Mi chiamo Assunta, ho sessantott'anni e per trentadue ho tenuto i conti della drogheria di famiglia in via Nazionale, a Cortona. Quello che vi racconto non l'ho vissuto io in prima persona: l'ho visto succedere sotto il naso, seduta al bar Signorelli, dove il mercoledì mattina mi concedo un cappuccino e una spremuta a mio marito, che ha il diabete e non può toccare i cornetti.
Il bar sta proprio accanto allo studio del notaio Bregoli, e quel mercoledì di fine agosto le due porte erano spalancate per il caldo. Così ho sentito tutto, un po' per caso e un po' perché, diciamolo, l'orecchio ci va da solo quando la voce sale.
La storia era questa. Un'azienda agricola di famiglia, dodici ettari di oliveti sopra Camucia, appartenuta per tre generazioni ai Falconi. Il vecchio Ettore Falconi, ottantatré anni, l'aveva intestata anni prima al figlio maggiore, Diego, quarantun anni, ragioniere fallito due volte e sempre pronto a chiedere un altro prestito "giusto per ripartire". La figlia, Marina, trentotto anni, era quella che l'oliveto lo mandava avanti davvero: raccolta, frangitura, le bottiglie che vendeva persino a un ristorante di Arezzo.
Il problema era arrivato tre mesi prima, a giugno, quando Diego aveva convinto il padre — ormai con la vista che se ne andava e la testa che qualche mattina si perdeva — a firmare una procura che gli permetteva di vendere l'azienda senza dover più chiedere il consenso della sorella, che secondo l'atto originario era comproprietaria al cinquanta per cento. Diego aveva già trovato il compratore: un gruppo di Perugia che voleva farci un agriturismo con piscina, sessantaquattromila euro sul tavolo, tutti per lui, secondo l'accordo verbale con un mediatore compiacente.
Marina l'aveva scoperto per un rogito che era passato, per sbaglio, sotto gli occhi della commercialista di famiglia — la stessa che teneva anche i conti della mia drogheria, e che quella mattina era uscita dallo studio del notaio bianca come un cencio, a scuotere la testa verso di me dal marciapiede.
Alle undici e venti, dallo studio, ho sentito la voce di Diego alzarsi: "Papà ha firmato, è tutto legale, cosa vuoi che ti dica ancora." E poi quella di Marina, più bassa, ma che tagliava: "Legale non vuol dire giusto. E comunque quella procura l'ha firmata un uomo che ieri non si ricordava che giorno era."
Il notaio Bregoli — un uomo tranquillo, sulla sessantina, che conoscevo perché gli avevo fatto io la spesa per trent'anni — a un certo punto ha chiesto silenzio a tutti e due. Ha detto che prima di procedere a qualunque vendita voleva una perizia medica indipendente sulla capacità di intendere del signor Ettore, perché quella procura, firmata di fretta in un ambulatorio e non nel suo studio, non gli tornava. Diego ha protestato, ha detto che perdevano tempo, che il compratore di Perugia non aspettava all'infinito. Marina non ha alzato la voce. Ha solo detto: "Aspetteremo quanto serve."
Ecco, io a quel punto ho pagato il cappuccino e me ne sarei anche andata, ma la spremuta di mio marito era ancora nel bicchierone e la barista, la Loredana, mi ha fatto segno di aspettare che gliela preparava fresca. Così sono rimasta altri dieci minuti, e ho visto uscire il vecchio Ettore, accompagnato per un braccio proprio da Marina, con un cappello di paglia che gli scivolava sempre da un lato. A metà del marciapiede si è fermato, ha guardato la vetrina del bar come se cercasse qualcosa, e ha chiesto a Marina se era ora di andare a prendere le olive, anche se agosto non era stagione di raccolta da almeno trent'anni. Lei gli ha sistemato il cappello, gli ha detto "non ancora, papà, manca un mese" con la voce di chi quella frase l'aveva già ripetuta cento volte, e lui si è tranquillizzato subito, come un bambino a cui hai promesso che la pioggia finirà.
Della perizia e di tutto il resto, in realtà, sono venuta a sapere i dettagli perché la commercialista, la Ornella, veniva ogni tanto in drogheria a comprare il caffè, e un giorno di metà settembre mi ha chiesto se potevo accompagnarla dal notaio a ritirare certe fotocopie per conto suo, visto che io ci passavo comunque davanti per andare al mercato. È così che mi sono trovata, quel giorno, seduta nell'anticamera dello studio Bregoli, con la porta a vetri smerigliati socchiusa, proprio mentre il geriatra dell'ospedale di Arezzo stava leggendo ad alta voce le sue conclusioni a Diego, a Marina e al notaio.
Ho sentito la voce del medico, ferma, quasi didattica: "Alla data della firma il signor Falconi presentava un quadro compatibile con un decadimento cognitivo lieve-moderato, mai diagnosticato prima. Non era in grado di comprendere pienamente la portata di un atto di questo tipo." Diego ha detto qualcosa a bassa voce, poi più forte: "E chi lo dice che tre mesi fa fosse già così, magari è peggiorato adesso." Il notaio Bregoli, con un tono che non ammetteva repliche, ha risposto che la perizia parlava chiaro, che l'atto era viziato all'origine, e che davanti al giudice tutelare — con cui aveva già fissato un'udienza per il venerdì successivo — avrebbe chiesto l'annullamento della procura e la nomina di Marina come amministratore di sostegno del padre.
A quel punto ho visto, attraverso lo spiraglio della porta, la mano di Diego stringersi sul bracciolo della sedia, le nocche bianche, e la sua voce, quando ha provato a dire ancora qualcosa sul compratore di Perugia che non poteva aspettare, gli è uscita spezzata a metà, come se all'improvviso si fosse reso conto che non stava più discutendo di un contratto ma di suo padre. Non ha finito la frase. Si è alzato, ha preso la giacca appoggiata sullo schienale e se n'è andato senza salutare nessuno, sfiorandomi appena mentre passava, con un odore di sigaretta e di caffè freddo.
Il venerdì dopo sono tornata allo studio con una scusa — dovevo firmare anch'io una delega per la drogheria, cosa vera per metà — e ho visto passare, nel corridoio verso l'aula del giudice tutelare, il vecchio Ettore in giacca buona, quella che teneva per le feste, con la cravatta annodata troppo stretta da qualcuno che di certo non era lui. Marina gli camminava a fianco, gli teneva la mano come si tiene la mano a un bambino che deve attraversare la strada, e lui, arrivato davanti alla porta dell'aula, si è fermato e le ha chiesto, con un filo di voce: "Ma tu chi sei, di preciso?" Lei non ha battuto ciglio, gli ha stretto la mano un po' più forte e gli ha detto: "Sono Marina, papà. Sono qui con te." Lui ha annuito piano, come se quella risposta gli bastasse, anche se un attimo dopo aveva già lo sguardo perso sul lampadario del corridoio.
L'udienza è durata poco più di venti minuti. Quando sono usciti, il giudice aveva già firmato il decreto: procura annullata, Marina nominata amministratore di sostegno del padre con pieni poteri sulla gestione dell'azienda agricola.
L'ho rivista al bar Signorelli tre settimane dopo, un martedì, con una cartellina blu sotto il braccio — gliel'ho vista aprire sul tavolino mentre aspettava un caffè, dentro c'erano i fogli del decreto e il bonifico di un anticipo, non da Perugia ma da una cantina di Montepulciano che aveva fatto un'offerta pulita per una quota minoritaria degli oliveti, quella che lei aveva deciso di vendere per rifare il frantoio: ventiduemila euro, non sessantaquattromila, ma suoi, tracciati, con tanto di contratto firmato davanti al notaio con il consenso del padre e dell'amministratore giudiziario.
Diego non si è più visto in paese per un mese. Poi un pomeriggio è arrivato allo studio di Bregoli chiedendo di parlare con la sorella, e Marina, che nel frattempo aveva anche fatto cambiare la serratura del capanno degli attrezzi — quello dove Diego teneva ancora un vecchio motorino e delle casse vuote, convinto fosse sempre "un po' anche suo" — gli ha detto, davanti alla segretaria del notaio, che poteva riprendersi le sue cose entro venerdì, altrimenti le avrebbe donate alla parrocchia.
Il venerdì, passando in bicicletta sulla strada sotto Camucia, ho visto il capanno con la saracinesca alzata e vuoto dentro, tranne un vecchio copertone appoggiato al muro. Il motorino non c'era più. Delle casse nemmeno l'ombra. Di Diego, invece, nessuna traccia: né lì, né in paese, né al bar. Solo quel capanno spalancato, come una tasca svuotata in fretta.
So soltanto che ogni sabato, quando vado a fare la spesa dal fruttivendolo, vedo ancora l'insegna nuova sul cancello dell'oliveto, quella con il nome dell'azienda agricola e, sotto, in caratteri più piccoli, la scritta: "Frantoio Falconi, dal 1962". Nient'altro. Nessun altro nome.







