Il grembiule di Rosa alla farmacia di Corso Vittorio

Ho cinquantatré anni e da marzo pulisco le scale del palazzo dove abito, a Termoli, in provincia di Campobasso. Mi chiamo Rosa, faccio la donna delle pulizie in un condominio di sei piani su Corso Vittorio Emanuele, quello con la farmacia al piano terra e l'odore di disinfettante che ti resta addosso anche dopo la doccia.

Prima di questo lavoro stavo a casa da otto anni. Mio marito Sandro fa il muratore, quando c'è cantiere, e quando non c'è sta seduto in cucina a guardare la partita con il volume troppo alto. Ho cresciuto due figli, ho tenuto in casa mia madre fino a quando non ce l'ha fatta più, e poi, a un certo punto, i soldi non bastavano più nemmeno per il gas.

Mia cognata Carla mi ha detto: "C'è un posto all'amministratore del condominio, cercano qualcuno per le scale." Ci sono andata con la faccia rossa, pensando che a cinquantatré anni non si va a chiedere lavoro come una ragazzina. L'amministratrice, la signora Ferretti, mi ha guardato dalla testa ai piedi e mi ha detto: "Seicentocinquanta euro al mese, sei giorni su sette, scale e pianerottoli, non il cortile." Poi ha aggiunto, con un tono che non mi è piaciuto: "Se lavora bene, magari a Natale le do qualcosa in più."

Magari. Come se fosse un favore che mi fa lei, e non io a lei.

Sandro, quando gliel'ho detto, ha scosso la testa sopra il piatto di pasta. "Per seicentocinquanta euro te ne stai a casa, Rosa. Non ne vale la pena, con quello che ti costa il pullman e le scarpe che consumi." Io gli ho risposto che seicentocinquanta euro sono comunque seicentocinquanta euro, e che di vergogna, in questa storia, non ce n'è.

Ho cominciato il primo lunedì di marzo. Alle sei del mattino, quando ancora si sentiva il camion della nettezza urbana passare sotto casa e il bar all'angolo tirava su la saracinesca. Secchio, straccio, la scala A e poi la B, sei piani a testa, due volte a settimana anche i vetri dell'androne. Le mani mi si sono spaccate nei primi quindici giorni, mi bruciavano la sera quando lavavo i piatti a casa mia.

La signora Ferretti passava ogni tanto a controllare, con le sue scarpe che non aveva mai portato la spazzatura in vita sua, e mi faceva notare un angolo lasciato, una ringhiera non lucidata bene. Non mi ha mai chiesto come stavo. Mi chiamava "signora delle pulizie", mai Rosa, anche dopo mesi.

A giugno, con il caldo che saliva dalle scale come da un forno, mi sono ammalata. Niente di grave, un'influenza intestinale, ma tre giorni a letto con la febbre. Ho chiamato per avvisare. Lei mi ha detto seccamente che i giorni non li pagava e che se continuavo così avrebbe dovuto "valutare altre soluzioni". Ho pianto quella sera, non per la febbre, ma per come mi aveva parlato, come se fossi un elettrodomestico che si rompe troppo spesso.

Sandro, vedendomi così, per una volta non ha detto "te l'avevo detto". Ha solo acceso una sigaretta sul balcone e non ha detto niente, e quel silenzio mi ha fatto più male di una discussione.

A settembre è successa la cosa che ha cambiato tutto. Nell'androne del palazzo abita da sempre il dottor Amoruso, un medico in pensione di ottantun anni, vedovo, che scende ogni mattina a comprare il giornale e due cornetti al bar. Un giorno mi ha vista pulire i vetri con le mani gonfie e mi ha chiesto, senza tanti giri di parole, quanto mi pagavano. Gliel'ho detto. Lui ha fatto una faccia strana, come se avesse assaggiato qualcosa di amaro.

Il dottor Amoruso conosceva bene la Ferretti, l'aveva vista crescere praticamente, e sapeva anche che l'amministrazione del condominio prendeva dai condomini una cifra per le pulizie ben più alta di quello che passava a me: novecento euro al mese, di cui a me ne arrivavano seicentocinquanta, e il resto, ufficialmente, per "spese di gestione e materiali". Materiali che compravo io, con i miei soldi, allo scaffale del discount.

Un martedì mattina il dottore ha convocato un'assemblea straordinaria di condominio, cosa che non succedeva da anni. Io stavo lavando le scale del secondo piano e ho sentito le voci arrivare fin lì, la porta della sala riunioni socchiusa. Ha portato le fatture, i verbali degli anni scorsi, ha messo tutto sul tavolo davanti a dodici condomini e alla Ferretti, che si è fatta bianca in faccia.

"Novecento euro pagati, seicentocinquanta girati alla signora Rosa," ha detto il dottore, con la voce ferma di chi ha fatto per quarant'anni il primario in ospedale e non si scompone facilmente. "Il resto dove va, signora Ferretti? Perché io un contratto di manutenzione non l'ho mai visto firmato da nessuno di noi."

Lei ha provato a parlare di "costi amministrativi", di "gestione del rischio", ma le parole le uscivano storte. Un condomino del quarto piano, il signor Basile, ha chiesto di vedere i conti degli ultimi tre anni. Un altro ha proposto di sospenderla dall'incarico seduta stante.

Io, dalla scala, con lo straccio ancora in mano, mi sono affacciata alla porta. Non avevo intenzione di dire niente, ma il dottor Amoruso mi ha vista e mi ha chiamata dentro. "Rosa, venga, la riguarda anche questo."

Sono entrata con il grembiule ancora addosso e l'odore di ammoniaca sulle mani. Ho detto solo la verità: che lavoravo sei giorni su sette, che a giugno mi avevano tolto tre giorni di paga perché malata, che non avevo mai visto un contratto scritto, solo un accordo verbale fatto in fretta in quell'ufficio dove non mi avevano nemmeno offerto una sedia.

L'assemblea ha votato. Hanno tolto l'incarico alla Ferretti con dieci voti su dodici e hanno affidato la gestione delle pulizie direttamente a me, con un contratto vero, firmato, ottocento euro al mese, tredicesima compresa, e i giorni di malattia pagati come prevede la legge. Il dottor Amoruso mi ha aiutata a portare le carte dal commercialista del quartiere, quello vicino alla chiesa di Sant'Antonio, per fare tutto in regola con l'INPS.

La signora Ferretti, tre giorni dopo, è venuta a bussare alla mia porta di casa, al terzo piano del palazzo di fianco, quello popolare. Aveva ancora le sue scarpe buone, ma la faccia diversa, tirata. Mi ha detto che forse era stata "un po' brusca" e che magari potevamo "trovare un accordo diverso da quello dell'assemblea".

Le ho detto di no. Ho preso il contratto nuovo dalla busta sul tavolo della cucina, gliel'ho mostrato piegato in due, e le ho detto che ormai le pulizie del palazzo di Corso Vittorio le facevo per conto mio, direttamente con il condominio, e che di lei, come intermediaria, non c'era più bisogno. Ha guardato il foglio, ha guardato me, e se n'è andata senza dire altro, con i tacchi che battevano sulle scale che, quella settimana, avevo lucidato io stessa fino a farle luccicare.

Sandro, quella sera, ha guardato il contratto sul tavolo, le ottocento euro scritte nero su bianco, e per la prima volta da mesi mi ha detto: "Hai fatto bene tu, Rosa." Io ho solo ripiegato il foglio e l'ho messo nel cassetto vicino ai documenti dei figli, dove tengo le cose importanti.

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