— Ale, ma tu ci credi ai miracoli?
— No, Eli. I miracoli non esistono.
— Sbagli. Io ci credo eccome. Vuoi che ci creda anche per te?
— Beh, credici, se ti fa stare bene. Ma restano tutte sciocchezze.
— Rossi! Bianchi! Piantatela di chiacchierare! Il compito in classe non si fa da solo!
— Scusi, professoressa Monti. Però io ai miracoli continuerò a crederci!
Vent’anni dopo.
Una ragazza con un cappottino giallo senape decorato con fiori di campo ricamati fissava pensierosa il veterinario. C’era qualcosa di vagamente familiare nei lineamenti dell’uomo. Qualcosa di remoto, sepolto tra i banchi di scuola.
— Ale?
Il dottore alzò gli occhi dal tavolo d’acciaio su cui giaceva immobile un grosso gatto tigrato e sorrise.
— Mi hai riconosciuta, finalmente.
— Alessandro! Sei proprio tu?
— Sì, sono io. Non urlare, spaventi il paziente.
— Cavolo, Ale!
Elisa non riusciva a trattenersi. La gioia di ritrovare il compagno di banco con cui per otto anni aveva condiviso astucci e merendine le scorreva nelle vene come bollicine impazzite.
— Quanto sono felice di vederti, Ale! Dove diavolo sei finito?
— Storia lunga, Eli. Non ti riguarda. Torniamo al tuo ritrovamento. Quando l’hai trovato, dicevi?
— Un’ora fa, usciva dai cespugli del parchetto dietro l’Esselunga. Mi è finito praticamente tra i piedi. All’inizio non ho capito, poi ho guardato meglio…
Elisa tirò su col naso e guardò con speranza il dottore che palpava il gatto:
— Ale, non si può fare davvero niente? Neanche una possibilità? Una minuscola?
— Minuscola, dici? Quella esiste. Si chiama miracolo. Ci credi ancora ai miracoli, Eli?
— Io sì!
— Beh, se ci credi…
Alessandro avvolse il gatto tigrato in un telino di cotone, consegnò il morbido fagotto alla ragazza e iniziò a elencare tutte le procedure necessarie per quel mieloleso trovato per strada. Alla fine compilò un modulo intestato dell’ASL di Torino, ci stampò sopra un timbro, glielo porse e abbozzò un sorriso amaro.
— Tieni. E senti, Eli… i miracoli al mondo non esistono. Non succedono.
Il cigolio delle grandi ruote di una carrozzina, che Elisa non aveva notato nascosta dietro al lettino da visita, le segò i nervi come una lama arrugginita.
— Ale? Tu…
— Anch’io sono uno spinale, Eli.
L’uomo girò di scatto le ruote, sparì oltre il separé in fondo all’ambulatorio senza aggiungere una parola.
«Spinale… spinale… spinale…»
Elisa camminava per strada cinque minuti dopo ripetendolo come un mantra. «Non esistono miracoli! Spinale, Eli…»
— Ti faccio vedere io se non esistono! Ti faccio vedere!
I passanti schivarono di lato quella ragazza in lacrime piantata in mezzo al marciapiede di corso Giulio Cesare, con un gatto zebrato che miagolava stizzito dentro una copertina.
— Io… Esistono i miracoli, Ale! A tutti e due lo dimostrerò!
Stampò un bacio sul naso gelido dell’animale basito e si avviò decisa verso casa.
Che Alessandro, a differenza del trovatello paralizzato, non avesse bisogno della sua pietà, Elisa lo sapeva. Ed era certa che avrebbe rifiutato anche ogni suo aiuto. Ma il primo amore è il primo amore. Chi lo ferma? E così nessuno fermò Elisa.
Le bastò una settimana per espugnare la fortezza di nome Alessandro. Prese d’assalto l’ambulatorio. Temperò il telefono fin quasi a fonderlo. Il tutto, naturalmente, dietro il nobile pretesto tigrato. Che il massaggio alle zampe prescritto non le riuscisse; che le flebo finissero sempre addosso al gatto invece che nella vena. Insomma, per la salvatrice era tutto un disastro, e senza l’intervento dello specialista non poteva assolutamente cavarsela.
Lui la sgridò, la supplicò con le buone. Niente da fare. Dopo sette giorni esatti sbuffò una, due volte, e si arrese all’assalto. Proprio quello che Elisa voleva.
I giorni presero a volare. Il primo, il quinto, il ventesimo. Elisa imparò a fare massaggi felini come una veterinaria vera. Zampino, il tigrato, dopo le sue sedute cominciò persino a contrarre le zampe paralizzate. Le urlava contro nel suo linguaggio dei mici, le diceva di tutto, e poi contraeva, zac. Alessandro non credeva ai suoi occhi. «Non può essere, è impossibile» ripeteva. E lei lo guardava di sottecchi e continuava a sbrigare le sue faccende sotto i baffi soddisfatti del gatto.
Una sola cosa la faceva soffrire. Soffriva e le tagliava il cuore come un bisturi che ogni sera affondava di un millimetro: Alessandro non la lasciava avvicinare alle sue gambe. Lei provò in tutti i modi. Specialisti da chiamare, manuali tedeschi, ginnastiche sperimentali. Lui la guardava imbronciato: «Non esistono miracoli, Eli. E se non esistono, non ha senso provarci. Rassegnati».
Così Elisa la notte piangeva nel cuscino. Piano, senza farsi sentire. Pianse così amaramente che Zampino, che dopo i massaggi diurni teneva il broncio, strisciò fino al letto e le ficcò il muso tra le lacrime. Un giorno, due giorni, tre. La terza notte, durante i singhiozzi di Elisa, si issò sulle zampe anteriori fino al materasso, si trascinò fino al viso di lei e spalancò gli occhioni verdi. Elisa smise non solo di piangere, ma quasi di respirare.
Poi accadde l’impensabile.
Zampino scavalcò il corpo addormentato di Alessandro, si piazzò sulle sue gambe inerti e cominciò a fare le fusa come un motorino truccato, affondando e rilasciando gli artigli attraverso il piumino. Impastò quelle membra insensibili per ore. Fuori albeggiava già, e il tigrato non accennava a smettere. Solo quando la sveglia suonò e Alessandro aprì gli occhi, trovando Elisa che lo fissava sgranata, Zampino si quietò. Colò giù dal letto, trascinò le zampe posteriori e crollò addormentato in mezzo al tappeto di lana.
Passarono i mesi. Di giorno Elisa curava il gatto e lo viziava con ogni ben di Dio. Di notte Zampino saliva silenzioso e impastava le gambe di Alessandro. Fino al giorno in cui, in un normalissimo pomeriggio di febbraio, accadde qualcosa di sbalorditivo.
Elisa aveva deciso di lavare le finestre. Spalancò le ante. Alessandro posò la bacinella sul tavolo accanto alla portafinestra del quarto piano, ma si accorse di averla riempita d’acqua fredda, e con l’acqua fredda mica si lava. Così Elisa andò in bagno col mestolo. Quando tornò, si bloccò inorridita rovesciando tutta l’acqua sul pavimento.
Zampino, paralizzato alle zampe posteriori, era salito sulla ringhiera del balconcino aggrappandosi alla tenda. E stava lì, ritto sulle zampe posteriori, il brigante. Mezza zampa dall’abisso del quarto piano. Alessandro allungava le braccia, ma dalla carrozzina, con il tavolo in mezzo, non ci arrivava. Figurarsi Elisa dall’altra parte della stanza. Zampino, come se lo facesse apposta, sporgeva la testa nel vuoto. E guardava Alessandro con gli occhioni fosforescenti: «Guarda che mi butto, padrone. Mi butto sul serio, se non fai niente».
Lui lo chiamò, provò con «micio-micio», niente. Il gatto sembrava divertirsi. Rizzò i baffi, drizzò il pelo e con uno scatto si lanciò verso il baratro.
Il cuore di Elisa perse un battito. Chiuse gli occhi di scatto. Nel petto le si formò un urlo così grosso da sfondarle le costole. Scivolò a terra, trovò il muro con le mani e si mise a piangere forte, con la voce.
— Eli! Elisabetta! Amore mio!
La voce di Alessandro arrivò attraverso il dolore come da una nebbia fittissima. Quando la raggiunse, quando finalmente bucò la coscienza…
— Ale? Alessandro!
Elisa sgranò gli occhi fissando ora la carrozzina rovesciata sul pavimento di cotto, ora l’uomo in piedi — incerto, traballante, ma in piedi — che stringeva al petto un gatto che faceva le fusa soddisfatto. E fissò proprio quel gatto, che lei aveva già seppellito col pensiero, e che adesso strizzava gli occhioni verdi e scalciava contro le braccia di Alessandro con le zampe posteriori che fino a ieri erano paralizzate.
Lei si alzò, malsicura. Fece un passo verso la coppia immobile accanto alla portafinestra spalancata. Poi si fermò. Scoppiò a ridere. Una risata felice, cristallina, le montò dallo stomaco fino a farle venire il singhiozzo. Corse, si buttò su Alessandro e sul suo provocatore tigrato, li abbracciò tutti e due, stampò un bacio su una guancia, poi sull’altra.
— Ale, — mormorò.
— Io…?
— Ci credo, Eli. E credo in te, testarda. Sei il mio miracolo.







