Il segreto di Nadia sul palco di Bari

Aveva otto anni quando la maestra elementare di via Sparano le fece sedere in fondo all'aula, "così gli altri non fissano". A Nadia Farouk le macchie chiare sul collo e sulle braccia erano comparse dopo una brutta infezione alla pelle, curata male in un ambulatorio del Cairo prima che la famiglia si trasferisse a Bari, dove il padre aveva trovato lavoro in un cantiere navale. La diagnosi, arrivata più tardi in un ospedale pugliese, aveva un nome preciso: vitiligine. Le zone depigmentate continuarono ad allargarsi per anni, disegnando sulla sua pelle una mappa che lei stessa faticava a riconoscere allo specchio.

A tredici anni disse alla sua migliore amica, davanti ai distributori automatici della scuola media, che da grande voleva fare la modella. L'amica scoppiò a ridere, non per cattiveria, ma perché le sembrava davvero impossibile: "Ma con quella pelle a chiazze, chi ti prenderebbe mai?" Nadia non rispose. Chiuse lo zaino e camminò fino a casa, venti minuti a piedi, ripetendosi quella frase a ogni passo.

Per anni portò maniche lunghe anche a luglio, quando l'afa di Bari toglieva il respiro e le amiche andavano al mare in via Argiro con i vestiti leggeri. Copriva le macchie con il fondotinta più coprente che trovava al discount, passava ore a mescolare tonalità che non corrispondevano mai davvero al resto della sua pelle. Aveva ventidue anni quando decise che quella dedizione ai trucchi poteva diventare un mestiere: si iscrisse a un corso professionale di make-up artist, pagando le rate con lo stipendio da cassiera in un supermercato di periferia.

Lavorò per anni truccando spose, ballerine, ragazze per le foto di matrimonio. Imparò a correggere ombre, a valorizzare lineamenti, a far sentire belle donne che si guardavano allo specchio con la stessa diffidenza che provava lei. Ma sulla propria pelle continuava a passare il correttore, ogni mattina, come una corazza.

Le cose cambiarono dopo la nascita della figlia, Yara. Una sera, la bambina — allora aveva sei anni — le toccò una macchia chiara sul polso e chiese, senza malizia: "Mamma, perché ti piace nasconderla? A me piace, sembra una nuvola." Nadia rimase con il flacone di fondotinta in mano, il tappo ancora aperto sul lavandino del bagno. Non rispose subito. Richiuse il flacone e lo lasciò sulla mensola, senza usarlo.

Da quel giorno cominciò, lentamente, a uscire senza coprirsi. Prima solo in casa, poi al mercato del sabato, poi al lavoro. Alcune clienti facevano domande, altre distoglievano lo sguardo. Un giorno pubblicò sui social una foto senza trucco correttivo, con la didascalia: "Questa sono io, quindici anni dopo aver smesso di aspettare il permesso di piacermi." Il post fece il giro di gruppi di donne con vitiligine in tutta Italia, e alcune agenzie di moda locali iniziarono a scriverle.

A trentatré anni firmò il primo contratto come modella per un brand di cosmetici pugliese che cercava volti "autentici" per una campagna sull'inclusività. Da lì arrivarono altre collaborazioni, servizi fotografici, un servizio per una rivista di moda milanese. Ma la vera svolta arrivò quando un'organizzatrice di concorsi di bellezza, vedendo le sue foto, le propose di partecipare alle selezioni regionali di un concorso nazionale per la rappresentanza italiana a un contest internazionale.

Sua madre, Samira, quando lo seppe, si preoccupò subito per un'altra ragione: il costo. Le selezioni comportavano spese per abiti, viaggi, foto professionali — quasi milleottocento euro che la famiglia non aveva messo da parte. Fu Yara, ormai dodicenne, a proporre di vendere online i suoi vecchi trucchi teatrali, quelli usati per gli spettacoli scolastici, insieme a una collezione di rossetti che Nadia non usava più. Raccolsero seicento euro. Il resto arrivò da un prestito della sorella di Nadia, da restituire in dieci mesi.

La sera prima della selezione regionale, a Bari, Nadia si guardò allo specchio dell'hotel vicino alla Fiera del Levante. Non aprì il trucco correttivo. Indossò l'abito, uscì le braccia scoperte, e scese in sala. Tra le concorrenti, qualcuna la fissò per qualche secondo di troppo prima di guardare altrove. Una giurata, dopo la sfilata, le si avvicinò e le disse soltanto: "Non avevo mai visto una pelle così sul nostro palco." Non era un complimento facile da decifrare, ma Nadia lo prese come tale.

Vinse quella selezione. Poi la fase nazionale. E la sera della finale, in un teatro affollato di Roma, mentre annunciavano le finaliste che avrebbero rappresentato l'Italia al contest internazionale di bellezza, il suo nome uscì tra le prime dieci. Nessuna trasformazione miracolosa, nessuna macchia scomparsa: la stessa pelle di sempre, sotto le luci di un palcoscenico che quindici anni prima le sembrava impossibile anche solo da immaginare.

Quando tornò a Bari, la vecchia compagna delle medie — quella dei distributori automatici — le scrisse un messaggio su Instagram: "Scusa per quella frase di allora. Non pensavo che l'avresti ricordata così a lungo." Nadia rispose con tre righe, niente di più: "L'ho ricordata. Mi ha fatto anche male. Ma oggi non mi interessa più la tua opinione sulla mia pelle: mi interessa quello che ci faccio io."

Il giorno dopo andò in banca con Yara, aprì un piccolo conto corrente intestato alla figlia, e vi versò i primi tremila euro guadagnati dalle campagne fotografiche — la stessa cifra, quasi al centesimo, che un tempo sembrava un debito impossibile da restituire. Sul modulo scrisse come causale: "Per il giorno in cui vorrà iniziare qualcosa in cui nessuno crede ancora." Chiuse la cartellina, la mise nella borsa, e uscirono insieme nel sole di ottobre, senza fondotinta, senza maniche lunghe, senza niente da coprire.

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