Mi chiamo Chiara e vivo a Bari, in un appartamento al quarto piano di via Dante, con un balcone pieno di gerani rossi che guarda sul cortile. Ho sessantaquattro anni e una pensione che mi basta per arrivare alla fine del mese, se sto attenta. Non mi lamento, ma non posso permettermi di buttare via niente.
L’8 giugno è il compleanno di Marco. Marco è morto il 12 marzo di cinque anni fa, per un cuore che si è fermato senza preavviso. Io quel giorno ero al supermercato Conad a prendere il caffè che lui beveva la mattina. Il tempo di pagare, e la cassiera mi ha detto: «Signora, è già stato pagato tutto.»
Ho guardato il display: sessantatré euro e ottanta centesimi. Sessantatré e ottanta, come ogni anno da quando lui non c’è.
La prima volta ho pensato a un errore. La seconda ho chiesto alla cassiera se era sicura. La terza ho capito che qualcuno lo faceva apposta. Ogni anno, l’8 giugno, la mia spesa risultava già pagata. E non solo quella: davanti alla porta di casa trovavo anche due borse di plastica con pasta, pomodori in scatola, olio, sapone, a volte una bottiglia di vino rosso. Sempre le stesse cose. Sempre senza un biglietto.
Ho chiesto alle vicine, a mia sorella, persino al parroco. Nessuno sapeva niente. Io e Marco non avevamo figli, quindi non poteva essere un nipote. Restava solo una persona che poteva farlo. Una persona con cui non parlavo da cinque anni.
Si chiama Antonietta. È la madre di Marco. Ha ottantadue anni, vive a Madonnella, a quindici minuti a piedi da casa mia. L’ultima volta che ci siamo dette qualcosa è stato al funerale. Mi ha preso per un braccio, davanti a tutti, e mi ha detto: «Se tu lo avessi ascoltato, lui sarebbe vivo.» Io sono rimasta ferma, con il braccio stretto nella sua mano, e non ho saputo rispondere. Poi lei è andata via e non ci siamo più viste.
Per cinque anni ho pensato a quella frase. L’ho rigirata come una pietra in tasca. Era ingiusta, lo sapevo. Il medico ci aveva detto che il cuore di Marco era stanco, ma nessuno aveva previsto che si sarebbe fermato lì, in cucina, mentre si versava un bicchiere d’acqua.
Quest’anno ho deciso di sapere. Ho comprato una telecamera piccola, quarantacinque euro su internet. L’ho fissata sopra la porta, in un punto che non si nota, e l’ho collegata al telefono. Non ho dormito la notte prima dell’8 giugno.
Alle cinque e quaranta del mattino, quando il cielo sopra Bari era ancora blu scuro, qualcuno ha suonato il campanello. No, non ha suonato. Ha lasciato due borse davanti alla porta, si è chinata per appoggiarle, e se n’è andata.
Ho aperto la registrazione. Il video era in bianco e nero, ma l’ho riconosciuta subito. Era Antonietta. Aveva un impermeabile beige e il foulard in testa che le ho visto mettere tutta la vita. Con una mano reggeva una busta della spesa, con l’altra si appoggiava al muro per non perdere l’equilibrio.
Ho rivisto il video tre volte. Poi ho spento il telefono e sono rimasta seduta in cucina, con il caffè che diventava freddo.
Non ho pianto. Avevo una rabbia così fredda che mi faceva male dietro gli occhi. Dopo tutto quello che mi aveva detto, dopo cinque anni di niente, veniva di nascosto a lasciarmi la spesa? Perché? Per sentirsi in pace con se stessa? Per farmi impazzire di domande?
Ho preso il telefono e ho fatto il numero. Non lo chiamavo più da anni, ma me lo ricordavo a memoria.
«Pronto?» ha risposto una voce che non sentivo da troppo tempo.
«Sono Chiara. Ho visto il video.»
Dall’altra parte, niente. Solo il respiro.
«Sei tu, Antonietta. Tu paghi la mia spesa ogni anno. Tu lasci le borse davanti alla porta. Dimmi perché.»
Ci sono stati dieci secondi senza una parola. Poi lei ha detto: «Apro la porta. Vieni da me.»
Ho messo giù. Sono rimasta dov’ero. Poi ho infilato le scarpe e sono uscita.
A quell’ora la città si svegliava. Il bar all’angolo aveva già la saracinesca alzata, il profumo del caffè si mescolava all’umido della strada. Sulle scale ho incontrato il gatto del vicino, che miagolava. L’ho scostato con il piede e sono scesa. Ho camminato fino a Madonnella senza pensare. Davanti al portone di Antonietta mi sono fermata. Ho suonato.
Lei ha aperto subito, come se stesse aspettando. Era in vestaglia, con i capelli bianchi sciolti sulle spalle. Non mi ha abbracciata. Non mi ha toccata. Ha fatto un passo indietro e mi ha lasciato entrare.
La casa sapeva di chiuso e di cipolla. Sul tavolo c’era un telefono vecchio, con i tasti grandi.
«Perché?» ho chiesto ancora.
Antonietta si è seduta. Ha preso il telefono, ha schiacciato un tasto. È partita una registrazione.
Era la voce di Marco. Mi si è svuotata la testa. Era lui, con quel tono un po’ stanco che aveva la sera.
«Mamma, se mi succede qualcosa, prenditi cura di Chiara. Non lasciarla sola. Lo so, non te lo chiederei se non fosse importante. Ma ho paura per lei. E tu sei l’unica che può capire.»
La registrazione si è interrotta. Antonietta ha rimesso il telefono sul tavolo, con la mano che tremava.
«Me l’ha lasciata due giorni prima di morire. Io… io gli avevo promesso. Ma al funerale ho detto quella cosa orribile. Non riuscivo più a guardarti. Così ho fatto l’unica cosa che sapevo fare: pagare la spesa, lasciare le borse, e andarmene prima che tu aprissi.»
Sono rimasta in piedi, con la schiena contro il muro. Volevo urlarle contro. Volevo dirle che cinque anni di silenzio non si cancellano con una busta di pasta. Ma guardavo quel telefono e pensavo a Marco. Lui le aveva chiesto di occuparsi di me. E lei, anche se nel modo sbagliato, lo aveva fatto.
«Avresti potuto dirmelo prima,» ho detto. «Avresti potuto suonare il campanello e basta.»
«Avevo paura che non mi avresti aperto.»
Non ho risposto subito. Poi ho fatto una cosa che non avevo previsto. Mi sono seduta accanto a lei e ho preso il telefono.
«Fammela sentire un’altra volta.»
Abbiamo ascoltato insieme. Tre volte. Poi io ho pianto. Non singhiozzavo, solo lacrime che scendevano. Antonietta mi ha passato un fazzoletto di stoffa, di quelli stirati che teneva in un cassetto.
«Vieni a casa mia stasera,» ho detto. «Non lasciarmi più niente davanti alla porta. Vieni dentro. Beviamo un caffè.»
Lei mi ha guardato. Non ha detto niente, ma ho visto il suo mento muoversi come per dire sì.
Quella sera Antonietta è arrivata alle sette. Aveva una borsa con due cannoli che aveva preparato. Io avevo apparecchiato per due, con le tazze buone.
Abbiamo mangiato i cannoli senza dire niente. Poi Antonietta mi ha raccontato di Marco da bambino, di quando si nascondeva sotto il tavolo. Io le ho raccontato di quando lui portava il caffè a letto la domenica. Abbiamo riso. Abbiamo pianto. Era strano, ma non sbagliato.
Prima che andasse via, sono andata in corridoio, ho aperto il cassetto dell’ingresso e ho preso una chiave. Non so perché non l’avevo mai fatto. Forse perché tenevo il lutto come una porta chiusa.
«Tieni,» le ho detto, mettendogliela in mano. «Questa è la tua. Non voglio più trovarti la spesa davanti alla porta. Voglio che suoni e che entri. E se un giorno non vuoi venire, non importa. Ma la chiave resta tua.»
Antonietta l’ha stretta nel pugno. Non ha detto niente. Se n’è andata con il suo impermeabile beige.
Il giorno dopo, ho trovato la stessa chiave nella cassetta della posta. Pensavo di aver sbagliato tutto. Poi ho visto che c’era un biglietto: «Non mi serve una chiave. Mi basta che tu apra la porta.»
Ho riso. Ho pianto. Poi ho alzato il telefono e l’ho chiamata.
Oggi è passato un anno. L’8 giugno scorso Antonietta ha suonato il campanello. Non aveva borse. Aveva solo una torta fatta in casa. E io ho aperto.







