Da quando è nata Bianca, in questa casa esiste una regola sola: prima di prendere in braccio mia figlia, ci si lava le mani. Non conta se sei mia madre, mio fratello o l'ostetrica del consultorio di zona che passa a salutare. Suoni il citofono, entri, ti saluto, vai al lavandino della cucina — quello vicino alla finestra, con la saponetta di Marsiglia che tengo lì apposta — e solo dopo puoi prenderla. Stessa cosa se hai accarezzato Rocco, il nostro bastardino: prima le mani, poi la bambina. Non è una fissazione contro il cane. Rocco dorme ai piedi del nostro letto da quattro anni, gli vogliamo un bene dell'anima. Ma una cosa è grattargli la pancia, un'altra è infilare subito quelle dita nella bocca di una neonata di tre mesi.
All'inizio nessuno ha fatto storie. Poi, pian piano, sono arrivati i commenti. Che da quando sono diventata madre sono diventata "quella ansiosa", quella che complica tutto. E il fronte più caldo è mio padre, Renato, sessantotto anni, ex ferroviere, una sigaretta dietro l'altra da quando ne ha sedici. Esce sul balcone di casa nostra — abitiamo a Bergamo, terzo piano senza ascensore, e lui il balcone lo usa apposta per fumare — si fa la sua MS, rientra dopo due minuti e allunga già le braccia: "Vieni dal nonno." Io mi metto in mezzo. Se ha appena fumato, non prende la bambina, punto. Soprattutto con quella felpa grigia che si porta dietro l'odore di tabacco anche dopo il lavaggio in lavatrice. Gli chiedo di lavarsi bene le mani e, se ha addosso quella felpa, di cambiarsi almeno la maglietta.
Una domenica di marzo è venuto a pranzo da noi. Prima di salire si è fumato una sigaretta sul portone, come sempre. Appena entrato, prima ancora di togliersi le scarpe, ha allungato le mani verso la carrozzina. Gli ho detto: "Papà, prima lavati le mani." Lui: "Ho cresciuto tre figli fumando come un turco e siete tutti qui, vivi e vegeti." Mia madre Ornella è scoppiata a ridere, appoggiata allo stipite della porta con il grembiule ancora addosso. Mio fratello Davide ha buttato lì che sto crescendo mia figlia dentro una campana di vetro. Mio padre si è seduto sul divano offeso, convinto che per toccare sua nipote debba quasi disinfettarsi come in sala operatoria.
Lo scontro vero è arrivato a Pasquetta, dal pranzo di famiglia in giardino da mia zia Graziella, fuori Bergamo verso Almè. Mio padre era in fondo al prato a fumare. Io ero dentro a scolare la pasta al forno. Mia zia teneva Bianca in braccio, e quando lui è rientrato in cucina gliel'ha passata senza chiedermi niente — così, tra un chiacchiericcio e l'altro, come se fosse la cosa più normale del mondo. Sono uscita dalla cucina con lo strofinaccio ancora in mano e me lo sono trovato davanti, mia figlia tra le braccia, che puzzava ancora di fumo a due metri di distanza. Mi sono avvicinata, ho preso la bambina e ho detto, senza alzare la voce: "Papà, hai appena fumato. Lo sai che non voglio che la prendi subito dopo." È esploso. Ha detto che lo umilio davanti a tutti, che mi comporto come se avesse una malattia contagiosa. Mia zia si è intromessa: "Un po' di puzza di fumo mica ammazza una bambina." E lì mi sono arrabbiata anche con lei. Perché se io, come madre, ho detto una cosa, non capisco perché qualcuno debba scavalcarla solo perché in quel momento ho le mani in un teglione di lasagne.
Mio padre alla fine ha detto: "Va bene. Non la prendo più in braccio." Da quel giorno ogni visita porta con sé una frecciatina. Se dico "lavatevi le mani prima di prenderla", qualcuno tira fuori: "Noi mangiavamo la terra da piccoli e non ci è successo niente." Se qualcuno ha accarezzato Rocco e gli chiedo di ripassare al lavandino, arriva puntuale: "Tra poco ci farai fare la doccia prima di entrare in casa tua." E con mio padre si torna sempre allo stesso punto: "Io fumavo mentre vi crescevo e non vi è successo nulla."
Per settimane la casa si è riempita di questo rumore di fondo, di frasi buttate lì a tavola come sassolini nella scarpa. Mio marito Simone, che di solito sta zitto e lascia fare a me, una sera mi ha detto: "O troviamo un modo, o a Natale tuo padre non viene." Io non volevo arrivare a quello. Non volevo nemmeno più litigare ogni volta che il citofono suonava.
Ho deciso di fare una cosa concreta, non un'altra discussione a voce alta. Ho scritto tutto su un foglio — sì, proprio un foglio, quello dei fogli a righe che uso per la lista della spesa — tre righe, non di più: mani lavate prima di prendere Bianca, doccia o cambio maglia dopo il fumo, niente coccole al cane subito prima di toccarla. L'ho attaccato con lo scotch dentro l'armadietto del bagno, davanti allo specchio, dove nessuno può fingere di non averlo visto. E ho comprato, con dodici euro spesi al supermercato Esselunga sotto casa, una saponetta liquida nuova apposta per gli ospiti, profumata di lavanda, così nessuno può dire che l'acqua fredda del lavandino è una punizione.
Mio padre è tornato la domenica dopo Pasquetta, per il compleanno di mia madre. Prima di suonare il citofono, l'ho visto dal balcone: si è fumato l'ultima sigaretta appoggiato alla Panda parcheggiata sotto casa, poi ha buttato il mozzicone nel tombino, è salito in ascensore — quello del palazzo di fronte, il nostro è rotto da un mese — ed è entrato direttamente in bagno senza che nessuno glielo chiedesse. È uscito con le maniche della camicia ancora bagnate fin sopra il gomito. Non ha detto niente. Ha preso Bianca, se l'è messa sulla spalla, e per la prima volta da settimane in questa casa è calato un silenzio che non pesava.
Non gli ho fatto un discorso. Non gli ho detto grazie con solennità. Gli ho solo versato un caffè, quello della moka vecchia di mia nonna, e gliel'ho messo davanti mentre teneva ancora la bambina con un braccio solo. Lui ha bevuto, ha guardato Bianca che gli stringeva un dito, e ha detto soltanto: "Buono questo caffè." Io ho risposto: "Lo so, papà." Il foglio è ancora lì, dentro l'armadietto del bagno. Nessuno lo ha più tolto.







