A settantadue anni ho smesso di chiedere

Il primo giorno non gliel’ho detto. Sono uscita di casa alle otto e dieci, con la borsa pesante: dentro c’erano il manuale di teoria e un quaderno a quadretti. Li avevo comprati all’autoscuola di via del Pratello, quella con l’insegna verde, che sul sito prometteva “corsi anche per adulti che partono da zero”. Roberto dormiva ancora. Ho preso l’autobus numero 27, biglietto un euro e cinquanta. Dal finestrino si vedevano i portici pieni di banchi. La gente contrattava per le arance e io stringevo il quaderno come se qualcuno potesse vedermi attraverso il vetro.

A venticinque anni avevo chiesto a mio marito di iscrivermi a scuola guida. Roberto si era messo a ridere. “Tu sei troppo ansiosa. E perché spendere soldi? Ti porto io dove ti serve.”

Per quarant’anni mi ha portato davvero. Dal medico di base, dall’ortopedico, da mia sorella Maria che abita a Imola. Io preparavo la lista della spesa e aspettavo. Se Roberto lavorava o non aveva voglia, restavo a casa oppure prendevo due autobus. Ogni volta che accennavo alla patente, trovava una ragione nuova.

“Sei già troppo grande.”

“Al parcheggio ti blocchi di sicuro.”

“Servono riflessi da ragazzo, mica da donna di cinquant’anni.”

A cinquanta ho smesso di insistere. Mi ero convinta che davvero non ci sarei riuscita. Roberto gestiva la situazione e a me sembrava la normalità. I figli vivevano lontano, uno a Torino e l’altra a Verona. Io stavo in cucina e guardavo passare le macchine dalla finestra.

Poi Roberto ha compiuto settantasei anni e ha cominciato a non vederci più di notte. Una sera, uscendo dal parcheggio dell’Esselunga, ha strisciato una Clio. Niente di grave, solo spavento. Il medico gli ha detto: niente guida finché non finisce gli accertamenti. Roberto ha sbuffato, ha detto che erano stupidaggini, che bastavano due gocce per gli occhi. La macchina è rimasta in garage.

La spesa grande toccava farsela portare a casa. Per Imola il biglietto costava ormai tre euro e venti, e con i cambi ci volevano quasi due ore. Per l’ospedale chiamavo il taxi. Il numero era attaccato al frigorifero con una calamita a forma di melanzana.

Una sera Roberto si è lamentato. “Non possiamo più andare da nessuna parte.”

Poi ha detto: “Dovevi imparare a guidare.”

Ho appoggiato il mestolo sul bordo della pentola.

“Me lo impedivi tu”, ho risposto. “Per quarant’anni mi hai detto che ero una frana.”

“Non dovevi darmi retta.”

Quella notte non ho chiuso occhio. Alle sei ho acceso il computer portatile. Ho digitato: “autoscuola adulti Bologna”. Alle nove ero in autobus.

La segretaria mi ha fatto compilare un modulo. Nome: Anna. Indirizzo: via Sant’Isaia. Quota d’iscrizione: duecentocinquanta euro, in contanti. La donna ha contato le banconote senza battere ciglio.

L’insegnante si chiamava Elena. Sulla quarantina, capelli raccolti, modi svelti. “Ho insegnato a gente più grande di lei”, ha detto. “L’ultimo aveva settantotto anni. Guidava meglio di molti ventenni.”

Le prime lezioni sono state un disastro. Confondevo il segnale di stop con quello di precedenza. Mettevo la prima con troppa calma. Tornavo a casa stanca da farmi male la schiena e trovavo Roberto che sfogliava il manuale in cucina.

“Stai buttando via i soldi.”

Io non rispondevo. Recitavo a mente le distanze di sicurezza mentre sbucciavo le patate.

Il primo esame di teoria l’ho bocciato per due errori. Due. Mi sono chiusa nel bagno dell’autoscuola e ho pianto. Elena mi ha aspettata fuori. “Riprova”, ha detto. “Il secondo tentativo va sempre meglio.”

Il secondo tentativo l’ho passato.

La pratica è stata anche peggio. Le mani mi tremavano sul cambio. Qualcuno suonava il clacson. Ma ho imparato a parcheggiare, a fare le rotonde, a tenere la corsia in tangenziale. Roberto non credeva che sarei arrivata in fondo. Ogni volta che uscivo per le lezioni diceva: “Vai a giocare?” Io prendevo le chiavi di casa e chiudevo la porta.

Il giorno che ho superato l’esame pratico sono tornata a casa con il foglio rosa. Ho messo le chiavi della macchina sul tavolo. La Panda rossa mattone, ferma in garage da mesi.

“Da domani guido io.”

Roberto ha aperto la bocca e l’ha richiusa. Ha preso il telecomando e ha abbassato il volume della televisione.

Le prime settimane ho fatto solo strade brevi. Dal panettiere, dal ferramenta, dalla farmacia. Poi ho portato Roberto a una visita di controllo. Per tutto il tragitto diceva: “Frena prima”, “Rallenta”, “Questa è a senso unico”. Io tenevo le mani sul volante e respiravo.

A un certo punto ho accostato vicino alla salita di San Luca. Ho tirato il freno a mano e mi sono girata verso di lui.

“Se mi aiuti quando te lo chiedo, ti ringrazio. Ma non devi mai più dirmi che sono incapace.”

Non ha più aperto bocca per il resto del viaggio.

La patente non mi ha cambiata. Mi ha resa diversa, che è un’altra cosa. Sono tornata a Imola da mia sorella. Facevo la spesa da sola all’Esselunga e caricavo le buste nel bagagliaio. Ogni lunedì portavo una vicina novantenne al centro sociale. La Panda puzzava leggermente di caffè e dei fiori secchi che la vicina teneva sul cruscotto.

Roberto ha recuperato un po’ di vista. Il medico gli ha detto che poteva guidare solo di giorno e solo in città. Lui si è arrabbiato. “Adesso dipendo da mia moglie”, brontolava.

“Come me per quarant’anni.”

Lui non rispondeva.

Una domenica mi ha chiesto di portarlo a pranzo con gli amici del circolo. Ho guidato per venti minuti, dal quartiere Saragozza fino al ristorante fuori porta. Al parcheggio, uno dei suoi amici si è avvicinato.

“Guidi proprio bene.”

Roberto ha appoggiato il bastone sul sedile. “Ci è arrivata da sola.”

Ho spento il motore. Non mi serviva una scusa, né una cerimonia. Avevo passato metà della vita a credere ai limiti che lui aveva scelto per me. Ora non mi servivano più.

Dopo pranzo ho riaccompagnato Roberto a casa. Lui è sceso dal marciapiede appoggiandosi al bastone. Io ho girato la chiave nel cruscotto e sono ripartita.

Sono andata all’autoscuola di via del Pratello. La segretaria era la stessa di due anni prima. Ho appoggiato una busta bianca sul banco.

“Cosa sono?”

“Duecentocinquanta euro. Sono per la prossima donna che entra qui dicendo che è troppo tardi per imparare.”

La segretaria ha aperto la busta e ha contato le banconote. Poi ha preso un foglietto. “Che nome devo scrivere?”

“Scriva: una che ha smesso di chiedere.”

Sono uscita. Fuori i portici erano vuoti. La Panda rossa mi aspettava in mezzo alla strada. Ho messo la freccia e sono partita verso Imola. Mia sorella mi aspettava con i tortellini.

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