Perché Luna metteva i cuccioli solo nelle scarpe di Marco

Mi chiamo Elena e da quindici anni aiuto le persone a capire i loro gatti. Insomma, di solito le storie si assomigliano: il gatto graffia il divano, fa pipì fuori dalla lettiera, litiga con l'altro animale. Ma la storia di Silvia e Marco mi è rimasta impressa come un piccolo mistero. E quando ho capito il motivo, ho dovuto posare la penna e guardare il mio cactus rinsecchito sul davanzale, quello che dimentico sempre di annaffiare, come se anche lui volesse dirmi qualcosa.

Silvia è venuta da me un martedì pomeriggio, nel mio studio in via Zamboni, a due passi dalle Due Torri. Fuori pioveva piano, e lei è entrata con l'ombrello che gocciolava sul pavimento, portandosi dietro l'odore del pane caldo del forno all'angolo. Si è seduta, ha appoggiato la borsa sulle ginocchia e ha iniziato a parlare senza nemmeno prendere fiato.

«La nostra gatta, Luna, ha partorito quattro gattini. E da allora non li lascia nella scatola. Li sposta continuamente. E sai dove li mette?»

Mi sono sporta in avanti. «Dove?»

«Nelle scarpe di mio marito. Sempre lì. Ogni volta che li tolgo, lei li riporta lì. Uno per scarpa, come se fossero due culle. E non tocca le mie scarpe, né quelle dei bambini. Solo le sue.»

Silvia era una donna sui quarantacinque, con le mani curate ma gli occhi stanchi. Si vedeva che non dormiva da giorni. Mi ha raccontato che all'inizio pensava fosse un capriccio. Avevano preparato una scatola di cartone con coperte morbide, in un angolo tranquillo della camera da letto. Luna ci aveva partorito dentro, ma la mattina dopo i gattini non c'erano più. Erano in corridoio, infilati nelle scarpe da lavoro di Marco.

«Li ho rimessi nella scatola,» ha detto Silvia, «ma dopo un'ora Luna li ha trasportati di nuovo. E mi guardava come a dire: non ti immischiare, so io cosa faccio.»

Hanno provato di tutto. Scatole più grandi, più piccole, con i bordi alti, con i bordi bassi. Le hanno messe in cucina, in salotto, nell'armadio aperto. Luna le ignorava. Prendeva un gattino per la collottola e lo portava dritto alle scarpe di Marco, come se lì ci fosse scritto «casa».

«Le abbiamo anche nascoste, quelle scarpe,» ha continuato Silvia. «Le abbiamo messe in un armadio con la porta chiusa. Luna si è seduta davanti e ha iniziato a miagolare in modo straziante, graffiando il legno. Dopo due ore non mangiava più, non allattava. Mio marito ha detto: ridatele quelle maledette scarpe, non la voglio vedere soffrire. E così le abbiamo rimesse al loro posto.»

A quel punto Silvia mi ha guardato, sconsolata. «Non so più cosa fare. Sembra un'ossessione. Mio marito non sopporta i gatti, eppure lei li mette proprio lì. Che senso ha?»

Le ho fatto una domanda semplice: «Chi è la persona di cui Luna si fida di più in casa? Chi cerca quando ha paura? Con chi dorme?»

Silvia non ha esitato un secondo. «Marco. Sempre lui. Da quando era una gattina di due mesi, Luna dorme sulla sua pancia. Lo aspetta alla porta quando torna dal lavoro. Gli gira intorno alle gambe mentre lui borbotta che non gli piacciono i gatti. Ma lei non se ne cura. Lo adora e basta.»

«E lui?» ho chiesto.

«Lui dice che i gatti non servono a niente, che portano solo peli e rovinano i mobili. Ma io lo vedo. La sera, quando pensa che nessuno lo guardi, le gratta la testa. E Luna fa le fusa come un motorino.»

Allora ho capito. E ho spiegato a Silvia quello che spiego spesso ai miei clienti: un gatto non fa mai niente per caso. Soprattutto una madre dopo il parto. Lei cerca il posto più sicuro per i suoi cuccioli, non il più comodo secondo noi. E il posto più sicuro, per un gatto, è quello che porta l'odore della persona di cui si fida di più.

«Le scarpe di Marco,» ho detto, «sono l'oggetto più impregnato del suo odore. Lui le usa ogni giorno, al lavoro, suda, ci cammina sopra. Il cuoio assorbe tutto. Per Luna, quell'odore è una coperta. È la certezza che lì i suoi piccoli sono protetti. Non li sta nascondendo nelle scarpe. Li sta affidando all'odore del suo protettore.»

Silvia è rimasta zitta per qualche secondo. Poi ha preso il telefono e ha chiamato suo marito, mettendo il vivavoce.

«Dimmi,» ha risposto Marco, con un rumore di chiavi in sottofondo.

«Marco, sono dall'esperta. Ti spiego…» E ha ripetuto quello che avevo detto.

Dall'altra parte non si sentiva più nulla per un momento. Poi: «Ma sei scema? Quella bestia mi usa come tana?»

Silvia ha alzato le spalle, anche se lui non poteva vederla. «È quello che dice lei. Dice che Luna si fida di te più di chiunque altro.»

Un respiro lungo. E poi un clacson lontano. Alla fine ha detto, con voce diversa: «Vabbè. Ci penso io.» E ha riattaccato.

Quella sera, Silvia mi ha richiamato e mi ha raccontato tutto. Marco era tornato a casa con un sacchetto della farmacia. Aveva tirato fuori una sua vecchia maglietta, l'aveva annusata, aveva fatto una smorfia, poi l'aveva piegata e messa in una cesta di vimini che stava in corridoio. Poi aveva preso Luna, l'aveva messa dentro, e le aveva messo accanto i gattini. Luna aveva girato tre volte su se stessa, aveva annusato la maglietta, e si era accoccolata. I gattini l'avevano seguita uno per uno.

«E le scarpe?» ho chiesto.

«Vuote. Le ha lasciate in pace. Adesso dormono tutti nella cesta.»

Il giorno dopo, Silvia mi ha mandato una foto. Marco era sdraiato sul divano, con Luna accoccolata sulla pancia e i quattro gattini addormentati nella cesta accanto. Sul tavolino c'era una confezione di latte artificiale per gattini da quarantacinque euro e quattro biberon piccoli.

«Il veterinario ha detto che il più piccolo dei quattro fatica ad attaccarsi, meglio dargli un'integrazione finché non recupera peso,» mi ha spiegato Silvia al telefono. «Marco ha preso due settimane di ferie apposta.»

«Mi servono per insegnargli a non fare i bisogni sul tappeto,» aveva borbottato lui, quando Silvia gli aveva chiesto perché avesse chiesto ferie proprio adesso. Ma qualche giorno dopo, mentre uscivo dal forno sotto casa mia, ho incrociato Marco per strada: lavora in un ufficio in via Zamboni, a due isolati dal mio studio, e passa sempre da quel forno per il caffè. Aveva un gattino infilato nel cappotto. Camminava piano, tenendolo stretto come se fosse di cristallo.

Ora, quando passo davanti al loro palazzo in via Rizzoli, vedo spesso Marco sul balcone con un gattino in spalla. La gente lo saluta, lui risponde a monosillabi. Una volta l'ho sentito dire a un vicino: «Sono una responsabilità. Però, sai com'è… quella gatta si fida di me. Mica posso tradirla.»

Il vicino ha riso. Marco ha solo alzato le spalle, sistemando meglio il gattino contro il collo, ed è rientrato in casa senza aggiungere altro.

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Perché Luna metteva i cuccioli solo nelle scarpe di Marco