# La dote della lavastoviglie

Mia suocera ha sempre avuto un rapporto particolare con gli elettrodomestici. Non con i suoi, ovviamente. Con quelli degli altri. Erano passati undici anni da quando mi ero sposata con Vittorio, e ogni singolo apparecchio che entrava in casa mia sembrava destinato a diventare prima o poi un'offerta sacrificale per la signora Clara.

Vivevamo a Treviso, in un appartamento al terzo piano di un palazzo anni Sessanta vicino a piazza dei Signori. Il ballatoio puzzava di umido e di pietra vecchia, ma dentro casa nostra — dentro casa mia — le cose funzionavano. La cucina era stata rifatta tre anni prima, con i risparmi di cinque estati di lavoro come responsabile di sala al ristorante "Al Bersagliere". Non uno di quei locali turistici con i menù plastificati in quattro lingue: una trattoria vera, con i tovaglioli di stoffa e il radicchio tardivo che arrivava ogni martedì da un contadino di Dosson.

La sera in cui è successo tutto, tornavo dall'ultimo turno della settimana. Erano quasi le undici e mezzo, l'aria di giugno era ancora calda e appiccicosa come un brodo. Vittorio mi aspettava in cucina, seduto al tavolo, con una faccia che gli avevo visto solo quando c'era da chiedere qualcosa di grosso. Accanto a lui, sul pavimento, c'era la lavastoviglie nuova. Staccata. Con lo sportello aperto e il cestello superiore già estratto.

"Senti, Martina…" ha cominciato, massaggiandosi il collo con la mano destra.

Gli ho guardato le scarpe. Le aveva ancora addosso, dentro casa. Cattivo segno.

"Ho pensato che mia madre ne ha più bisogno di noi."

Ho appoggiato la borsa sul tavolo, senza dire niente. Dentro c'erano ancora le mance della serata: un rotolo di banconote da dieci euro tenute insieme da un elastico. Me lo sono rigirata tra le mani mentre lui continuava.

"Lei ha ancora quella vecchia, fa un rumore che sembra un trattore. E poi adesso con la schiena…" Ha fatto un gesto vago. "Non può più caricare i cestelli bassi. Noi siamo giovani, possiamo ricomprarla."

Noi. Sempre noi. Solo che il "noi" nella bocca di Vittorio significava io. Io che avevo scelto il modello, io che avevo messo via i soldi, io che avevo aspettato i saldi di gennaio all'Ikea di Padova per risparmiare altri centosessanta euro.

"Perché non le chiami un tecnico?" ho chiesto, sorridendo. Un sorriso che non prometteva niente di buono, ma lui non capiva mai queste cose.

"Ho già chiamato mio cugino Marco. Ha il furgone. Viene domattina alle otto."

"Così presto?"

"Prima che faccia caldo. In due la portiamo giù dalle scale e via."

Mi sono versata un bicchiere d'acqua dal rubinetto. L'ho bevuta tutta, appoggiando il bicchiere sul ripiano d'acciaio. Il vecchio orologio che Clara mi aveva regalato al matrimonio — una cianfrusaglia con la Madonna sul quadrante che non avevo mai avuto il coraggio di buttare — ticchettava sopra la credenza.

"Va bene," ho detto.

Vittorio ha sgranato gli occhi. Si aspettava teatro, lacrime, scenate. Io ho allargato le braccia e sono uscita dalla cucina.

In camera da letto ho aperto l'armadio. Ho tirato fuori il borsone grande, quello dei viaggi in Puglia, quello che aveva le ruote rotte da due anni. Ho cominciato a riempirlo: le sue camicie da lavoro, i jeans, le mutande, i calzini. Poi sono passata al mobile del corridoio e ho svuotato il cassetto dove teneva le sue cose di elettronica: caricabatterie, cavi, il tablet con lo schermo crepato che non usava più ma non voleva buttare. Nel borsone ho infilato anche la scatola delle esche per la pesca — quell'aggeggio che costava come un mese di spesa e che lui non toccava da due stagioni.

Quando sono tornata in cucina, trascinando il borsone per il manico, Vittorio era al telefono. Lo sentivo dire: "Sì, mamma, domattina presto. Tranquilla."

Gli ho sventolato davanti alla faccia la busta dei documenti della lavastoviglie. L'ho appoggiata sul tavolo. Poi ho preso il borsone e l'ho piazzato davanti alla porta, in mezzo al corridoio.

"E quello?" ha chiesto, coprendo il microfono con due dita.

"Il corredo."

"Il cosa?"

"Il corredo. Mia nonna diceva sempre: niente dote, niente matrimonio. E tu stai portando la dote a tua madre. Quindi portati anche il resto."

Ho aperto il borsone. Ho cominciato a elencare, contando sulle dita: "Questo è l'uomo che carica i piatti sporchi. Questo è il tecnico che preme i pulsanti. Questo è il finanziere che paga la corrente e il detersivo. Questa è la schiena giovane che si piega per svuotare il filtro."

Vittorio è rimasto immobile, con il telefono in una mano e l'altra a mezz'aria.

"Mamma, ti richiamo," ha biascicato. Ha riattaccato. "Ma che cazzo stai dicendo?"

Il filo della lavastoviglie era ancora arrotolato sul pavimento, legato con un laccetto di plastica. Mi ci sono seduta sopra, incrociando le gambe.

"Sto dicendo che funziona così. Regalo con sorpresa. Tu vuoi fare il figlio generoso? Bene. Ma la generosità, come dice il proverbio, deve partire da casa propria. E io, caro Vittorio, non sono una lavastoviglie. Non mi carichi di piatti sporchi e non mi svuoti quando ti fa comodo."

Sul ballatoio si è accesa la lampadina. Passi pesanti sulle scale. Era la signora Renata, l'inquilina del secondo piano, che tornava dal turno di notte all'ospedale Ca' Foncello. Si è fermata davanti alla nostra porta, notando il borsone e la lavastoviglie smontata.

"Traslochi a quest'ora?" ha chiesto, infilando la chiave nella toppa.

"No, signora Renata. È un trasloco di affetti," ho risposto. Vittorio mi ha lanciato un'occhiataccia.

Il giorno dopo, alle otto meno dieci, Marco suonava al citofono. Aveva un furgone Fiat Scudo grigio con la scritta "Traslochi e trasporti" sul fianco. Vittorio era già sveglio, seduto sul divano con una tazza di caffè freddo davanti. Non aveva toccato il borsone. Sperava che io avessi dimenticato.

Non avevo dimenticato.

"Sali, carica, scendi," gli ho detto, passandogli un sacchetto di plastica con dentro i suoi cornetti al miele — quelli che mi aveva fatto comprare il sabato prima dal forno di via Palestro.

"Ti rendi conto che…"

"Che cosa?"

"Che mi stai buttando fuori di casa."

"No. Ti sto consegnando a chi ti vuole. Tua madre vuole la lavastoviglie? Benissimo. Prendo io una decisione rapida, come fai tu: via tutto. Noi siamo un pacchetto. Se rompo la confezione non vale più la garanzia."

Marco suonava di nuovo, stavolta con due colpi secchi al portone.

Vittorio ha preso il borsone. Lo ha sollevato con fatica, appoggiandolo sul pianerottolo. Poi ha afferrato la sua parte della lavastoviglie — quella davanti, la più leggera, mentre io restavo ferma con le braccia conserte.

"Vuoi darmi una mano almeno con questa?"

"No. Io non tocco più niente che esce da questa casa senza il mio permesso."

Se ne sono andati giù per le scale. Ho sentito il rumore della lavastoviglie che sbatteva contro il muro. Poi un "porca miseria" sussurrato da Vittorio. Poi il portone che si chiudeva.

Sono rimasta in piedi sul ballatoio a guardare il furgone allontanarsi. C'era il ficus della signora Renata che perdeva foglie secche sul pavimento. Le ho contate. Undici.

La giornata è passata lenta. Ho pulito la cucina. Ho lavato il pavimento. Ho rimesso a posto il mobile dove mancava la lavastoviglie, spostando il bidone della spazzatura al suo posto. Ho aperto il balcone e ho lasciato entrare il rumore del quartiere: i passeri, il campanile di San Nicolò che batteva le ore, il motorino di un ragazzo che sgasava in via Sant'Agata.

Alle sette di sera è suonato il citofono.

Era Clara. In persona.

Non era mai venuta a casa nostra senza preavviso. L'unica volta che era salita, tre anni prima, aveva passato il dito su tutti i mobili e poi aveva detto: "Certo che la polvere non vi manca."

Adesso stava lì, sul pianerottolo, con una borsa di plastica dell'Eurospin e un fazzoletto di stoffa in mano. Il viso era una maschera di contrarietà.

"Dovevi farlo tu?" ha attaccato, senza nemmeno entrare.

"Ciao, Clara."

"Non fare la spiritosa. Sai benissimo perché sono qui."

Ho aperto la porta e sono tornata dentro. Lei mi ha seguito, stritolando il fazzoletto tra le dita.

"Vittorio è da me da stamattina. Non capisce niente. Non si ricorda come si accende la lavastoviglie vecchia. Ha rotto il bicchiere della doccia. Ha lasciato la porta aperta e il gatto è uscito sul balcone. Io non posso tenere un uomo adulto in casa. Mica ho spazio. E poi c'è il problema della pensione…"

L'ho interrotta: "Clara, vuoi un caffè?"

Lei si è seduta, senza rispondere. Guardava la cucina come se cercasse qualcosa. Ho preparato due tazzine di espresso. Gliel'ho passata. Lei l'ha presa con un gesto secco.

"Voi giovani pensate di potermi fare i dispetti," ha detto. "Ma io ho cresciuto tre figli e ho seppellito un marito. Non mi spaventa una nuora."

Ho bevuto il mio caffè. Era amaro. Come piaceva a lei, in realtà.

"Io non ti voglio fare dispetti, Clara. Ti voglio dire una cosa sola."

Lei ha alzato lo sguardo.

"La lavastoviglie costava seicentottanta euro. Io l'ho pagata con le mance di quattro anni di cenoni di Natale e colpi di lavoro straordinari. Tuo figlio non ci ha messo un centesimo. Non perché non volesse, ma perché non ne aveva. E questo lo sai meglio di me."

Clara ha fatto per parlare. Ho alzato la mano.

"Non ho finito. Io non sono arrabbiata perché volevi la lavastoviglie. Sono arrabbiata perché in dieci anni di matrimonio non ti ho mai visto salire queste scale per dirmi 'come stai, Martina? Vuoi che ti porto qualcosa? Stanca del lavoro?' Mai. Nemmeno una volta. E oggi sei qui solo perché tuo figlio ti dà fastidio in casa. Non perché ti manca qualcosa di me."

Clara ha appoggiato la tazzina sul tavolo. Il piattino ha fatto un rumore secco. Sul bordo c'era una macchia di caffè che non aveva asciugato.

"Le persone come te non cambiano," ha detto. "Ma almeno avete imparato a tenervi le cose."

Si è alzata. È andata verso la porta. Sulla soglia si è fermata e si è voltata di tre quarti, con una mano sullo stipite.

"Vittorio è fuori, in macchina. Non voleva salire. Ha paura di te."

"Non deve avere paura di me. Deve avere paura di se stesso."

Clara se n'è andata. Il portone si è chiuso con un colpo piano, ma non abbastanza piano da non farmi sentire il cuore battere.

La sera dopo, Vittorio è tornato. Non bussò. Usò la sua chiave, con una lentezza da ladro. La porta si aprì con uno scricchiolio leggero.

Io ero in salotto, seduta sulla poltrona davanti alla finestra. In mano avevo il rotolo di banconote da dieci euro. Ancora con l'elastico. Le avevo contate: settecentoventi euro in tutto. L'importo esatto della lavastoviglie, più la consegna.

Vittorio entrò nelle scarpe, senza nemmeno pulirsi i piedi sullo zerbino. Si guardò intorno. Il buco della lavastoviglie nell'angolo della cucina era vuoto, ma al suo posto c'era una grossa scatola di cartone.

"Cos'è quella?" chiese.

"La sorpresa."

Si avvicinò, circospetto. Aprì la scatola. Dentro c'era una lavastoviglie nuova, ma diversa. Più piccola. Un modello da appoggio, di quelli che si attaccano al rubinetto. L'avevo comprata quella mattina dal negozio di elettrodomestici in viale della Repubblica. Avevo speso trecentonovanta euro. Il resto dei soldi era ancora nel mio pugno.

"Non capisco…" mormorò lui.

"È tua."

Lui mi guardò, confuso.

"È tua nel senso che te la porti via. Con te. Da tua madre. O dove vuoi. Non la voglio in casa. Voglio una cucina pulita da te, dalle tue decisioni, dalla tua famiglia. Ho bisogno di respirare."

Vittorio rimase in piedi, con le braccia lungo i fianchi. Sul viso non c'era più la spavalderia del giorno prima. C'era qualcos'altro: forse stanchezza, o forse l'inizio della comprensione. Non chiesi.

"E noi?" chiese.

"Noi abbiamo provato per undici anni. Undici anni in cui io ho sempre messo via i soldi per i nostri progetti, e tu hai sempre trovato il modo di regalarli a qualcun altro. Non so più come si fa con te. E non voglio fingere di saperlo."

Feci un passo verso la porta. Lui indietreggiò. Presi il rotolo di banconote e lo posai sul tavolo, accanto alla tazzina vuota di Clara.

"Questa è la metà dei soldi che ho messo via per noi. Prendili. Ti aiuteranno per il deposito di un appartamento in affitto. L'altra metà è sul conto che abbiamo cointestato. Lo chiudo domani."

Lui rimase in piedi, immobile. Poi fece qualcosa che non mi aspettavo: si tolse le scarpe. Le lasciò lì, sul pavimento, allineate accanto all'ingresso. Camminò scalzo fino alla cucina. Aprì il rubinetto. Spinse lo sgabello sotto la finestra. Si sedette. Guardò fuori.

"Ho paura di tornare da mia madre," disse, con una voce che non gli avevo mai sentito. "Non è arrabbiata per la lavastoviglie. È arrabbiata perché io non sono abbastanza. Non lo sono mai stato. E questo lo so da quando avevo sette anni e lei mi faceva pesare il latte che bevevo."

Il bidone della spazzatura era pieno a metà. Lo presi, lo portai verso di lui, lo appoggiai davanti allo sportello dell'angolo vuoto della cucina. Poi aprii il cassetto dove tenevo i sacchetti. Ne presi uno, lo aprii con uno strattone. Lo misi nel bidone.

"Allora cominciamo da qui," dissi. "Pulisci la tua parte di questa casa. E poi decidi se vuoi essere abbastanza per te, prima che per tua madre."

Lui si alzò. Prese il bidone. Andò verso il balcone per buttare la spazzatura. Lo vidi tirare su la maniglia della porta-finestra con una forza che non gli avevo mai visto usare. Poi si fermò, guardando il cielo che diventava viola sopra i tetti di Treviso.

Quando rientrò, la cucina era silenziosa. Il posto vuoto della lavastoviglie era ancora lì, nudo. Ma la scatola nuova era sparita. Vittorio l'aveva portata fuori, sul ballatoio, senza dire una parola.

La mattina dopo, alle otto, suonò il citofono. Era Marco, il cugino con il furgone. Aveva la faccia di chi non dorme da due giorni.

"Martina, scusa… è qui per la lavastoviglie nuova?"

"È sul ballatoio. Prendila pure."

"E Vittorio?"

"Non è più qui, Marco."

Lui rimase in silenzio per un momento. Poi disse: "Posso portarla a mia madre, invece? La sua è rotta da settimane." Fece una pausa. "Pago io la consegna."

Lo guardai. Aveva le mani sporche di grasso, i pantaloni da lavoro consumati sulle ginocchia. Gli sorrisi.

"Non devi pagare nulla. Prendila pure. E quando la colleghi, ricordati di mettere il filtro. Costa diciannove euro."

Lui annuì. Sollevò la scatola con attenzione. Mentre scendeva le scale, sentii il rumore dei suoi passi rimbombare nel vano scala, come un orologio che riprende a funzionare.

Chiusi la porta. Presi il telefono. Aprii l'app della banca. Controllai il saldo del conto cointestato. C'erano ancora quattrocentoventisette euro e trentadue centesimi. Li trasferii tutti sul mio conto personale. Poi chiamai il direttore della filiale per fissare un appuntamento il lunedì successivo, alle dieci e un quarto.

La signora Renata, quel sabato, mi incontrò sulle scale con il suo cane, un piccolo bastardo grigio con un orecchio solo. "Ho visto il furgone. Tutto bene?"

"Sì, signora Renata. Tutto bene. Ho solo cambiato fornitore."

Mi guardò con aria dubbiosa, poi ci salutammo. Mentre scendevo verso il portone, sentii il campanello del telefono di Clara suonare nel piano di sopra. Poi una voce di donna, arrabbiata. Poi il silenzio.

Era un mattino chiaro, a Treviso. L'aria sapeva di pane caldo e di erba bagnata. Mi sedetti su una panchina vicino al fiume e contai le monete che avevo in tasca. Trenta centesimi. Mi comprai un caffè al distributore automatico. Era orribile. Ma era mio.

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