Erano quasi le sette di sera e la pioggia non dava tregua. Nina era seduta davanti alla porta a vetri da tre ore, immobile come una statua di sale. Ogni volta che qualcuno passava sul marciapiede bagnato, rizzava le orecchie e alzava il muso. Io piegavo asciugamani dietro il bancone e non riuscivo a smettere di guardarla. Fuori, il vecchio delle caldarroste all’angolo aveva acceso il fuoco sotto la tettoia e il fumo si mescolava all’odore di pioggia. Il tram numero 14 passò rombando e il suono del campanello mi fece sobbalzare.
L’uomo era arrivato alle undici. Sulla quarantina, giacca blu, scarpe da ginnastica pulite. Aveva posato trenta euro sul bancone e aveva detto: «Un bagno, una spuntatina, asciugatura. Passo più tardi. Tra un’ora, un’ora e mezza.» Poi aveva guardato l’orologio al polso e se n’era andato senza voltarsi. Io avevo preso Nina in braccio. Tremava, ma non si era divincolata. L’avevo lavata con shampoo alla mandorla, l’avevo asciugata con il phon, spazzolata. Le parlavo come si fa con i bambini: «Brava, stai buona, guarda come diventi bella.» Dopo un po’ si era rilassata, aveva chiuso gli occhi mentre le pettinavo le zampe. Quando l’avevo messa a terra, si era scrollata e aveva guardato intorno. Cercava lui. Non l’aveva trovato. Era andata alla porta e si era seduta, il muso contro il vetro.
Le prime due ore non mi ero preoccupata. Capita: traffico, lavoro, dimenticanze. Ma alla terza ora avevo preso il foglietto con il numero che aveva lasciato. Avevo composto. La voce automatica aveva detto: «Il numero non è attivo.» Avevo riprovato, controllando ogni cifra. Stessa voce. Stessa sentenza. E lì avevo capito: non era nel traffico. L’aveva lasciata lì. Aveva pagato per il bagno e l’aveva buttata via come una cosa vecchia. Mi era rimasto in bocca un sapore di plastica, come il caffè annacquato dal distributore all’angolo.
Nina stava ancora lì, davanti alla porta. Non piagnucolava, non graffiava il vetro. Aspettava. E questo era il peggio. Perché chi aspetta così crede ancora che se ti hanno portato, ti vengono a riprendere. Se hanno detto «più tardi», vuol dire «più tardi», non «mai».
Ho chiamato il canile. Mi hanno risposto che erano pieni, che non potevano prendere un’altra cane prima di quindici giorni. Ho attaccato. Poi ho guardato Nina, le sue zampe appena toelettate, il muso schiacciato contro il vetro, e ho detto a Lorena, la mia collega: «Me la porto a casa.»
Lei non ha discusso. È andata nel retro e mi ha portato un vecchio collare. «Ricordati di cambiare il microchip,» ha detto.
Quella sera ho chiamato la clinica veterinaria. Appuntamento per l’indomani. Il giorno dopo, finito il turno, ho portato Nina alla clinica. Visita, vaccino, microchip. Ho pagato 38 euro e 50 centesimi. Alla reception ho compilato il modulo: «Proprietaria: Anna Rossi, via San Donato 12, Bologna.» Il cane è stato registrato con il suo vecchio nome, Nina. Ma io avevo già cominciato a chiamarla Bianca, perché dopo la toelettatura era bianca come la neve.
Una settimana dopo, quando ormai avevo quasi dimenticato quell’uomo, lui è entrato in negozio. Ero da sola. Bianca stava sdraiata ai miei piedi, su un asciugamano che avevo messo per terra. Lui l’ha vista e ha detto: «Ah, eccoti. Avevo detto che passavo più tardi. Mi sono incasinato, scusa. Dai, dammela.»
Non mi sono alzata. «Più tardi non è una settimana,» ho detto.
Lui non capiva. «Beh, sono qui adesso. Dammi il cane.»
Ho aperto il cassetto, ho tirato fuori una cartellina, l’ho appoggiata sul bancone. «Si chiama Bianca. Ha un microchip nuovo. La proprietaria sono io. Ecco i documenti, ecco la ricevuta: 38 euro e 50 centesimi. Puoi guardare.»
Lui ha preso il foglio, lo ha letto, poi lo ha posato. «Questo è illegale,» ha detto.
«È legale,» ho detto chiudendo la cartellina. «Puoi fare causa se vuoi. Ma io non te la do.»
È rimasto lì, a spostare il peso da un piede all’altro. Poi ha provato a chiamarla: «Nina, vieni qui.» Lei non si è mossa. Non ha nemmeno alzato il muso. Lui ha guardato me, poi di nuovo il foglio, poi ha preso il telefono dalla tasca come se volesse chiamare qualcuno. Ma non ha chiamato nessuno. Alla fine si è girato ed è uscito. La porta a vetri si è chiusa con un tonfo. Bianca ha alzato appena le orecchie, poi ha appoggiato di nuovo il muso sulla mia gamba.
L’ho accarezzata sulla schiena. Il giorno dopo le ho comprato un guinzaglio nuovo, rosso, con la fibbia d’argento. Quello vecchio, quello che aveva lasciato lui, l’ho buttato nel cestino. Non mi è dispiaciuto.







