La villa dei Merisi sorgeva sulle colline di Sarnico, con il lago d’Iseo che luccicava giù in fondo come una lamiera argentata. Sul tavolo dello studio c’era una tazza di caffè ormai freddo, con il bordo macchiato di rossetto. Fuori, in terrazza, i limoni in vasi di terracotta erano già maturi. Quando il citofono emise quel ronzio secco, Laura non alzò nemmeno gli occhi dal computer. Sapeva chi era. Aveva aspettato quel suono per settimane.
Sullo schermo del videocitofono apparve una ragazza in trench beige, tacchi alti e una borsa firmata tenuta davanti al petto come uno scudo. Capelli biondi tirati su, trucco fresco. Laura la osservò per cinque secondi, poi staccò il dito dal pulsante e si alzò.
Dalla casa accanto l’abbaio di un cane ruppe la quiete del pomeriggio. Laura non ci fece caso. Andò allo specchio dell’ingresso, si sistemò il colletto della camicia bianca, chiuse un bottone in più del cardigan grigio antracite. Poi schiacciò il tasto di apertura.
La ragazza avanzò lungo il vialetto di ghiaia con passo da regina, ma i tacchi continuavano a infilarsi nelle fughe tra le pietre. Laura la aspettava sulla soglia, con le braccia conserte e la porta di quercia spalancata alle sue spalle. Sopra l’architrave, una piccola maiolica della Madonna della Strada scrutava la scena.
«Chiara Baldini, vero?» disse Laura, con voce neutra. «Entri pure. Si tolga le scarpe, però. Ho il pavimento in marmo di Carrara al piano terra.»
Chiara perse un colpo. Non si aspettava quel tono. Si aspettava una donna in vestaglia, con le occhiaie, che piangeva. Invece aveva davanti una signora composta, asciutta, con una voce da commercialista.
«Lei non sa chi sono io?» attaccò Chiara, senza togliersi le scarpe.
«So perfettamente chi è lei. E so anche perché è qui. Prego, si accomodi.»
Chiara entrò, lasciando due strisciate di fango sul marmo. Laura annotò mentalmente, ma non disse nulla.
«Paolo mi ha raccontato tutto!» sbottò Chiara, con una voce che voleva essere drammatica ma suonava solo isterica. «Lei lo tiene prigioniero! Soffoca la sua creatività! Lui non la ama più, non l’ha mai amata davvero. Ha paura di lei perché lei lo controlla come un carcerato. Vuole vivere con me, aprire uno studio insieme, ma lei lo ricatta.»
Laura la ascoltò, appoggiata allo stipite, con un’espressione impassibile. Chiara ansimava, aspettava una reazione. Quando vide che non arrivava, aggiunse: «Lui ha diritto a essere felice. E io sono la sua felicità.»
«Certo che lo è» rispose Laura. «E io non lo tengo. Se vuole andare con lei, la porta è aperta. Anche il cancello. Il problema è un altro: con cosa lo mantiene?»
Chiara sbatté le palpebre. «Cosa intende?»
Laura si staccò dalla porta e fece un passo avanti. Le sue scarpe basse in pelle nera non facevano rumore sul marmo. «Tutto ciò che Paolo ha, lo ha perché glielo do io. Lo studio, le auto, la villa, i conti correnti. Lui è un bravissimo architetto creativo, ma nessuno gli affida un progetto da solo. Non ha mai firmato un contratto suo in vita sua. È il volto, certo. Ma io sono il capitale.»
Tirò fuori dal cassetto del mobile d’ingresso una cartellina trasparente. Dentro c’erano fogli con timbri notarili. La passò a Chiara, che la prese con le mani un po’ tremanti.
«Qui dentro c’è la situazione patrimoniale della famiglia Merisi. Studio, magazzino, due appartamenti a Bergamo, una quota della società di investimenti. Tutto intestato a me. Paolo possiede solo il suo guardaroba e una Fiat 500 del 2009 che usa per andare in campagna. Ah, e il diploma di architetto, quello non posso toglierglielo.»
Chiara guardò i fogli senza leggerli davvero. Il trench le era diventato di colpo troppo caldo.
«Lei sta mentendo» provò a dire, ma senza convinzione.
«Se vuole, chiami Paolo. Gli chieda di andare a vivere insieme. Lo aspetto a cena, se ha tempo. Però le consiglio di portare due valigie: una per i suoi vestiti, una per il suo ego.»
Chiara fece un passo indietro. Il tacco le si impigliò nel bordo del tappeto. Si aggrappò alla maniglia della porta.
«Lei è un mostro.» disse, quasi tra i denti.
«No, signorina Baldini. Io sono la donna che ha costruito tutto questo. E lei è una bambina che si è innamorata di una fotografia. Paolo è bravissimo a vendersi, ma comprare spetta ad altri.»
Nessuno parlò per qualche secondo. Poi Laura si voltò verso la porta e la aprì di nuovo.
«Adesso vada. E quando lo vede, gli riferisca che questa sera c’è orata al forno con patate. Se non torna entro le nove, cambio il codice del cancello.»
Chiara uscì barcollando. Sulla ghiaia si storse una caviglia. Laura rimase sulla soglia fino a quando il cancello si richiuse.
Poi prese un panno in microfibra dal mobile della lavanderia, si inginocchiò e pulì il fango dal marmo. Non era furia. Era manutenzione.
Quando Paolo tornò, erano quasi le dieci. La villa era immersa in una luce calda, e dal forno usciva un profumo di finocchietto e limone. Laura era in salotto, con una rivista di architettura sulle ginocchia.
Lui entrò in punta di piedi, come un ladro pentito. «Laura… scusa il ritardo, avevo un sopralluogo a Palazzolo…»
«Siediti» disse lei, senza alzare gli occhi dal giornale. «Ho lasciato il piatto fuori. L’orata è ancora calda.»
Paolo si sedette. Non riusciva a guardarla. Giocherellava con la forchetta, spingeva le patate da una parte all’altra del piatto.
«Chiara è passata di qui oggi» disse Laura, chiudendo la rivista.
Lui si immobilizzò. La forchetta restò a mezz’aria.
«Mi ha detto che hai paura di me. Che ti controllo. Che vuoi aprire uno studio con lei.»
«Laura, io… non è come pensi. È stata una sciocchezza, un momento di debolezza…»
«Lo so» disse Laura. «Sei sempre stato debole. Ma debole non vuol dire innocente.»
Si alzò, prese una busta dal cassetto della credenza e la posò sul tavolo, accanto al piatto di Paolo.
«Domani mattina, alle dieci, abbiamo un appuntamento dal notaio Rossi a Bergamo. Firma il trasferimento della tua quota del dieci per cento a Matteo, nostro figlio. E firma anche la modifica del patto parasociale: la gestione operativa passa a me. Tu resti direttore creativo, con stipendio. E resti in questa casa, se vuoi.»
Paolo alzò gli occhi. C’era paura, ma anche sollievo.
«E se non firmo?»
«Allora il divorzio. E con il divorzio, ti ritrovi solo con la Fiat 500 e un assegno di mantenimento che non copre nemmeno il leasing del tuo SUV. Pensa a come spiegarlo a Chiara.»
Paolo si piegò sul piatto. Strinse il bordo del tavolo. Di solito le parole gli venivano facili. Quel mattino, davanti al notaio, non ne trovò una.
«Ho capito» mormorò.
«Bene» disse Laura. «Adesso mangia. Domani avrai bisogno di forze.»
Il giorno dopo, nello studio del notaio, Paolo firmò tutto. Laura guardò la penna scivolare sulla carta, sentì il rumore dei fogli che si impilavano. Quando il notaio chiese se c’erano ulteriori richieste, Laura aprì la sua borsa e tirò fuori un foglio.
«Sì. C’è un’ultima cosa. Ho chiuso il conto cointestato che usava Paolo per le spese personali. Da oggi riceverà un bonifico mensile di cinquemila euro sul suo conto. Sarà più che sufficiente per un uomo che vive in una casa già intestata a sua moglie e usa un’auto aziendale.»
Paolo la fissò. Aprì la bocca, poi la richiuse.
Il notaio fece un cenno di assenso e trascrisse la disposizione.
Fuori dall’ufficio, Laura si fermò sul marciapiede. La città di Bergamo era coperta da una luce grigia di fine settembre. Si infilò i guanti, guardò Paolo che usciva con le mani in tasca e le spalle curve.
«Ti accompagno a casa?» chiese lei.
«No, vado a piedi.»
«Come vuoi.» Laura prese il telefono, chiamò un taxi. Salì, chiuse la porta, e il taxi si allontanò verso le mura veneziane.
Non si voltò.
Paolo rimase sul marciapiede, davanti allo studio notarile, con le chiavi della Fiat 500 in mano. La macchina era parcheggiata tre isolati più in là. Faceva freddo. Camminò a passi pesanti, con le scarpe eleganti che sbattevano sui sanpietrini.
Quella sera, Laura cenò da sola. Orata al forno, di nuovo. Il sapore non era lo stesso.
Ma il conto in banca sì.







