Il laboratorio di ceramica di Marta, quarantatré anni dopo

Ho quarantatré anni e da sei mesi ho smesso di scusarmi per come sono fatta. Mi chiamo Marta Colonna, vivo a Faenza, in una casa con il cortile pieno di vasi rotti che uso come stampi, e da vent'anni gestisco un laboratorio di ceramica insieme a mio marito Roberto. Dico "insieme", ma in realtà l'ho costruito io, con le mani, mentre lui firmava le fatture e decideva quali pezzi fossero "presentabili" per il mercato di Natale.

Tutto è cominciato un martedì di marzo, in bottega, con l'odore di argilla bagnata e la radio che trasmetteva le previsioni del tempo per la Romagna. Stavo smaltando una brocca — quaranta centimetri, smalto verde ramina, tre ore di lavoro — quando è entrata mia cognata Sandra con una cliente nuova, una signora di Ravenna venuta a scegliere i regali per un matrimonio.

Sandra mi ha guardata, poi ha guardato la cliente, e ha detto: "Scusi il disordine, mia cognata lavora a mani nude, non si preoccupa mai di come appare." Un sorriso storto, di quelli che feriscono più di un urlo. La cliente ha riso per educazione. Io ho continuato a smaltare.

Non era la prima volta. Da quando avevo compiuto quarant'anni, Sandra aveva iniziato una campagna sottile — mai diretta, mai frontale — per farmi sentire fuori posto nel laboratorio che avevo fondato. Commenti sulle mie mani screpolate dall'argilla, sui capelli grigi che non tingevo più, sulla schiena un po' curva dopo vent'anni al tornio. "Forse è ora di pensare a qualcosa di più leggero," diceva, come se costruire vasi fosse un peccato da espiare con l'età.

La verità, quella che ho capito solo mesi dopo, è che Sandra e Roberto avevano già parlato di ridimensionare la mia presenza in azienda. Non di licenziarmi — non potevano, ero socia al quaranta per cento — ma di "affiancarmi" con personale più giovane, gente da Instagram, mani senza calli da mostrare nei video promozionali. Il laboratorio valeva ormai sui centoquattordicimila euro, tra macchinari, forni e il marchio che avevo costruito vendendo nei mercatini di tutta l'Emilia-Romagna in vent'anni di lavoro.

Quella sera, tornata a casa, ho trovato Roberto seduto al tavolo della cucina con dei fogli davanti. Non si è nemmeno voltato subito. "Dobbiamo parlare della quota di Sandra nell'azienda," ha detto, come se fosse una frase qualunque. "Vorrebbe entrare come socia operativa. Tu potresti concentrarti solo sulla produzione, lasciare la gestione a lei e a me."

Ho guardato quei fogli. Una proposta già scritta, già firmata da un notaio di Forlì che nemmeno conoscevo, che riduceva la mia quota dal quaranta al quindici per cento, in cambio di uno "stipendio fisso da artigiana". Vent'anni di lavoro, di clienti fidelizzati, di ordini per gli alberghi della riviera, ridotti a una busta paga da dipendente in casa mia.

Non ho urlato. Ho preso i fogli, li ho piegati in due, e li ho messi nella borsa. "Li leggo con calma," ho detto. E sono uscita a fare due passi, sola, con l'odore del mare che a Faenza in certe sere si sente ancora, portato dal vento.

Nei giorni seguenti ho fatto una cosa che non avevo mai fatto in vent'anni di matrimonio: ho chiamato un commercialista tutto mio, non quello condiviso con Roberto, e gli ho portato i conti del laboratorio. Ho scoperto che negli ultimi tre anni avevo prodotto il settantacinque per cento del fatturato — le mie ceramiche dipinte a mano, quelle con lo smalto verde che tutti chiedevano — mentre Roberto e Sandra si occupavano soprattutto di rappresentanza e di apparire nelle foto.

La domenica dopo, in giardino, mia figlia Elena, che studia legge a Bologna, mi ha detto una frase che non dimenticherò: "Mamma, tu hai costruito questa cosa con le mani che loro ora ti criticano. Non lasciare che ti convincano che vent'anni di lavoro valgano meno di una firma su un foglio."

Ho passato tre settimane a preparare tutto, senza dire niente a nessuno in famiglia. Ho fatto valutare l'azienda da un perito indipendente: centoquattordicimila euro, quota mia compresa — la stessa cifra, ho capito, che Roberto e Sandra usavano già nei loro calcoli, solo che nei loro calcoli la mia parte valeva sempre meno della loro. Ho parlato con un avvocato di Ravenna specializzato in società tra coniugi. E ho scoperto una cosa che Roberto non sapeva: lo statuto originario, quello che avevamo firmato quando io avevo ventitré anni ed ero disposta a firmare qualunque cosa pur di aprire la bottega, mi dava diritto di prelazione su tutte le quote in caso di uscita di un socio.

Il giorno in cui ho portato in laboratorio la mia proposta — non la loro — Sandra era lì, davanti al forno grande, quello che avevo pagato io vendendo l'anello di mia nonna nei primi anni difficili. Roberto era seduto allo stesso tavolo di quella sera di marzo.

Ho aperto la cartellina. Dentro c'era l'atto notarile — questa volta scritto da me, con il mio notaio — che esercitava il diritto di prelazione: rilevavo io la quota di Roberto, il sessanta per cento dell'azienda, valutata dal perito sessantottomilaquattrocento euro, già depositati su un conto vincolato. Il laboratorio, il marchio, i clienti, i forni: tutto mio, al cento per cento.

"Non firmo," ha detto Roberto, la voce che gli tremava appena.

"Non serve che tu firmi ora," ho risposto. "Hai trenta giorni per decidere se vendermi la tua quota o restare socio di minoranza in un'azienda dove decido io. Ma da oggi le password del sito, i contatti dei fornitori e le chiavi del magazzino sono cambiate. Le trovi in busta, sul bancone."

Sandra è rimasta muta, con le mani strette sul bordo del tavolo, quello stesso tavolo dove aveva firmato mesi prima la proposta per ridurmi a dipendente in casa mia.

Sono passate tre settimane. Roberto ha firmato la cessione — aveva bisogno di liquidità per altri progetti, e sessantottomilaquattrocento euro gli hanno fatto comodo più dell'orgoglio. Sandra non mette più piede nel laboratorio dal giorno in cui ho cambiato la serratura del magazzino.

Il forno grande brucia ancora ogni martedì. Lo smalto verde ramina è diventato il marchio di fabbrica delle mie brocche, quelle che oggi vendo anche a Milano, tramite un negozio di via Solferino che le ordina a scatole di dodici.

Ho quarantatré anni, le mani segnate dall'argilla e dal fuoco, e una cicatrice sul polso sinistro di quando, a trentacinque anni, un forno mal calibrato mi ha ustionata mentre estraevo un vaso troppo presto. Non la nascondo più sotto il bracciale che portavo per pudore. Ogni martedì mattina, prima di accendere il forno, mi arrotolo le maniche fino al gomito e impasto l'argilla a mani nude, cicatrice compresa, e nessuno in questa bottega mi chiede più di coprirla.

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