Il portavivande rosso sul muretto

Il giorno dopo il funerale di mia madre ho tirato fuori dal pensile il portavivande rosso. L'ho riempito con la zuppa di cicoria e fagioli rimasta nella pentola coperta da un piatto. Il coperchio faceva ancora quel rumore secco, quello che ho sentito ogni sera per ventidue anni.

Nel cortile dietro casa il gatto dei vicini, Nino, dormiva sullo scalino e non ha mosso un orecchio. La baracca in fondo era vuota. Teli e assi erano al loro posto, ma il materasso stava arrotolato contro la rete. Per ventidue anni non era mai mancato. Quel pomeriggio sì.

Lui era poco più in là, accanto a una Toyota RAV4 grigia. Cappotto blu, capelli pettinati. In mano teneva il medaglione d'argento ammaccato con l'effigie di San Nicola che mia madre diceva di aver perso quando aveva otto anni. L'avevo cercato mille volte da bambina nei cassetti della cucina.

«Come ce l'hai?» ho chiesto.

«L'ho dato io a Teresa quando aveva otto anni. Perché non si sentisse sola.» Cosimo mi ha teso la mano aperta. «Non sono un estraneo, Chiara. Sono tuo zio.»

Da bambina non lo sapevo. Io lo chiamavo «quello del muretto». Mia madre cucinava per tre. Due piatti finivano sul tavolo di formica, il terzo nel portavivande rosso. La porzione più grande era la sua. E io odiavo ogni cucchiata di minestra rimasta in casa.

Abitavamo in via della Lira, a Bari, due stanze in affitto con la muffa dietro il frigorifero. Le mie scarpe da ginnastica erano tenute insieme con lo spago da cucina. Io avevo due felpe, una per la scuola e una per casa. Lui riceveva il pasto più caldo, sempre con l'olio nuovo, sempre con il pane sotto il tovagliolo.

Quando protestavo, mamma impallidiva. «Non è solo una persona.» Poi metteva il portavivande sul muretto e chiudeva la porta. Non rispondeva più. Rimanevo in cucina con il rumore del coperchio che scattava.

Il giorno del funerale ho scoperto il perché. Dopo la sepoltura, Cosimo mi ha raccontato tutto. A diciassette anni aveva venduto una spilla d'argento di nostra cugina a un compro oro di via Manzoni. Non per vizio. L'inverno in campagna era stato durissimo e le sorelle più piccole dormivano sotto i cappotti. Con quei soldi aveva comprato tre coperte e un sacco di carbone.

La famiglia lo cacciò. Ettore, il fratello maggiore, fece credere a tutti che fosse un ladro. Si prese l'oleificio e la casa in via Loseto. Cosimo finì prima sotto un ponte a Picone, poi in baracche diverse. Quando mamma lo ritrovò, lui dormiva su una panchina vicino al porto.

Mamma si sentì in colpa per anni. Poi Ettore la minacciò. Le disse che se avesse portato quel «relitto pericoloso» in casa, avrebbe chiamato il tribunale dei minori e avrebbe raccontato che lei, vedova e con una bambina, frequentava un vagabondo. Le avrebbero tolto l'affido in quarantotto ore. Così mamma fece l'unica cosa che le sembrava possibile: lo tenne fuori, dietro il muretto, e lo nutrì in segreto.

Ho saputo il resto da una scatola azzurra. L'ho trovata il giorno dopo il funerale, dietro i barattoli di passata, in un armadio della cucina. Conteneva lettere piegate in quattro e una busta intestata dell'oleificio Ettore Fracasso. Una lettera diceva, con la sua scrittura alta e stretta: «Se Cosimo si avvicina a tua figlia, informo l'assistente sociale e in due giorni la bambina finisce in comunità.»

Ho riletto quella frase tre volte. Poi ho sentito la porta di casa aprirsi. Ettore era entrato con il suo mazzo di chiavi. Zia Clara si era fermata in corridoio con la borsa al polso.

«Vengo a prendere le foto della nonna e l'orologio a pendolo», ha detto.

Ha cominciato ad aprire i cassetti del comò. Ho spinto il primo cassetto con il fianco.

«Esci.»

«Non fare la difficile, Chiara. Sono io che ho pagato il funerale.»

«Esci o leggo la lettera a voce alta.»

Ettore ha allungato una mano verso la scatola azzurra. Ho fatto un passo indietro e l'ho aperta. Ho letto la frase con la data: undici marzo di ventidue anni fa.

«Per ventidue anni ti sei tenuto l'oleificio, la casa al mare e la reputazione. Mia madre ti ha lasciato credere di aver vinto. Io no.»

Zia Clara ha posato la borsa sul tavolino. «Sapevi tutto, Ettore?»

Lui stava stringendo le fotografie. Le ha lasciate cadere. Si sono sparse sul pavimento, accanto al frigorifero con la muffa. Zia Clara è andata verso la porta. Non lo ha più toccato.

Ettore ha provato a ridere. «Quell'uomo è un ladro.»

«Quell'uomo a diciassette anni ha venduto una spilla per comprare le coperte. Tu a trentadue hai fatto firmare a nonna una procura mentre era in ospedale. Io ho trovato anche quella.»

Non sapevo se era vero fino in fondo. Ma Ettore ha smesso di ridere. Ha raccolto la sua giacca e se n'è andato. Sul pianerottolo ha urlato qualcosa che non ho voluto sentire.

Quella sera ho chiamato Cosimo. Era ancora in strada, dietro la Toyota. «Stasera mangi qui.»

Lui ha messo le mani in tasca. «Fuori va benissimo.»

«No.»

Ho preso due piatti fondi dalla credenza. Ho riempito due mestoli di zuppa. Ho messo il medaglione di San Nicola accanto al suo piatto. Cosimo è rimasto sulla soglia, con il cappotto addosso, come chi non sa più come si entra in una casa.

Gli ho tolto il cappotto e l'ho appeso al chiodo.

«Hai una casa, zio.»

Mentre mangiava, ho chiamato il fabbro in via dei Ricamatori. «Mi cambi il cilindro della porta. Oggi.» Mi è arrivato in due ore con una cassetta metallica. Ha smontato il vecchio cilindro con due giri di cacciavite. Ha montato un cilindro europeo nuovo. Mi ha dato tre chiavi. Una l'ho infilata nel portachiavi rosso di mia madre e l'ho messa accanto al piatto di Cosimo. Le altre due nella scatola azzurra.

Dopo un'ora abbiamo sentito bussare. Ettore era tornato. Aveva ancora il suo mazzo di chiavi. Dalla cucina sentivo la chiave grattare nel cilindro. Girava nel metallo, senza scattare. Ha suonato due volte.

Non ho aperto. Mi sono avvicinata alla porta, ho avvicinato la bocca al legno.

«Hai sbagliato porta, Ettore.»

Poi ho tolto dal pomello la targhetta con su scritto Ettore Fracasso e l'ho buttata nell'umido. Cosimo ha alzato il piatto e ha bevuto l'ultimo cucchiaio di brodo, come se ventidue anni fossero appena finiti lì, in quel gesto.

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Il portavivande rosso sul muretto