha detto che il prodotto era "content generato dagli utenti", che loro facevano solo da piattaforma, che semmai doveva prendersela con chi aveva caricato il design, e che comunque, se voleva far causa, si accomodasse pure, tanto le spese legali gliele avrebbe pagate lui prima che arrivasse a sentenza.
Aldo ha messo giù il telefono e per un momento ha pensato di lasciar perdere. Aveva settantacinque anni, non le forze di combattere contro un'azienda che vendeva magliette sul lutto della gente come se fosse un catalogo di stagione.
È stata Carla a portarlo, il giorno dopo, nello studio legale di Simona Reboli, un'avvocata sulla quarantina che seguiva già i contratti discografici di alcuni musicisti dell'orchestra. Nell'ufficio, tra scatoloni di fascicoli e una pianta di ficus mezza secca vicino alla finestra, Simona ha ascoltato la storia senza prendere appunti, poi ha aperto un cassetto e tirato fuori un modulo.
«Registrare il nome e la firma di sua figlia come marchio non è una questione di soldi» ha detto, spingendo il foglio verso Aldo. «È l'unico modo che ha per dire no, senza doverlo dire ogni volta a mano, a ogni ditta di Brescia che passa.»
«E se non basta?»
«Non basterà mai del tutto» ha risposto lei, guardandolo dritto. «Ma almeno la prossima volta gliela chiudiamo prima, invece che dopo.»
Aldo ha firmato la delega lì, con la stessa penna che gli aveva tremato in mano la notte della lettera. Questa volta non tremava.
La pratica è partita alla Camera di Commercio di Verona a fine aprile. Simona ha inviato alla ditta di Brescia una diffida formale, con l'intimazione a ritirare il prodotto e la minaccia di un'azione legale per uso non autorizzato dell'immagine e sfruttamento commerciale. Sono passati altri dodici giorni di silenzio. Poi, l'ottavo giorno di maggio, è arrivata una mail di due righe: il prodotto sarebbe stato tolto dal catalogo entro la settimana. Nessuna scusa, nessuna spiegazione. Solo l'annuncio secco che la merce sarebbe sparita.
Aldo ha letto quella mail tre volte, come se aspettasse che dicesse qualcos'altro. Poi l'ha stampata e l'ha infilata nella cartellina di pelle, accanto agli spartiti, senza dire niente a nessuno.
Il violino era rimasto a Renzo, il liutaio, perché Lucia glielo aveva lasciato in prestito l'ultimo inverno per una riparazione alla cassa armonica, e non era mai più tornata a ritirarlo. Aldo è andato a trovarlo a giugno. Il negozio odorava di vernice e di legno tagliato di fresco, e sul bancone c'era ancora lo scontrino che Renzo aveva conservato: centoventi euro, la cifra esatta della riparazione. Aldo l'ha pagata in contanti, contando le banconote due volte, poi ha chiesto a Renzo di tenere il violino appeso lì, in negozio, con un cartellino che dicesse solo che non era in vendita.
«Non lo vuole a casa?» ha chiesto Renzo, sorpreso.
Aldo ha guardato lo strumento appeso al gancio, tra una viola in restauro e un violoncello con le corde allentate. «A casa c'è troppo silenzio» ha detto. «Qui, tra tutti questi strumenti che aspettano di essere aggiustati, sembra ancora che possa tornare a riprenderselo da un momento all'altro.»
Il marchio è stato registrato il 3 settembre. Il certificato è arrivato per posta, in una busta bianca con l'intestazione dell'Ufficio Italiano Brevetti e Marchi. Aldo l'ha aperta in piedi, in cucina, con Carla accanto che asciugava un piatto e fingeva di non guardare. Tra le voci compilate a macchina, c'è il nome per intero — Lucia Ferraresi — e accanto la riproduzione della sua firma, presa da un vecchio contratto di concerto: quella scrittura inclinata a destra, con la elle finale che si allungava come una coda di violino.
Aldo è rimasto a fissare quella firma per un tempo che a Carla, ferma con lo strofinaccio in mano, è parso troppo lungo. Poi ha appoggiato il foglio sul tavolo, ha preso una matita e ha ripassato con un dito, non con la matita, solo con un dito, il tratto della elle finale, senza toccare la carta, come se temesse di sbavarla.
«È uguale» ha detto Carla piano, guardando da sopra la sua spalla. «È proprio uguale a quando firmava i contratti dei concerti.»
Aldo ha fatto una fotocopia del certificato quel pomeriggio stesso, in un negozio di fotocopie in centro, pagando due euro in monetine che ha dovuto contare tre volte perché la mano non stava ferma. Ne ha lasciata una copia da Renzo, dentro la custodia vuota del violino, ripiegata sotto il velluto dove un tempo stava l'archetto.
Da allora, quando qualcuno entra in negozio e chiede quanto costa quello strumento appeso alla parete, Renzo risponde sempre la stessa cosa: non è in vendita, è di una famiglia che ha ancora bisogno di tenerlo lì.






