La porta di casa, a Lucca, l'ho aperta alle sei e mezza di sera. Nell'ingresso c'era odore di officina: benzina, sapone da meccanico, caffè lasciato sul fuoco. Marco mi è venuto incontro con lo straccio ancora in mano.
«Sei tornata. C'è il nuovo ragazzo, resta a cena.»
Ho posato la valigia sul pavimento di cotto. Dalla cucina usciva il rumore di una sedia spostata. E poi lui è comparso sulla soglia, con un bicchiere d'acqua in mano.
Leonardo.
Il ragazzo che otto giorni prima mi teneva la mano sulla spiaggia di Viareggio e mi diceva che gli bastavano quei pochi giorni, senza futuro, senza pretendere niente.
Non sono svenuta. Non ho gridato. Ho fatto l'unica cosa che una donna di trentotto anni sa fare bene quando il mondo le crolla addosso: ho sorriso, ho detto «piacere» e sono andata a lavarmi le mani.
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La settimana era cominciata diversa. Io e mia sorella Ilaria avevamo preso il regionale per Viareggio il primo lunedì di settembre. Le spiagge si stavano svuotando, l'acqua era ancora calda, la sera arrivava presto ma restava limpida. Ilaria si lamentava del lettino, del sale nei capelli, della sabbia nella borsa. Io contavo le onde e non pensavo al marito che a casa chiamava solo per chiedere se avevo pagato la fattura della luce.
Il martedì, verso le undici, sono entrata in un bar sul lungomare. C'era profumo di cornetti alla crema e di caffè bruciato. Ho preso un'acqua e un bicchiere di prosecco, non ricordo in che ordine. Lui era al tavolo accanto, con un libro giallo, di quelli dei giallisti toscani. Ha allungato il braccio per prendere il sale e ha rovesciato il mio bicchiere.
Non ha chiesto scusa subito. Si è messo a ridere — una risata aperta, senza malizia — e ha detto: «Adesso devo offrirti almeno una cena, se no il cameriere mi caccia.»
Aveva ventisette anni. Io trentotto. Gliel'ho detto subito, prima ancora di sapere il suo nome.
«Sono sposata, Leonardo. Non ti prometto niente.»
Ha alzato le spalle, ha piegato il tovagliolo bagnato e l'ha appoggiato sul bordo del tavolo. «Anch'io non voglio niente, se non questi giorni.»
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Per una settimana siamo stati due estranei che si riconoscono. Non ci siamo scambiati i numeri. Non ho saputo il suo cognome. Mi teneva la mano quando l'acqua si ritirava, mi aspettava fuori dalla cabina con due gelati ormai sciolti, mi chiamava «zia» per prendermi in giro. Il sabato sera, sull'ultimo tratto di spiaggia, mi ha detto: «Se un giorno ti incontro per strada, farò finta di non vederti. Ma tu non farlo con me.»
Ho riso. «Non succederà.»
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E invece eccolo lì, a due metri dalla mia cucina, con il bicchiere d'acqua di casa mia.
Marco non si accorgeva di niente. Appoggiava la mano sulla spalla di Leonardo e diceva: «Bravo ragazzo, ha imparato in una settimana quello che Giorgio non ha imparato in dieci anni.»
Leonardo mangiava i pici al ragù senza guardarmi. Io non riuscivo a mandare giù nemmeno un boccone. La televisione in salotto era accesa su un programma di riciclaggio di mobili vecchi, volume basso. La vicina del piano di sotto, la signora Betti, stava innaffiando i gerani sul balcone. Il mondo andava avanti, e io stringevo il bordo del tavolo con le dita.
Dopo cena ho portato i piatti nel lavandino. Leonardo è venuto a prendere la bottiglia dell'acqua.
«Non sapevo che fossi la moglie di Marco», ha detto in un soffio. «Giuro. Ho visto la tua foto sul calendario in officina, dopo. E sono rimasto.»
«Perché?»
Ha posato la bottiglia e mi ha guardata. «Perché tu sei l'unica cosa che mi è sembrata vera quest'estate.»
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Per due giorni ho vissuto con il batticuore. Leonardo dormiva nella dependance dietro l'officina. La mattina lo vedevo dal portone, con la tuta blu e le mani sporche di morchia. Quando Marco mi chiedeva di portargli il caffè, io passavo davanti a lui come un fantasma. Lui non alzava mai la voce, non diceva niente. Era come se mi avesse già dimenticata.
Il giovedì sera, però, l'ho trovato seduto sul muretto davanti al cancello. Aveva in mano una busta della spesa con dentro due arance e un pane all'olio.
«Domani racconto tutto a tuo marito», ha detto. «Non ce la faccio più a far finta.»
Non l'ho lasciato finire.
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Venerdì mattina sono andata in banca. Ho chiuso il conto cointestato, ho ritirato la mia parte: diciannovemilaquattrocento euro. Sono passata dall'agenzia immobiliare e ho firmato una procura per vendere la mia metà della casa. Ho compilato il modulo di richiesta di separazione consensuale, l'ho stampato in copisteria e l'ho infilato in una cartellina trasparente.
Il pomeriggio sono tornata a casa. Marco era in officina, stava montando un alternatore su una Fiat Panda del novanta. Leonardo era lì accanto, con la chiave inglese in mano.
Ho aperto la porta e ho posato la cartellina sul tavolino dell'ingresso. Sopra c'era un foglietto con il numero del mio avvocato.
«Marco, vieni un attimo.»
Lui si è voltato, le mani nel motore. «Che succede?»
«Me ne vado.»
Ha sganciato una risata secca. «Sei impazzita?»
«No. Ho chiuso il conto. Ho firmato la richiesta di separazione. La casa è in vendita.»
È uscito dalla macchina con la faccia bianca. «È per lui? Per quel ragazzo?»
Leonardo non si è mosso. Stava fermo con la chiave in mano, come se non avesse capito niente.
«È per me, Marco. Sto smettendo di pagare per una cosa che non esiste più da undici anni.»
Gli ho dato le chiavi di casa. Il mazzo era pesante, tre lucide, due arrugginite. Le ha strette nel pugno. Poi ho aperto il bagagliaio della mia vecchia Multipla e ho caricato la valigia. Il tappetino del portabagagli si è piegato, come sempre.
Leonardo mi ha raggiunto al cancello.
«Io non volevo che andassi via per me.»
«Non è per te. Tu sei stato solo il prezzo esatto.»
Non ha capito subito. Ho messo in moto e ho preso la strada per Firenze. Nell'aria c'era odore di cipressi e di pioggia lontana. Il telefono squillava. Era Marco. Poi non ha più squillato.
L'ultima cosa che ho visto nello specchietto: Leonardo che tornava verso l'officina, la chiave inglese ancora in mano, e la signora Betti che chiudeva le persiane. Il pomeriggio calava su Lucca, e io avevo diciannovemilaquattrocento euro sul conto e un biglietto del treno per un posto di cui non conoscevo il nome.







