Nella stanza della maternità di Bologna, Francesca ascoltava le altre neomamme parlare dei loro compagni.
—Quando Matteo ha scoperto che aspettavamo un bambino, ha comprato tre libri sulla gravidanza —raccontava Elisa.— Ogni sera mi preparava una tisana e controllava che non stessi troppo in piedi. È diventato più ansioso di mia madre.
Giulia, che aveva appena partorito per la seconda volta, rise.
—Il mio non legge neanche le istruzioni della lavatrice. Però ha montato la culla da solo e adesso è a casa con nostra figlia. Mi ha già mandato otto foto per dimostrarmi che le ha fatto mangiare le verdure.
Francesca teneva il volto rivolto verso il muro. Le lacrime scivolavano sul cuscino senza rumore.
Lei non aveva nessuno a cui mandare fotografie. Nessuno che avesse montato una culla. Nessuno che aspettasse lei e la bambina fuori dall’ospedale.
Era cresciuta in un paese vicino a Ferrara. I genitori litigavano quasi ogni sera. Il padre spariva per giorni; la madre lo riaccoglieva e poi riversava sulla figlia tutta la propria amarezza. Francesca aveva imparato presto a non occupare spazio.
A diciotto anni si era trasferita a Bologna. Affittava una stanza da signora Lidia, una pensionata che preparava sempre troppo ragù e sosteneva che nessuno dovesse mangiare da solo.
Francesca lavorava in un negozio di casalinghi. Davide, rappresentante di una ditta fornitrice, arrivava due volte alla settimana. Le portava il caffè, ricordava i suoi turni e le scriveva ogni sera.
“Sei arrivata?”
“Copriti, fa freddo.”
“Hai mangiato?”
Francesca aveva scambiato quelle premure per una promessa.
Quando scoprì di essere incinta, preparò le lasagne e comprò un piccolo bavaglino con la scritta “Papà, ci vediamo presto”.
Davide lo aprì, lo lesse e cambiò espressione.
—Dimmi che è uno scherzo.
—Sono incinta.
—Non può succedere.
—È già successo.
Davide si alzò e cominciò a camminare per la stanza.
—Francesca, io non voglio un figlio.
—Ma mi dicevi che volevi costruire qualcosa con me.
—Non una famiglia.
Estrasse alcune banconote e le posò sul tavolo.
—Conosco un medico. Puoi risolvere in fretta.
Francesca guardò il denaro e comprese che l’uomo davanti a lei non era mai stato quello che aveva immaginato.
—Prendili e vattene.
—Non fare la vittima.
—Vattene.
Davide sparì. Bloccò il suo numero e smise di consegnare personalmente la merce al negozio.
In ospedale, dopo il parto, Francesca aveva paura perfino di prendere in braccio la piccola Anna. Non perché non la amasse, ma perché temeva di non poterle offrire abbastanza.
L’ostetrica Clara notò il suo silenzio.
—Hai qualcuno che ti accompagna a casa?
—La signora da cui affitto la stanza.
—E il padre?
Francesca raccontò tutto, quasi senza guardarla. Quando disse il nome, Clara lasciò il foglio che teneva in mano.
—Davide Moretti?
—Sì.
—Hai una foto?
Francesca gliela mostrò.
Clara si sedette.
—È mio figlio.
Francesca strinse Anna al petto.
—Non voglio essere costretta a sposarlo.
—E io non voglio costringerti —rispose Clara.— Ma mio figlio dovrà guardare negli occhi la donna che ha abbandonato.
Davide arrivò un’ora dopo.
—Mamma, sei impazzita?
Clara indicò la culla.
—Quella bambina è tua figlia.
—Non ne abbiamo la certezza.
Clara lo fissò con un dolore più forte della rabbia.
—Faremo il test. Ma la tua prima reazione mi ha già detto molto sull’uomo che sei diventato.
Francesca intervenne:
—Non voglio il tuo amore per obbligo. Non voglio una proposta di matrimonio fatta per paura di tua madre. Voglio che tu rispetti tua figlia e che contribuisca alla sua crescita. Se deciderai di esserci, dovrai esserci davvero.
La prova confermò la paternità. Davide fu costretto a versare il mantenimento. Per alcuni mesi provò a fare il padre, ma arrivava tardi, cancellava gli incontri e si irritava quando Anna piangeva.
Clara, invece, non mancò mai.
Venne il giorno delle dimissioni con un seggiolino per auto. Aiutò la signora Lidia a sistemare una culla vicino al letto di Francesca. Quando la ragazza tornò al lavoro, si alternarono per occuparsi della bambina.
Gli anni furono difficili. Francesca studiò la sera, diventò responsabile del negozio e mise da parte ogni euro. Anna crebbe circondata da due donne anziane che non avevano alcun obbligo nei suoi confronti, ma la amavano con una costanza assoluta.
A otto anni, durante una festa scolastica, la maestra chiese ai bambini di disegnare la propria famiglia.
Anna disegnò quattro figure: se stessa, la madre, nonna Lidia e nonna Clara.
Davide, che per una volta era venuto alla festa, guardò il foglio.
—E io dove sono?
Anna alzò gli occhi.
—Non lo so ancora.
—Sono tuo padre.
—Lo so. Ma la maestra ha detto di disegnare le persone che fanno parte della nostra vita tutti i giorni.
Davide rimase in silenzio.
Clara si allontanò per nascondere le lacrime. Francesca la raggiunse.
—Mi dispiace —sussurrò Clara.— A volte penso di aver fallito come madre.
—Lei è stata la madre che io non ho mai avuto —rispose Francesca.— Non può cambiare le scelte di Davide. Ma ha cambiato la vita mia e di Anna.
Quella sera cenarono tutte insieme a casa della signora Lidia. Anna mangiava tagliatelle e raccontava la recita, mentre le tre donne la ascoltavano come se non esistesse nulla di più importante.
Prima di andare a dormire, la bambina chiese:
—Mamma, quando sono nata eri sola?
Francesca le accarezzò i capelli.
—Pensavo di esserlo.
—E invece?
Francesca guardò Clara e Lidia sulla porta.
—Invece alcune persone stavano già arrivando. Non le avevo riconosciute perché cercavo l’amore nel posto sbagliato.
Anna sorrise e tese le braccia verso le due nonne.
In quel momento Francesca capì che sua figlia non era cresciuta senza una famiglia. Era cresciuta dentro una famiglia costruita giorno dopo giorno da chi aveva scelto di restare. E forse l’amore più vero non è quello che promette di non andarsene mai, ma quello che ogni mattina si presenta, bussa alla porta e domanda semplicemente: “Di cosa avete bisogno oggi?”







