Il conto in banca di zia Vicki

Cinquantaquattromila euro. Questa era la cifra scritta sull'estratto conto che Maristella Bruni trovò ripiegato dentro la Bibbia di sua zia, tre giorni prima che la donna tornasse a casa dall'ospedale di Fano.

Maristella aveva sessantasette anni e viveva a Pesaro, in una palazzina di tre piani a due strade dal mare. Zia Vicki — Vittoria, per l'anagrafe, ma nessuno la chiamava così da quarant'anni — era la sorella minore di sua madre, rimasta sola dopo la morte del marito, senza figli, con un appartamento in centro e quella pensione da maestra elementare che il tempo aveva reso quasi ridicola.

Erano tre settimane che Vicki stava al Santa Croce per un intervento all'anca. Maristella ci passava ogni pomeriggio, portando le arance, il giornale, le pantofole di lana perché in ospedale i piedi le si gelavano sempre.

Quel giovedì mattina aveva parlato con lei due volte al telefono. La prima alle otto, per sapere come avesse dormito. La seconda verso le dieci, quando l'infermiera le aveva detto che forse venerdì l'avrebbero dimessa, se il chirurgo ortopedico avesse dato l'ok durante il giro visite del pomeriggio.

— Sto bene, Mari, — le aveva detto Vicki con la voce un po' impastata dagli antidolorifici. — Ho solo voglia di dormire nel mio letto.

Maristella aveva passato la mattinata a preparare la casa. Aveva lavato le lenzuola e la trapunta a fiori che Vicki teneva nell'armadio buono, quella con l'orlo rammendato a mano. Aveva aperto le finestre per far uscire l'odore di chiuso, quello tipico delle case dove nessuno dorme da un mese. Sul balcone del vicino, il cane bassotto della signora Tonelli abbaiava al gabbiano che si era posato sulla ringhiera, e per un attimo, tra un lenzuolo e l'altro steso al sole, Maristella si era fermata a guardare quella scena stupida e si era messa a ridere da sola, senza motivo, solo perché era una giornata di settembre limpida e la lavatrice aveva finito in anticipo.

Era entrata nell'appartamento della zia con le sue chiavi, come faceva sempre. E lì, cercando il messale per portarglielo in ospedale — Vicki lo voleva vicino al letto, diceva che l'aiutava a dormire — le era caduto tra le mani quel foglio piegato in quattro.

Cinquantaquattromila e duecento euro. Conto della Banca Popolare di Fano, intestato a Vittoria Renzi. E sotto, una data: due mesi prima, un bonifico in uscita di dodicimila euro verso un beneficiario che Maristella non conosceva: Marco Renzi.

Il nipote. Il figlio di Aldo, il fratello di Vicki morto da anni, quello che si era trasferito a Bologna e si faceva vivo solo a Natale con un messaggio su WhatsApp.

Maristella si sedette sul divano di velluto verde che non veniva spostato dal 2003, con il foglio in mano, e non capì subito cosa provasse. Non era rabbia. Era qualcosa di più sottile, come quando si accorge che una scarpa stringe solo dopo aver camminato un'ora.

Aveva sempre pensato che i risparmi di Vicki — pochi, onesti, accumulati insegnando geografia a bambini di terza elementare per trentacinque anni — fossero il paracadute per quando la salute fosse peggiorata definitivamente. Per la badante, se fosse servita. Per la casa di riposo di Villa Serena, quella con vista sul Metauro, dove Vicki diceva sempre "se dovessi mai andarci, almeno quella".

Quel pomeriggio, in ospedale, Maristella non disse niente. Portò le arance, sistemò le pantofole vicino al letto, ascoltò il resoconto del giro visite — l'ortopedico aveva parlato di "buona guarigione", ma voleva un altro controllo con la radiografia prima di firmare le dimissioni. Vicki era di buon umore, raccontava della vicina di letto che russava come un trattore, rideva con quella risata bassa che le veniva da ragazza e che l'età non le aveva tolto.

Fu solo mentre l'aiutava a sistemarsi il cuscino che Maristella tirò fuori il foglio dalla borsa.

— Zia, questo l'ho trovato dentro la Bibbia. Cercavo il messale.

Il viso di Vicki cambiò espressione più lentamente di quanto Maristella si aspettasse. Non ci fu sorpresa. Ci fu, semmai, un cedimento, come quando una vecchia sedia finalmente si arrende sotto un peso che sosteneva da troppo.

— Marco è venuto a trovarmi a giugno, — disse piano. — Mi ha detto che l'officina rischiava di chiudere. Che se non copriva quella cifra entro fine mese, perdeva tutto: i macchinari, il capannone, il contratto d'affitto.

— E tu gli hai dato dodicimila euro senza dirmi niente.

— Non volevo che tu ti preoccupassi. E lui ha promesso che li avrebbe restituiti entro l'anno.

— Zia, sono tre mesi. Ti ha chiamato una volta sola? Ti ha scritto?

Il silenzio di Vicki fu la risposta che Maristella non voleva sentire.

Nei giorni successivi, mentre aspettavano la seconda radiografia, Maristella fece due cose che non era mai stata sua abitudine fare. La prima: chiamò Marco. La seconda: si fece dare da Vicki la delega che il nipote aveva in qualche modo ottenuto per operare su quel conto — una delega bancaria firmata due anni prima, quando Vicki, ricoverata per una polmonite, aveva chiesto a Marco di "occuparsi delle bollette" durante la sua assenza. Una delega mai revocata.

Marco rispose al terzo squillo, la voce infastidita di chi sa già di cosa si tratterà la telefonata.

— Zia Mari, non è un buon momento.

— Non lo sarà mai un buon momento per te, Marco. Tua zia è in ospedale con l'anca rifatta e tu le hai chiesto dodicimila euro per l'officina senza restituirle un centesimo.

— Glieli restituisco, ci sto lavorando —

— Con quale delega hai prelevato i soldi? Con quella per le bollette del 2024?

Marco non rispose subito. Poi disse, con un tono che voleva sembrare offeso e riusciva solo a suonare colpevole: — Lei era d'accordo.

— Lei era ricoverata e spaventata di restare sola. Non è la stessa cosa.

Il venerdì, il chirurgo diede finalmente il via libera. Vicki tornò a casa in taxi con Maristella, trovò le lenzuola pulite, il letto rifatto, le pantofole al loro posto vicino alla poltrona. Restò seduta un momento sulla soglia della sua camera, come se dovesse riabituarsi alla forma delle proprie stanze.

Fu quella sera, davanti a una tazza di camomilla, che Maristella posò sul tavolo della cucina tre fogli: la revoca della delega bancaria, già firmata da lei stessa in banca il giorno prima — Vicki le aveva dato una procura provvisoria dall'ospedale, in previsione dell'intervento, non l'aveva mai usata fino ad ora — una lettera raccomandata pronta per essere spedita a Marco con la richiesta formale di restituzione dei dodicimila euro entro sessanta giorni, e l'opuscolo di Villa Serena con la simulazione dei costi mensili.

— Zia, io non ti sto dicendo cosa fare dei tuoi soldi. Sono tuoi, sempre saranno tuoi. Ma quella delega non esiste più da ieri pomeriggio. E questa lettera, se vuoi, la firmi tu, non io.

Vicki guardò i fogli a lungo, le mani intorno alla tazza calda. Poi prese la penna che Maristella le porgeva e firmò la lettera senza dire una parola, con la grafia un po' tremante di chi ha passato tre settimane a letto.

Il lunedì successivo, la raccomandata partì dall'ufficio postale di via Rossini. Marco la ricevette otto giorni dopo, un martedì mattina, mentre apriva la saracinesca dell'officina di Bologna. Restò fermo davanti alla busta aperta per un tempo che a lui parve lunghissimo, poi richiamò Vicki quello stesso pomeriggio — la prima telefonata in tre mesi che non fosse per chiedere qualcosa.

Vicki rispose con il vivavoce acceso, e Maristella, seduta accanto a lei sul divano di velluto verde, sentì la voce del nipote farsi piccola, quasi irriconoscibile, mentre prometteva un piano di restituzione mensile e chiedeva scusa non per i soldi, ma per il silenzio.

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