Non ero solo una tata

Lunedì mattina, alle sei e dieci, ho infilato il termometro sotto l'ascella. Non serviva quasi: sentivo la gola come carta vetrata e le gambe non volevano saperne di reggere il mio peso. Trentotto e cinque. Fissavo il display e mi ripetevo che era solo un'influenza, roba da due giorni. Ma nella testa mi martellava un'altra cosa: come faccio con i bambini?

Da tre anni, ogni pomeriggio alle due e mezza chiudevo la porta del mio appartamento in via San Donato, a Bologna, prendevo il bus 11 e andavo a prendere Leonardo e Tommaso a scuola. Poi si faceva merenda, compiti, giochi in cucina. Mia figlia Chiara e suo marito Filippo tornavano dal lavoro verso le sette, otto, a volte anche le nove. Loro dicevano sempre «grazie, mamma» e io lavavo i piatti, preparavo lo zaino per il giorno dopo e finalmente sedevo in salotto con una tazza di tè.

Adriana Bartoli, sessantaquattro anni, vedova, ex farmacista. Ventotto anni dietro il bancone della farmacia in via Marconi, poi la pensione e il trasloco in cucina. Ai fornelli, con i compiti di matematica e i litigi dei nipoti. Nessun giorno libero.

Non che me ne lagnassi: mi ero proposta io. Quando Chiara era tornata al lavoro dopo il secondo figlio, Filippo mi aveva guardato con gli occhi calmi, come faceva suo padre a suo tempo, e aveva detto: «Mamma, non ce la facciamo con due bambini all'asilo e al doposcuola, e non possiamo permetterci una babysitter». Cosa potevo rispondere? «No»? A mia figlia e a suo marito? Così avevo detto «sì». E per tre anni non mi ero mai tirata indietro. Fino a quel lunedì.

Avevo tentato di alzarmi alle cinque, ma la schiena si era bloccata. Due coperte non bastavano, tremavo come una foglia. Il termometro aveva segnato trentotto e cinque. Allora ho preso il telefono e ho scritto a Chiara. Ho cancellato il messaggio tre volte. Come se dovessi scusarmi. Come se chiedere aiuto fosse una colpa.

«Chiara, scusa, ma ho la febbre. In tre anni non mi era mai successo di non riuscire a prendere i bambini. Mi dispiace davvero.»

Ho inviato e ho aspettato. Un minuto. Due. Tre. Immaginavo Chiara che leggeva, alzava un sopracciglio, diceva a Filippo: «Ecco, mia madre si è beccata l'influenza. E io ho la riunione alle nove». Immaginavo il telefono che restava muto più del dovuto.

La risposta è arrivata dopo cinque minuti. Corta: «Ok, non ti preoccupare. Ti chiamo dopo.» Niente «guarisci presto», niente «forse ce la fai». Ho messo il telefono sul comodino, mi sono coperta con il piumino e mi sono detta che era esattamente quello che mi aspettavo. Perché ero utile come un paio di braccia per badare ai bambini, non come una persona con la febbre. Mi sono addormentata con quel pensiero.

Mi ha svegliato il campanello. Le sette e tre minuti — ho guardato la sveglia senza capire. Mi sono trascinata fuori dal letto, ho indossato la vestaglia e ho aperto. Sul pianerottolo c'era Filippo. Leonardo gli teneva la mano, Tommaso stringeva una busta di plastica grande quasi quanto lui. Filippo aveva la giacca da lavoro buttata sopra il pigiama: non si era nemmeno cambiato.

«Ho comprato vitamina C e sciroppo per la gola», ha detto, entrando senza chiedere permesso. «Tommaso, metti la busta in cucina. Leonardo, togliti le scarpe.»

Io stavo lì, in vestaglia e pantofole, con il naso rosso come un peperone, e non sapevo cosa dire. Filippo intanto ha acceso il fuoco sotto il bollitore, ha tirato fuori dalla busta miele, limone, vitamina C effervescente, sciroppo e — i miei biscotti preferiti. I cantucci con le mandorle.

«Come facevi a saperlo?», ho chiesto, indicando i biscotti.

Filippo ha aperto il pacchetto e me ne ha allungato uno. «Me l'ha detto Leonardo. Dice che la nonna gliene dà sempre uno dopo merenda, ma di nascosto, così Tommaso non se ne accorge.»

Leonardo era fermo sulla porta della cucina e mi guardava con la faccia da colpevole. Mi è scappato un colpo di tosse, ma in realtà stavo ridendo.

«Mettiti a letto», ha detto Filippo con un tono che non gli avevo mai sentito. Deciso, ma morbido. «Ci penso io.»

«Filippo, davvero non serve…»

«Serve. Tre anni non hai mai saltato un giorno. Nemmeno quando hai avuto l'artrosi a marzo: sei venuta lo stesso e hai cucinato. Pensi che non ce ne siamo accorti?»

Mi ha aiutato a infilarmi sotto le coperte, come faccio io con Leonardo. Dalla cucina sentivo Filippo che preparava la colazione ai bambini: il tintinnio delle tazze, la voce di Leonardo, Tommaso che diceva «piano, la nonna dorme». Poi Filippo che parlava a voce bassa, lo sportello del frigo che si apriva e chiudeva.

Dopo venti minuti è entrato con un vassoio. Tè al limone, due fette di pane tostato, un bicchiere con la vitamina C sciolta. «I bambini vogliono salutarti», ha detto.

Sono entrati in punta di piedi, come in ospedale. Leonardo ha poggiato sul letto un disegno: la nonna a letto, un sole giallo enorme e la scritta «guarisci presto nonna» con tre punti esclamativi e un cuore. Tommaso, otto anni, stava con le mani in tasca e ha detto soltanto: «Nonna, oggi torno da scuola da solo, non devi preoccuparti».

Mi guardava come un uomo adulto.

Quando sono usciti, Filippo è rimasto ancora dieci minuti. Ha lavato i piatti, ha lasciato sul tavolo un biglietto: «C'è il brodo in pentola — scaldalo a fuoco basso. Ti chiamo stasera. Non alzarti.»

Sono rimasta nell'appartamento vuoto, con il disegno di Leonardo sul letto e l'odore di limone nell'aria. Ho pianto. Non di tristezza. Di qualcosa per cui non ho una parola giusta. Forse sollievo. Forse sorpresa.

Per tre anni ero convinta che il mio ruolo in quella famiglia fosse essere affidabile. Che finché ero utile, mi volevano bene. E che appena non ce l'avessi più fatta, sarei diventata un peso.

Invece Filippo sapeva dei biscotti. Leonardo ricordava la mia artrosi. Tommaso disegnava soli quando la nonna stava male.

La sera Filippo ha chiamato, come promesso. Ha chiesto della febbre, della gola, se avevo mangiato il brodo. Poi ha detto una frase che mi porto ancora dentro: «Adriana, io so che tu pensi di servirci per badare ai bambini. Ma voglio che tu lo sappia: i bambini hanno bisogno della nonna. C'è differenza.»

Non ho risposto. Avevo un groppo in gola, e questa volta non era l'influenza.

Il martedì la febbre è scesa. Il mercoledì volevo già andare a prendere i bambini, ma Chiara ha scritto: «Un altro giorno per te. Per favore.» Giovedì sono tornata a scuola. Ho aperto il portone e ho visto Leonardo che mi correva incontro come se non mi vedesse da un mese.

Da quel lunedì sono passate tre settimane. Vado ancora a prendere i bambini, cucino, preparo la cena. Ma è cambiato qualcosa nel modo in cui mi muovo in casa. Ora so che se misuro trentotto e cinque, posso scriverlo. Nessuno penserà che sono un peso.

E poi, due giorni fa, ho fatto una cosa che per tre anni avevo rimandato. Sono andata al centro sociale di via Clavature, quello con le lezioni di storia dell'arte per pensionati. Mi sono iscritta al corso del martedì pomeriggio, dalle diciassette alle diciannove. Ho compilato il modulo, ho pagato centosessanta euro alla cassa, ho ritirato la ricevuta.

Martedì prossimo, quando Chiara mi chiederà se vado a prendere i bambini come sempre, le mostrerò quella ricevuta. Le dirò: «Il martedì non posso. Dalle cinque alle sette ho lezione.»

E non mi sembrerà più di chiedere permesso.

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Non ero solo una tata