Elisa rimestava nella pentola con un mestolo di legno, lo sguardo fisso sul sugo che sobbolliva piano. La cucina di casa loro, in via dei Coronari, era minuscola — due fornelli, un lavello di pietra e una finestra che dava su un cortile interno dove i gatti dei vicini facevano a botte ogni notte. Lei ci teneva, a quella cucina. Era l’unica stanza che aveva arredato da sola, con le mensole in rovere grezzo comprate al mercatino di Porta Portese e le spezie in barattoli di vetro recuperati dalla nonna.
— Che c’è stasera? — La voce di Riccardo arrivò dal salotto prima ancora dei suoi passi.
— Pasta cacio e pepe.
Lui si fermò sulla soglia. Maniche della camicia arrotolate fino ai gomiti, cravatta allentata, le chiavi della Golf ancora in mano. Trentasei anni, impiegato all’Agenzia delle Entrate, un metro e ottanta di certezze incrollabili e una pancetta che negli ultimi due anni aveva preso la forma del telecomando che teneva in mano ogni sera.
— Di nuovo? Ieri pasta in bianco, oggi cacio e pepe. Domani che facciamo, l’acqua calda del rubinetto?
Elisa non si girò. Aprì il cassetto delle posate, prese due forchette, le posò sul tavolo. Solo dopo aver sistemato i tovaglioli — piegati a triangolo, come faceva sua madre — alzò la testa.
— Ieri avevamo un budget di quattro euro per la cena perché il signore ha deciso di prenotare un weekend in un agriturismo in Umbria senza dirmelo. Oggi il budget è di tre euro e cinquanta perché il signore ha comprato un paio di cuffie nuove, quelle con la cancellazione del rumore. Per non sentirmi, immagino.
— Erano in offerta. E comunque sono soldi miei.
— I soldi tuoi che dovevano coprire la rata del dentista di Giulia il mese prossimo.
Riccardo sbatté le chiavi sul tavolo. Fece il giro della cucina, aprì il frigo, lo richiuse.
— Da mia madre c’era sempre il secondo. Sempre. Mio padre tornava a casa e trovava la tavola apparecchiata: antipasto, primo, secondo con contorno, frutta. E lei lavorava pure, eh. Però sapeva qual era il suo ruolo.
— Ruolo. — Elisa scoppiò a ridere, una risata secca, senza allegria. — Riccardo, io passo otto ore al giorno in una clinica veterinaria a tenere fermi cani che pesano più di me mentre gli faccio le lastre. Torno a casa con i capelli che sanno di disinfettante e le braccia piene di graffi. Guadagno millesettecento euro al mese, gli stessi identici tuoi. E domani, per tua informazione, ho un intervento chirurgico alle otto del mattino. Ma spiegami una cosa: in base a quale legge divina io dovrei cucinare, pulire, fare la spesa e seguire Giulia mentre tu ti siedi sul divano e accendi Netflix?
Lui la guardò come se gli avesse parlato in una lingua sconosciuta. La sua faccia — quei lineamenti regolari che dieci anni prima, all’università, le erano sembrati affascinanti — adesso aveva l’espressione offesa di un bambino a cui hanno tolto il videogioco.
— Allora facciamo così. — Riccardo incrociò le braccia, appoggiandosi al frigorifero. — Da oggi in questa casa io non muovo un dito. Zero. Mio padre in quarant’anni non ha mai lavato un piatto e guarda come è finita: mia madre lo adora, la casa è un gioiello. Vediamo quanto resisti.
— Tuo padre è in pensione da dieci anni e passa le giornate al bar dei Cacciatori a giocare a briscola. Tua madre ha sessantotto anni e ieri mi ha detto che non ne può più.
La frase rimase sospesa nell’aria, precisa come un colpo di tosse nella quiete di un teatro. Riccardo sbiancò. Aprì la bocca, la richiuse. Poi afferrò il telefono dalla tasca e uscì dalla cucina senza dire una parola.
Tre giorni dopo, Elisa tornò a casa e trovò la Golf di suo suocero parcheggiata in doppia fila davanti al portone. Cosa ci faceva Lorenzo in città di giovedì pomeriggio? Lui e Franca abitavano a Tivoli, venivano a Roma solo per le feste comandate o per accompagnare Giulia al corso di nuoto quando lei e Riccardo erano incastrati col lavoro.
Salì le scale a piedi — l’ascensore era rotto da due settimane e l’amministratore di condominio aveva promesso di mandare un tecnico «la prossima settimana», promessa che si rinnovava identica ogni lunedì dal 2022. Arrivò al quarto piano con il fiatone e trovò la porta di casa socchiusa.
Dentro, Lorenzo sedeva al tavolo della cucina. Aveva davanti una tazzina di caffè vuota e un’espressione che Elisa non gli aveva mai visto: pensierosa, grave, con le sopracciglia folte aggrottate come due virgole rovesciate. Indossava la sua solita camicia a quadri, quella che metteva per andare nell’orto. Sessantotto anni portati da persona che ha lavorato una vita in ferrovia e non ha mai chiesto niente a nessuno.
— Elisa, vieni. Siediti.
Lei appoggiò la borsa a terra. Il cuore le batteva forte, ma non lo diede a vedere.
— Lorenzo, tutto bene? Franca sta bene?
— Franca sta benissimo, sta dal parrucchiere. — Fece una pausa. Prese il cucchiaino, lo rigirò tra le dita. — Ho parlato con mio figlio ieri sera. Mi ha chiamato. Mi ha detto che sei diventata una scansafatiche. Che non cucini, non pulisci, che lo trascuri. Che non fai la moglie.
Elisa sentì una fitta allo stomaco, come un pugno dato dal di dentro. Si morse il labbro. Voleva parlare, difendersi, ma la voce le morì in gola.
— Allora — proseguì Lorenzo, posando il cucchiaino sul tavolo con un gesto lento — io stamattina mi sono alzato alle sei, ho preso il treno per Roma e sono venuto qui.
— A fare cosa?
— A guardare.
Si alzò. Fece il giro del tavolo e indicò il piano della cucina: i fornelli lucidi, il pavimento pulito, i barattoli delle spezie allineati, il calendario appeso al muro con gli appuntamenti di Giulia segnati in tre colori diversi.
— Sono arrivato alle dieci. Riccardo non c’era, era al lavoro. Tu eri già uscita. Ho aperto il frigo: c’erano due zucchine, un pezzo di parmigiano e il sugo della domenica avanzato. Ho aperto la lavastoviglie: piena di piatti sporchi. Piatti suoi, perché tu mangi sempre in clinica, me l’ha detto Franca. Ho guardato il cesto della biancheria: le sue camicie, i suoi calzini, le sue mutande. Tutto da lavare. — Si fermò, si passò una mano sulla nuca. — Poi sono andato in camera vostra. Il letto era sfatto. Coperta per terra, cuscini ammucchiati. E sopra il comodino c’era la tazza del caffè di ieri. Indovina di chi?
Elisa non rispose. Deglutì.
— Alle undici e mezza è tornato Riccardo. Aveva finito il turno presto, oggi. È entrato in casa, mi ha visto seduto qui, si è messo a ridere: «Papà, che ci fai? Sei venuto a controllare?» Gli ho detto: «Sì». Lui ha aperto il frigo, ha preso una birra, si è seduto sul divano e ha acceso la televisione. È rimasto lì due ore. Due ore, Elisa. Io lo guardavo: non ha sparecchiato, non ha svuotato la lavastoviglie, non ha fatto una lavatrice. Ha solo alzato il volume quando ho provato a parlargli.
Lorenzo tornò a sedersi. Allungò una mano e coprì quella di Elisa. La sua pelle era ruvida, le unghie avevano ancora tracce di terra dell’orto.
— Mi sono fatto schifo, capisci? Perché ho riconosciuto me stesso a trent’anni. Le stesse identiche cose che facevo io con Franca. Mi sono rivisto e mi sono venuti i brividi. E sai cos’è successo dopo?
Elisa scosse la testa. Gli occhi le bruciavano.
— Sua madre è arrivata alle due. L’avevo chiamata io. È entrata in cucina, ha guardato quel disastro e ha detto: «Bene». Solo quello: «Bene». Poi ha preso la borsa, l’ha posata sul tavolo e ha tirato fuori un foglio. Sai cos’era?
— Cosa?
— La lista di tutte le cose che avrebbe voluto fare in quarant’anni di matrimonio e che non ha mai fatto perché doveva cucinare tre portate ogni sera a uno che non si alzava nemmeno per prendersi l’acqua. C’erano i corsi di ceramica, i viaggi, perfino le partite di pallavolo. E in fondo alla lista, scritto a penna rossa, c’era: «Chiedere scusa a mia nuora per aver cresciuto un figlio maschio senza mai insegnargli ad apparecchiare la tavola».
Il silenzio che seguì durò forse trenta secondi. Forse un minuto. Poi la porta d’ingresso si aprì e Riccardo comparve in corridoio con due buste della spesa. Aveva comprato carne, vino, perfino un mazzo di fiori — delle gerbere arancioni, le preferite di Elisa.
— Ho fatto la spesa io, stasera — disse, cercando il sorriso. — Poi sparecchio anche.
Sua madre lo guardò da sopra gli occhiali. Suo padre incrociò le braccia.
— Bravo — disse Franca, asciutta. — Allora puoi cominciare mettendo a posto la lavastoviglie di ieri. E domani fai il bucato.
Elisa, per la prima volta in mesi, sorrise. Prese le gerbere, le mise in un vaso e si sedette a tavola. Fuori, il cortile si riempiva delle solite urla di gatti. Ma per una volta, non le diedero fastidio.







