Maurizio lo disse giovedì sera, poco dopo le nove, mentre Elena raccoglieva i piatti dalla tavola. Era seduto al suo posto, con la schiena appoggiata alla sedia, e faceva roteare uno stuzzicadenti tra le dita. Aveva quel tono da uomo che ha già pensato a tutto, che sta per fare un annuncio importante ma non vuole darlo a vedere.
— Io il divorzio non lo voglio. Voglio solo che tutti e due abbiamo un po’ più di spazio.
Elena portò le stoviglie accanto al lavello e aprì l’acqua.
— Cosa intendi per spazio?
— Be’, siamo adulti. Quindici anni insieme. Potremmo smetterla di soffocarci con tutti questi obblighi. Ognuno esce con chi vuole, vive come gli pare, nessuno controlla l’altro.
Lo disse con leggerezza, quasi con noncuranza. Come quando anni prima le aveva proposto di cambiare meta per le vacanze, da Ragusa a Gallipoli, tanto per provare. Elena chiuse il rubinetto, si asciugò le mani con lo strofinaccio appeso al gancio e si voltò. Si appoggiò con il fianco al bordo del lavello.
— Quindi stai proponendo una coppia aperta.
— Sto proponendo di vivere meglio tutti e due.
— E a casa? Cosa cambia a casa?
— A casa resta tutto uguale. Perché cambiare quello che già funziona?
Sorrise, mostrando i denti. Elena notò per la prima volta dopo anni quel sorriso compiaciuto, da uomo che crede di aver trovato la soluzione perfetta. Come se avesse appena chiuso un affare vantaggioso.
— Va bene, — disse Elena.
Maurizio sbatté le palpebre.
— Va bene?
— Sì. Hai ragione. Siamo adulti.
Si tolse il grembiule, lo appese al solito gancio accanto ai fornelli e uscì dalla cucina. Lui rimase seduto ancora qualche minuto, a elaborare la vittoria troppo facile. Poi si versò un bicchiere di vino bianco, andò in salotto e accese la televisione.
La mattina dopo non successe niente di strano. Elena si alzò come sempre prima di lui, accese la moka, preparò il caffè e mise sul tavolo due fette biscottate con la marmellata di arance. Posò sulla spalliera della sedia una camicia azzurra stirata di fresco.
Maurizio fece colazione, scorse il telefono e si sentì moderno, intelligente, quasi generoso. In ufficio, durante la pausa caffè, lo raccontò a Marco, il collega della scrivania accanto.
— Insomma, io ed Elena abbiamo deciso di darci più spazio.
Marco lo guardò in quel modo strano che usano le persone prima di dire qualcosa di sgradevole. Ma non disse niente. Chiese soltanto:
— E lei ha accettato così?
— Subito. Nessuna scena. Ne abbiamo parlato da persone adulte.
— Mah, — fece Marco, e tornò a fissare il monitor.
Maurizio pensò che il collega fosse invidioso. La moglie di Marco lo chiamava in continuazione: dove sei, a che ora torni, che cosa compro al supermercato, hai preso le pastiglie per la pressione. Invece tra lui ed Elena adesso sarebbe stato tutto civile. Niente gelosie, niente controlli. Vera libertà.
Sabato mattina, alle otto e mezza, Elena lo svegliò.
— Vado da Giulia, in campagna.
Maurizio si sollevò su un gomito, gli occhi ancora chiusi.
— E quando torni?
— Domani sera. Forse lunedì.
Si svegliò del tutto.
— E la cena?
— Niente. In frigo ci sono uova e verdure. Ti fai una frittata.
— Aspetta. E le camicie? Lunedì ho una riunione importante.
— Sono in tintoria. La ricevuta è sul mobile all’ingresso. Vai a ritirarle tu. Oggi chiudono alle diciotto.
Elena parlava con voce normale, infilava il braccio nella borsa. Fu in quel momento che Maurizio sentì un leggero fastidio allo stomaco. Come quando leggi un contratto e scopri all’improvviso una clausola in piccolo.
— Un momento. Avevamo detto che a casa restava tutto com’era!
Elena si fermò sulla porta. Si sistemò la tracolla della borsa e lo guardò con calma. Quasi con gentilezza, come si guarda qualcuno che ha detto una cosa buffa senza rendersene conto.
— Avevamo detto che siamo liberi. E le persone libere decidono da sole dove passare il fine settimana. E si ritirano le camicie da sole, caro.
Uscì chiudendo la porta senza sbatterla. Nell’appartamento scese un silenzio strano, tanto che Maurizio sentì il gocciolio del rubinetto della cucina. Rimase seduto sul letto per un po’, poi si alzò e andò a farsi il caffè.
A mezzogiorno aveva già finito le uova e il pane era diventato duro. Provò a farsi una frittata, ma venne fuori una massa molle e unta. La lasciò nel piatto e decise di scaldare una pizza surgelata. Il forno fece i capricci: sopra si bruciò, dentro rimase fredda.
Nel pomeriggio cercò la tintoria. La ricevuta indicava via Marconi 23, ma lui non ricordava nemmeno dove fosse. Ci mise mezz’ora buona, guidando in tondo tra le vie del centro. Quando arrivò, mancavano venti minuti alla chiusura. La signora dietro il bancone lo guardò con sospetto.
— È la prima volta che viene lei, vero?
— Mia moglie è fuori città, — rispose Maurizio, come se fosse una giustificazione.
Tornato a casa, appese le camicie nello armadio e andò in cucina. Il lavello era pieno di piatti. Restò a fissarlo per qualche secondo, come uno studente davanti a un’equazione impossibile. Poi cominciò a lavare. Ruppe un bicchiere, si tagliò un dito, cercò i cerotti per mezz’ora. Quando finalmente si sedette, era buio.
Scrisse a Elena: «Come stai?»
La risposta arrivò tre ore dopo: «Bene.»
Lesse quella parola tre volte. Ogni volta gli sembrava più lontana.
Domenica mattina si svegliò con fame. Di domenica Elena preparava quasi sempre le crêpes, o almeno così gli pareva di ricordare. Il profumo di burro e zucchero riempiva la casa. Adesso non c’era niente, solo l’odore del detersivo misto al fumo della pizza bruciata del giorno prima.
Aprì il frigorifero: vuoto. Solo un barattolo di olive, un pezzo di parmigiano secco e un contenitore con una cosa che non riconobbe. Andò al supermercato sotto casa. Comprò pane in cassetta, prosciutto, una lasagna pronta e una bottiglia d’aranciata.
La lasagna venne fuori anche peggio della pizza. La mangiò lo stesso, in piedi davanti al lavello, per non sporcare altro. Poi riscrisse a Elena.
«A che ora torni?»
«Non lo so. Sono libera, no?»
Posò il telefono. In cucina il pavimento si era riempito di briciole. Sul fornello c’era una chiazza di sugo rappreso. Lo strofinaccio era per terra, già puzzava. Andò in bagno, si sciacquò la faccia e si guardò allo specchio. Aveva i capelli sporchi, la barba di due giorni e una macchia di sugo sulla maglietta.
Alle otto di sera Elena tornò. Entrò, appoggiò la borsa vicino all’attaccapanni e si fermò sulla soglia della cucina. Lo sguardo le andò dalla pila di piatti nel lavello alla confezione aperta della lasagna, alle briciole sul pavimento.
— Ciao, — disse Maurizio, alzandosi dal divano.
— Ciao.
— Hai cenato?
— Sì, da Giulia.
La seguì in cucina. Elena si sedette, unica sedia libera, e intrecciò le dita.
— Maurizio, dobbiamo parlare.
— Lo so. Ho pensato che… la storia dello spazio era una stupidaggine.
— Perché?
— Perché stavo meglio prima. Non voglio nessuna coppia aperta.
Elena lo guardò. Non c’era rabbia, solo una stanchezza antica.
— Ti sei reso conto che in due giorni non sai scaldare una lasagna, non sai dov’è la tintoria e non sai che la camicia azzurra che volevi mettere lunedì è ancora lì, non stirata.
— Non sono abituato, tutto qui.
— Appunto. Per quindici anni non sei abituato. Perché c’ero io. E tu hai pensato di poter aggiungere anche la libertà, senza rinunciare a niente. Io dovevo continuare a stirare, cucinare, pulire, e tu andavi a farti i fatti tuoi.
Maurizio abbassò la testa.
— Non ci avevo pensato.
— Esattamente. Non ci hai pensato per quindici anni. E adesso?
— Adesso voglio sistemare tutto.
Elena si alzò, andò verso la porta e si voltò.
— Non puoi sistemare tutto con una frase. Devi dimostrarlo. E io ti do due settimane. Due settimane per capire se sei qui perché mi ami o perché hai paura di non avere più la camicia stirata.
Fece per uscire, poi si fermò.
— Ah, una cosa. Da domani la spesa la fai tu. E il bucato. Io preparo la cena lunedì e basta. Il resto lo fai tu.
Maurizio annuì piano, senza alzare gli occhi.
Lunedì sera tornò a casa con tre buste della spesa. Aveva comprato pollo, patate, aglio, insalata. Elena lo guardò strano.
— Cosa vuoi fare?
— La tua ricetta del pollo all’aglio.
— Non sai nemmeno che aglio compro io.
— Quello bianco, no?
— No. Quello rosso di Nubia. Ha un sapore più intenso.
— E io cosa ho comprato?
— Quello bianco. Ma va bene lo stesso, per stavolta.
Maurizio si mise ai fornelli. Accese il fuoco, tagliò le patate a fette spesse due dita e buttò tutto in padella. L’aglio lo affettò finemente, invece di schiacciarlo. Dopo dieci minuti la cucina era piena di fumo.
— Abbassa la fiamma, — disse Elena dalla porta.
Maurizio obbedì. Il pollo si bruciacchiò da una parte e restò crudo dall’altra. Lo portò in tavola lo stesso.
— Allora? — chiese, ansioso.
Elena masticò piano.
— Si può mangiare.
— Dici davvero?
— Dico che le patate sono crude e il pollo è duro. Ma l’intenzione c’è.
Il giorno dopo Maurizio comprò una mini asse da stiro per le maniche. La venditrice gli aveva spiegato che senza quella le camicie venivano con le pieghe sbagliate. Elena lo vide entrare con quella roba sottobraccio e non riuscì a trattenere una mezza risata.
— Che c’è? Ho sbagliato?
— No. Solo che non ti avevo mai visto comprare un ferro da stiro.
— È un’asse per le maniche, non un ferro.
— Meglio ancora.
Quella settimana Maurizio provò a stirare. La prima camicia azzurra venne peggio di un tovagliolo spiegazzato. La seconda era decente. La terza, quasi passabile. Elena lo guardava da lontano, senza farsi vedere.
Venerdì sera, Maurizio preparò una pasta all’arrabbiata. Il sugo era troppo acido, ma il piatto si mangiava. Poi si sedette di fronte a lei.
— Devo dirti una cosa.
Elena alzò il viso.
— Ti ricordi che due settimane fa ho detto di voler più spazio?
— Sì.
— Ecco, ho capito cosa succedeva. Non volevo la libertà. Avevo solo paura di ammettere che mi annoiavo. E che ti davo per scontata.
— E adesso?
— Adesso so che non voglio stare senza di te. E che da domani la spesa la faccio io, il bucato lo faccio io, e la domenica cucino io. Lo scrivo sul calendario, così non dimentico.
Le prese la mano. Elena la lasciò lì, ma non rispose subito.
— Non è così semplice, Maurizio.
— Lo so.
— Non puoi recuperare quindici anni in due settimane.
— Lo so. Ma voglio provarci. Davvero.
Elena ritirò la mano e si alzò. Andò alla finestra, spostò la tenda, guardò giù in strada. Rimase così qualche secondo, dandogli le spalle. Poi si voltò, prese un foglio dal cassetto, una penna e scrisse qualcosa. Lo posò sul tavolo davanti a lui.
— Questo è il calendario delle pulizie. Da lunedì cominci tu.
Maurizio guardò il foglio. Aveva scritto: lunedì bucato, martedì spesa, mercoledì bagno, giovedì cucina, venerdì cena, sabato aspirapolvere, domenica pollo all’aglio.
Poi, in fondo, in piccolo: «E niente più scuse.»
Lui lesse tutto, tre volte. Poi alzò lo sguardo.
— Va bene.
— Non va bene. Devi dire: sì, ci sto. Non voglio più sentire un solo «va bene» svogliato.
— Sì, ci sto.
Elena lo guardò. C’era qualcosa negli occhi di lui che non vedeva da anni. Non la solita rassegnazione, non il sorrisetto furbo di chi sfugge alle responsabilità. C’era una paura nuova, quasi infantile, di non farcela.
— Stasera i piatti li lavi tu, — disse lei.
— Lo so. E domani faccio io la colazione. Con la marmellata di arance.
— Quella è finita.
— Allora vado al supermercato adesso.
Prese le chiavi dalla mensola e uscì. Elena rimase in cucina, seduta, con il foglio davanti. Sentì il rumore dell’ascensore, poi il portone che si chiudeva. Si versò un bicchiere d’acqua. Le mani le tremavano un po’.
Si alzò, aprì il frigorifero e guardò dentro. C’era ancora il contenitore con la cosa non identificata. Lo prese, lo aprì: erano gli avanzi della lasagna bruciata. La svuotò nel bidone, sciacquò il contenitore e lo mise accanto al lavello.
Poi tornò a sedersi. Aveva fame, ma non di cibo. Aveva fame di quella sensazione che si prova quando qualcuno capisce, anche solo per un istante, cosa ti sei portata dentro per anni. E quella sera, per la prima volta dopo tanto tempo, la sentì arrivare.
Maurizio tornò con un barattolo di marmellata di arance. La posò sul tavolo, accanto al foglio.
— L’ho trovata. Era l’ultima.
Elena prese il barattolo, lo aprì, ne assaggiò una punta col dito.
— È quella giusta.
Lui sorrise, ma c’era dentro qualcosa di diverso dal compiacimento. Elena lo vide e non distolse lo sguardo. Pensò che forse quella cosa nuova stava iniziando a somigliare a un equilibrio. Non uguale a prima. Migliore.







