Le tredici settimane di Marta

Marta Ronchetti conta i giorni dal cesareo appesa al frigorifero di casa, a Bergamo, con un post-it giallo che nessuno le ha chiesto di scrivere: "giorno 13". Fuori nevica piano, di quella neve di marzo che a Bergamo alta si scioglie prima di toccare terra, e la caldaia fa un rumore secco ogni volta che si accende.

Sua suocera, Ornella, arriva alle nove del mattino con la borsa della spesa e un tono che sembra una sentenza: "Ma come, sei ancora in vestaglia?". Marta ha allattato tre volte durante la notte, ha cambiato un pannolino alle quattro e mezza, e alle sette ha pianto in bagno per undici minuti — li ha contati guardando l'orologio sopra lo specchio, perché contare le cose la tiene ferma.

Suo marito Davide lavora in cantiere fuori città, torna alle otto di sera e chiede solo: "Ha mangiato?". Mai: "Hai mangiato tu?". Marta ha smesso di aspettarselo dopo la seconda settimana.

Ornella non è cattiva, è solo di un'altra epoca. Ripete che lei, con tre figli, non si è mai seduta un giorno intero. Non dice che aveva sua madre in casa, non dice che allora si usciva prima dall'ospedale ma si restava chiuse in camera per quaranta giorni, servite. Dice solo: "Ai miei tempi si tornava in piedi subito". E ogni volta che lo dice, qualcosa in Marta si stringe un po' di più, come un punto di sutura tirato male.

La bambina si chiama Bice, come la nonna materna, e ha gli occhi chiari di Davide. Marta la guarda dormire nella culla accanto al letto e sente due cose insieme, nello stesso momento, senza riuscire a separarle: un amore che le toglie il fiato e una stanchezza che le pesa sulle spalle come un cappotto bagnato. Nessuno le ha detto che si potevano provare entrambe le cose insieme, senza che una cancellasse l'altra.

A un mese dal parto, Marta si guarda allo specchio del bagno — quello con la crepa in basso a destra, che Davide dice sempre di voler cambiare e non cambia mai — e non riconosce il corpo che vede. Il ventre morbido, i seni gonfi e doloranti, gli occhi con due mezzelune scure sotto. Ornella, passando davanti alla porta socchiusa, dice: "Dovresti fare qualche esercizio, prima o poi torni in forma". Marta chiude la porta piano, senza rispondere.

A sei settimane torna dalla ginecologa in un ambulatorio dell'ASST di viale Pinetti, per il controllo post-parto. La dottoressa le chiede come sta, e Marta — per la prima volta da quando è nata Bice — dice la verità a qualcuno che non sia lo specchio: "Sono stanca in un modo che non finisce mai. E ho paura di non essere una buona madre". La dottoressa non minimizza. Le parla di baby blues, di depressione post-partum, le consegna un foglio con il numero del consultorio familiare e le dice una frase che Marta si porta a casa come una medicina: "Il suo corpo ha fatto un lavoro enorme. Non deve tornare a niente. Deve solo andare avanti, a modo suo".

Quella sera Marta lo racconta a Davide, seduti sul divano con Bice che dorme nella fascia portabebè contro il petto di lui. Gli dice che ha bisogno che lui prenda dei turni di notte, almeno due a settimana. Gli dice che ha bisogno che sua madre smetta di commentare il suo corpo e i suoi tempi. Davide la guarda, imbarazzato, e dice che non se n'era reso conto. Marta non urla, non piange nemmeno. Dice solo: "Adesso lo sai".

Passano altre sette settimane. Il cartello sul frigorifero segna "giorno 90" quando Ornella arriva un sabato mattina e trova Davide in cucina, in pigiama, che scalda il biberon mentre Marta dorme fino alle undici per la prima volta da quando è nata la bambina. Ornella resta sulla porta, la borsa della spesa ancora in mano.

"L'ho svegliata io stesso ieri sera alle due, mamma", dice Davide, senza guardarla, gli occhi sul biberon. "E stamattina dorme lei. È così che funziona adesso".

Ornella non risponde subito. Poggia la borsa sul tavolo, si siede, e dopo un lungo minuto dice: "Anch'io avrei voluto qualcuno che mi dicesse questo, quarant'anni fa". Non è una scusa, non proprio. Ma è la prima crepa vera in quel muro di "ai miei tempi".

Quando Marta scende, alle undici e un quarto, con i capelli raccolti male e la maglietta al contrario, trova la suocera che tiene in braccio Bice, cantandole piano una filastrocda in dialetto bergamasco che Marta non ha mai sentito prima. Ornella alza gli occhi e dice solo: "Vai a farti una doccia con calma. Ci pensiamo noi".

Marta non risponde con un discorso, non le serve. Prende dal cassetto dell'ingresso l'agenda con la copertina blu, quella dove segna gli appuntamenti, e scrive a penna, sotto la data di martedì: "10:00 — piscina, corso post-parto per me". Non per rimettersi in forma. Solo per sé, per un'ora, in acqua, senza nessuno che le chieda niente.

Poi va in bagno, chiude la porta con la sicura — cosa che prima non faceva mai, pensando fosse egoista — e resta sotto la doccia dodici minuti, contandoli di nuovo, ma questa volta non per resistere: solo perché le piace sentire il tempo che le appartiene.

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