Quando i figli erano piccoli, il padre li ha abbandonati. È giusto pretendere che ora si prendano cura di lui nella vecchiaia?

Quando Giuseppe se ne andò di casa, Lucia aveva undici anni e suo fratello Paolo ne aveva sette.

Era una domenica di settembre, in un piccolo paese vicino a Bari.

La tavola era ancora apparecchiata.

La pasta al forno si stava raffreddando.

Giuseppe mise due valigie nella sua vecchia Fiat e disse soltanto:

— Non ce la faccio più.

Lucia gli corse dietro.

— Papà!

Lui si voltò appena.

— Fai la brava. Aiuta la mamma.

Aveva undici anni.

E in pochi secondi le avevano chiesto di diventare adulta.

Sua madre, Teresa, cominciò a cucire abiti per le donne del paese fino a tarda notte.

Paolo aveva bisogno degli occhiali.

Lucia voleva continuare gli studi.

I soldi non bastavano mai.

Giuseppe, invece, aveva iniziato una nuova vita a Lecce.

Un’altra donna.

Un’altra casa.

Un’altra famiglia.

Per anni Lucia aspettò almeno una telefonata per il compleanno.

Poi smise di aspettare.

Quando Teresa morì, a settantadue anni, Giuseppe non venne neppure al funerale.

— Forse non lo sa — disse Paolo.

Lucia lo guardò.

— Lo sa.

Passarono altri dodici anni.

Un pomeriggio Lucia ricevette una telefonata.

— Signora De Santis? Suo padre è ricoverato all’ospedale di Lecce.

Lucia rimase senza parole.

Giuseppe aveva ottantasei anni.

La seconda moglie era morta. I figli avuti dal secondo matrimonio vivevano all’estero e non volevano occuparsi di lui.

Lucia andò a trovarlo.

Non per amore.

Non ancora.

Forse soltanto per guardare negli occhi l’uomo che aveva aspettato per mezzo secolo.

Giuseppe era irriconoscibile.

Quando la vide, allungò una mano.

— Lucietta…

Lucia sentì qualcosa spezzarsi dentro.

— Non chiamarmi così.

Lui abbassò gli occhi.

— Ho sbagliato tutto.

— Quando mamma non aveva i soldi per comprare le medicine, dov’eri?

Silenzio.

— Quando Paolo ha avuto l’incidente?

Silenzio.

— Quando mi sono sposata?

Giuseppe cominciò a piangere.

— Avevo vergogna di tornare.

Lucia sorrise amaramente.

— E noi dovevamo pagare il prezzo della tua vergogna?

Qualche giorno dopo, un’assistente sociale le spiegò che Giuseppe non poteva più vivere da solo.

Avrebbe avuto bisogno di una struttura oppure dell’aiuto della famiglia.

“Famiglia.”

Lucia pensò a quella parola per tutta la notte.

Paolo fu categorico:

— Un padre non diventa padre solo quando ha bisogno che qualcuno gli cambi le lenzuola.

Lucia non riuscì a dargli torto.

Eppure continuò a visitare Giuseppe una volta alla settimana.

Gli portava un caffè.

Qualche biscotto.

A volte restavano seduti senza parlare.

Un giorno lui le disse:

— Tu sei migliore di me.

Lucia lo guardò a lungo.

— Non lo faccio per te, papà. Lo faccio per me. Perché non voglio portarmi il tuo odio nella tomba.

Giuseppe pianse.

Ma Lucia non lo portò a casa.

Perché perdonare qualcuno non significa necessariamente consegnargli il resto della propria vita.

E forse anche l’amore ha dei confini.

Voi cosa avreste fatto? Un figlio deve assistere un padre che lo ha abbandonato da bambino solo perché ora è anziano e solo?

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MagistrUm
Quando i figli erano piccoli, il padre li ha abbandonati. È giusto pretendere che ora si prendano cura di lui nella vecchiaia?