Ho quarantasette anni e da tre mesi non slaccio più il grembiule quando torno a casa dalla salumeria di via Trento. Prima lo facevo appena varcata la soglia, come se dovessi cancellarmi addosso l'odore del prosciutto e della mortadella prima che mio marito Renato potesse accorgersene. Adesso lo tengo, mentre metto su la moka, mentre apro le lettere, mentre rispondo al telefono a mia figlia Chiara che studia infermieristica a Bologna. Lo tengo perché quel grembiule, con la macchia di grasso sulla tasca destra, è mio, e per la prima volta in tantissimo tempo ho smesso di vergognarmene.
Vivo a Cesena, in un appartamento al terzo piano di un palazzo anni Settanta in zona Ippodromo, con l'ascensore che si ferma sempre due centimetri più in alto del pianerottolo. Ci abito da ventidue anni. Sotto casa c'è un bar dove Ottavio, il barista, mi tiene da parte il cornetto alla crema anche se arrivo alle otto e mezza passate, quando ormai ne sono rimasti due o tre. Sono dettagli piccoli, di quelli che nessuno mette nei racconti importanti. Ma sono la mia vita vera, quella fatta di conti alla fine del mese e di scarpe da lavoro che fanno male ai talloni dopo otto ore in piedi dietro al bancone.
Ho un corpo che porta i segni di due gravidanze, di una operazione alla cistifellea fatta all'ospedale Bufalini dieci anni fa, e di quarantasette inverni passati a Cesena, dove l'umidità ti entra nelle ossa da novembre a marzo. Ho smagliature sui fianchi che raccontano Chiara e suo fratello Edoardo, nato tre anni dopo. Ho una cicatrice sotto l'ombelico che nessuno vede più, tranne me, quando mi cambio davanti allo specchio dell'armadio che ha lo sportello storto e non chiude bene da quando ci siamo trasferiti.
Renato, mio marito, lavora alla Ferrovie come capotreno, e per vent'anni è stato un uomo silenzioso che io ho scambiato per un uomo tranquillo. Poi, un martedì di giugno, ho trovato per caso, mentre cercavo le chiavi di scorta nel cassetto del comò, una busta con dentro dei fogli intestati a un notaio di Forlì. Non erano documenti nostri. Erano intestati a lui e a una donna che non conoscevo, per una casa in campagna verso Longiano, comprata sei mesi prima con i soldi della liquidazione di suo padre. Soldi che io credevo fossero finiti, in parte, nel fondo per l'università di Edoardo.
Non ho urlato. Ho rimesso la busta esattamente dove l'avevo trovata, ho chiuso il cassetto, e sono andata in cucina a finire di stirare le camicie di lavoro di Renato, quelle con il colletto blu della divisa. Mentre passavo il ferro sopra la stoffa ho pensato a quante volte, in ventitré anni di matrimonio, mi ero fatta piccola per non disturbare i suoi silenzi. Quante volte avevo rimandato un desiderio, un viaggio, persino una cena con le amiche, perché lui tornava stanco dai turni notturni e io non volevo "creare pesi".
Ho aspettato una settimana. Non per paura, ma perché volevo essere sicura di quello che stavo per fare, e non agire di pancia in un momento che avrei potuto rimpiangere. Ho chiamato l'avvocata Bianchi, quella che aveva seguito il divorzio di mia cognata, e le ho portato fotocopie di tutto: gli estratti conto della Banca Popolare dell'Emilia Romagna, la busta del notaio fotografata col telefono senza spostare nulla, i bonifici da ventottomila euro fatti in tre tranche verso un conto che non era il nostro cointestato.
La resa dei conti è arrivata di domenica, nella cucina di casa nostra, con la finestra aperta sul cortile interno e il televisore acceso senza volume sulla partita del Cesena, che quel pomeriggio giocava in casa. Renato è entrato dalla porta con la borsa della spesa, ha visto la cartellina gialla sul tavolo, sopra la tovaglia a quadretti, e si è fermato in mezzo alla stanza.
"Cos'è quella roba", ha detto, e non era una domanda.
"Sono le carte della casa di Longiano. Quella intestata a te e a Sabrina Ferretti."
Ha appoggiato la borsa piano, troppo piano, come se il rumore potesse tradirlo ancora di più. "Marisa, ti posso spiegare—"
"No. Non ora. Adesso parlo io." Mi tremava un po' la voce, ma non mi sono fermata. "Ventottomila euro dal conto di tuo padre. Il conto che dovevano essere per Edoardo. Tu hai firmato per una casa con un'altra donna usando i soldi di nostro figlio."
Lui ha provato a dire che erano "soldi suoi", che "un uomo ha diritto a qualcosa per sé", che io "non capivo la pressione" di vent'anni di turni di notte. Io ho aperto la cartellina e ho tirato fuori il primo foglio: la richiesta di separazione consensuale già predisposta dall'avvocata Bianchi, con la clausola che rivendicava la restituzione della quota di Edoardo tramite il notaio di Forlì stesso, visto che il rogito era ancora impugnabile per i termini di legge.
"Firmi qui," ho detto, "oppure lo facciamo con quella normale, quella che passa dal tribunale e dura due anni, con le spese che pagherai tu perché è tua la parte in torto, documentata con tanto di bonifici."
Ha guardato i fogli, poi me, poi di nuovo i fogli. Il campanello del citofono ha suonato proprio in quel momento: era Ottavio del bar, che gli restituiva le chiavi dell'auto lasciate al parcheggio della salumeria la sera prima. Renato non si è mosso per aprire. Sono rimasti tutti e due fermi lì, lui davanti al tavolo e il citofono che continuava a suonare nel corridoio vuoto, finché non ha smesso da solo.
Ha firmato tre settimane dopo, davanti al notaio, con la quota di Edoardo trasferita su un conto vincolato a suo nome fino ai ventun anni. Io ho tenuto l'appartamento di via Ippodromo, lui è andato a vivere in quella casa di Longiano che ormai, con la separazione dei beni, doveva rifinanziare da solo perché Sabrina non aveva firmato nessuna garanzia.
Oggi torno dalla salumeria, apro la porta di casa mia, e appendo il grembiule dietro la porta della cucina invece di nasconderlo nella lavatrice come facevo prima. Chiara mi chiama ogni domenica alle sei, ed Edoardo, quando torna da scuola, apre da solo il frigo e si prepara la merenda senza chiedermi permesso, proprio come faccio io, ormai, con la mia vita.






