La cucina che mi sono ripresa

Dodicimila euro. Tanto mi era costata quella cucina. Compresa la piastrellatura, il piano in finto marmo e la cappa che Marco aveva montato una domenica di novembre.

Non era solo una questione di soldi. Ci avevo messo tre anni di straordinari al panificio, le mani gonfie per l'impasto, i risparmi che dovevano servire per la macchina nuova. E invece li avevo mescolati alla colla per piastrelle.

La signora Rosa, mia suocera, non metteva piede in Italia da undici anni. Undici. Da quando Leonardo aveva tre mesi. Lavorava in Germania, badante notturna in una casa di riposo ad Augsburg. Ogni tanto mandava cinquecento euro con la posta, e una foto del suo monolocale, sempre uguale.

Io e Marco vivevamo nella sua casa a Bari Vecchia, tre piani senza ascensore, il bagno stretto, il balcone che dava su via delle Crociate. Lei aveva detto: «Tu sei la padrona, comanda tu.» E io, da brava cretina, ci avevo creduto.

Quando Marco mi ha chiamato e ha detto «Mamma torna, domani mattina alle dieci», ho sentito il caffè andarmi di traverso. Poi ho ripreso fiato e ho cominciato a pulire. Ho lavato le fughe della cucina con uno spazzolino da denti. Ho passato l'aceto sui vetri, ho stirato le tende. Sono andata al mercato di via Napoli, ho preso polpo, olive, un pezzo di parmigiano, una bottiglia di primitivo. Ho fatto le orecchiette a mano, come mi aveva insegnato mia nonna.

Alle quattro di notte mi sono addormentata sulla sedia, con un asciugamano in testa. Mi ha svegliato Marco col clacson.

La signora Rosa è scesa dal treno con due valigie enormi. Appena mi ha vista, ha aperto le braccia. «Kja, Kja!» Ha pianto sulla mia spalla. Mi ha detto che pregava per me ogni sera. «Dio mi ha mandato una nuora d'oro.»

Io mi sono sciolta. Le ho preparato la sua stanza, con lenzuola nuove, un accappatoio color crema. Lei l'ha aperta, ha visto il letto rifatto, i suoi santini sul comodino, e ha pianto ancora. Mi ha abbracciato forte. Marco è scappato in cucina, si vergognava delle lacrime.

Per una settimana è stata l'idilli. Lei girava per casa con le pantofole, raccontava della Germania, dei vecchi che accudiva, delle salsicce che mangiava. Ha giocato con Leonardo, gli ha regalato un trenino di legno. Io pensavo: «Le amiche si sbagliavano. Rosa è una brava donna.»

Poi è cambiato tutto. Un martedì mattina, mentre facevo la spesa, lei ha spostato le mie piante dal balcone. «Queste non respirano, stanno meglio in cucina.» La sera ha detto che il mio sugo era troppo salato. Mi ha chiesto quanto costava la bolletta della luce, e ha scosso la testa. «Mio figlio lavora troppo per buttare i soldi in corrente.»

Io stringevo i denti. Lavavo i piatti due volte, passavo la scopa anche quando non ce n'era bisogno. Ma la paura cresceva, quella che avevo undici anni prima, quando ero entrata in quella casa come una sconosciuta.

La domenica dopo pranzo, Rosa ha messo sul tavolo una busta. «Kja, dobbiamo parlare.»

Dentro c'era la proposta di un'agenzia immobiliare. Voleva vendere la casa. «Mi servono i soldi per l'anca. L'intervento in clinica costa ventimila euro. La casa vale novantamila.»

Io sono rimasta con il cucchiaio a mezz'aria. Novantamila. La mia cucina, il mio bagno nuovo, le piastrelle che avevo scelto io. Tutto venduto.

«E noi?» ho chiesto.

Lei ha bevuto un sorso d'acqua. «Voi siete giovani. Trovate un affitto. Io ho lavorato undici anni per questa casa. È mia.»

Mia. La parola mi ha colpita come una porta sbattuta. Undici anni. Anche io avevo lavorato, ma in un'altra direzione. Avevo speso dodicimila euro in quella cucina. E non avevo ricevuta, perché i lavori li aveva fatti un vicino, pagato in contanti.

Sono andata in camera, ho aperto il cassetto. Ho tirato fuori il quaderno dove segnavo le spese. Cucina: 12.000. Piastrelle: 1.800. Elettrodomestici: 2.300. Cappa: 400. Tutto annotato con la mia calligrafia storta.

Marco mi ha detto: «Non litigare con mamma. Tanto la casa non è nostra.»

Io non ho litigato. Ho aspettato che lei uscisse per andare dal notaio. Poi ho chiamato il camion. Ho chiamato gli zii di mio marito, due fratelli che facevano traslochi. Ho pagato ottocento euro in contanti.

Quando Rosa è tornata, la cucina era vuota. Il lavello era rimasto attaccato al muro, ma le ante, il piano, il forno, il frigorifero, la lavastoviglie erano spariti. Sul pavimento c'erano briciole e un piatto rotto.

Lei ha aperto la porta e ha urlato. Non una parola, un urlo. Poi ha visto me, con la borsa in spalla.

«Cosa hai fatto?»

«Ho ripreso i miei soldi. Dodici mila euro. La cucina era la mia parte.»

Lei si è appoggiata allo stipite, con la faccia bianca. «Marco ti manderà via.»

«Marco sa. Ha firmato il contratto con i traslocatori.»

Le ho messo le chiavi sul davanzale. Due chiavi, una con il nastro rosso, l'altra con quello blu. «La casa è tua. L'anca è tua. Ma la cucina era mia.»

Sono uscita. Sul pianerottolo c'era la signora Concetta, la vicina del terzo piano, con il suo cane bastardo. Mi ha guardata e ha fatto il segno della croce. Io sono scesa le scale senza voltarmi.

Ho preso l'autobus per il quartiere nuovo. Seduta, con il biglietto da un euro e trenta, ho contato le fermate. Dodici. Come i miei dodicimila euro.

Il telefono ha vibrato. Era Marco. Non ho risposto.

La città scorreva fuori dal finestrino. Il mare era grigio, i panni stesi sui balconi. Ho chiuso gli occhi e ho sentito l'odore del detersivo, quello buono, che usavo per le tende.

Non ho pianto. Avevo le mani che sapevano di aceto e di polvere. E nella borsa, il quaderno con i conti, ben sistemato, come una cambiale in scadenza.

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