Un nuovo inizio a quattro zampe

— Senti, Andrea, e Oliver? Non lo prendi? — chiese Chiara, indicando il jack russell che la fissava dal divano con le orecchie abbassate.

— È il tuo cane, no? — ribatté lui, fermo sulla soglia della camera da letto.

— Ah, per favore. Cosa vuoi che me ne faccia? — soffiò lei, sistemandosi la tracolla della borsa firmata. — Filippo non sopporta i peli in casa, lo sai benissimo. Tienilo tu, mollalo al canile, non mi importa più di niente. Di niente che abbia a che fare con te.

Chiara afferrò l’ultima valigia e uscì di casa senza nemmeno voltarsi. Andrea la guardò sparire dietro l’angolo del pianerottolo e sentì il cuore frantumarsi un’altra volta, mentre Oliver correva alla porta e iniziava a grattare il legno con le unghie, un mugolio disperato che sembrava una domanda senza risposta.

Erano finiti così, dopo sei anni. Lei e il suo migliore amico, Filippo. Un tradimento che Andrea aveva scoperto per caso, guardando la notifica di un messaggio apparso sullo schermo del tablet che lei aveva dimenticato in bagno. Un pugno nello stomaco. Sei mesi di bugie alle sue spalle, sei mesi in cui lei gli sorrideva e la sera scriveva a quell’altro che non vedeva l’ora di scappare via da quella vita grigia.

Genova gli era crollata addosso. Ogni strada, ogni locale, ogni angolo gli ricordava loro due. Perché abitavano tutti quanti nello stesso quartiere di Albaro, perché le famiglie si conoscevano da sempre, perché quel dolore diventava insopportabile se respiravi la stessa aria di chi ti aveva distrutto.

Così Andrea aveva preso una decisione drastica: avrebbe traslocato a Bologna. Un’altra regione, un’altra vita. Un lavoro da consulente informatico poteva trovarlo ovunque. Aveva già fissato un colloquio per il lunedì successivo e un appuntamento con un’agenzia immobiliare per un bilocale in zona Saragozza.

L’unico nodo da sciogliere era Oliver, quella palla di pelo bianco e marrone che Chiara aveva tanto desiderato. “Un jack russell! Guarda che meraviglia, Andrea, me lo regali per il compleanno? Ti prego, ti prego, ti prego!”. Quelle parole gli rimbombavano ancora in testa mentre osservava il cane che, anche quel pomeriggio, era rimasto immobile sul cuscino della sua cuccia senza toccare cibo.

Da quando Chiara se n’era andata, Oliver aveva spento la luce negli occhi. Passava le giornate a fissare il vuoto, a sospirare, a rifiutare la pappa e perfino la pallina da tennis, lui che fino a due settimane prima faceva le scale di corsa e abbaiava alla tv. Il veterinario era stato chiaro: stress, depressione canina. Serve tempo, serve affetto.

Andrea ci aveva provato davvero a non affezionarsi a quel cane. All’inizio aveva contattato un paio di colleghi, aveva messo un annuncio su internet, voleva trovargli una buona famiglia prima di andarsene. Poi, però, guardava Oliver che la sera, quando Andrea si sedeva sul divano con la testa tra le mani, gli saltava in grembo senza fare rumore e appoggiava il muso sulla sua spalla. Un gesto così fragile e pieno di fiducia che gli stringeva la gola.

Una sera, mentre finiva di impacchettare gli scatoloni, si inginocchiò accanto a lui.

— Oliver, guardami un secondo. Lo so, anche tu ti senti preso in giro. Lo so cosa vuol dire quando qualcuno che ami ti butta via come un giocattolo rotto.

Oliver sollevò il muso. La coda provò a muoversi, un tentativo timido, incerto.

— Io me ne vado da questa città. Nuova vita, si riparte da zero. Però, ecco, io non me la sento di lasciarti qui. E nemmeno di darti via. Quindi, se ti va, partiamo insieme. Io e te. Che ne dici?

Il cane rimase fermo un secondo, come se stesse davvero soppesando la proposta. Poi, d’improvviso, fece quello che non faceva da giorni: saltò giù dal cuscino, puntò le zampe anteriori sulle ginocchia di Andrea e gli leccò il mento.

Andrea rise. Una risata liberatoria, la prima dopo un mese di silenzio.

Dieci giorni dopo, con la macchina carica di bagagli e Oliver sul sedile del passeggero, imboccarono l’autostrada A7. Genova si rimpiccioliva nello specchietto retrovisore, e con lei Filippo, Chiara e tutto il resto.

Sotto i portici di via del Pratello, Bologna li accolse con un sole caldo di fine settembre. Il bilocale era piccolo ma luminoso, affacciava su un cortile interno dove la mattina una signora dava da mangiare ai piccioni e un bambino imparava ad andare in bicicletta. A cento metri da casa c’era il parco di Villa Spada, un polmone verde perfetto per portare fuori Oliver.

Dopo la prima settimana, Andrea aveva già le chiavi del nuovo ufficio. E Oliver, pian piano, ricominciava a scodinzolare. Certo, restava quel suo carattere un po’ timoroso: le auto che frenavano bruscamente lo facevano tremare, i botti dei motorini lo spingevano a infilarsi sotto il tavolo, e se qualcuno allungava una mano per accarezzarlo di scatto, lui si abbassava a terra, quasi si facesse piccolo per sparire. Ma quando uscivano la mattina presto, prima del traffico, si vedeva che stava ritrovando voglia di esplorare il mondo.

Un pomeriggio Andrea lo portò al parco. Era una domenica tiepida, di quelle che l’autunno ti regala per sbaglio. Oliver trotterellava senza guinzaglio — tanto non si allontanava mai più di due metri — quando accadde il finimondo.

Da dietro una siepe arrivò un dobermann, un esemplare alto, muscoli tirati e sguardo fisso. Il padrone, un ragazzo con le cuffie alle orecchie, passeggiava venti metri più indietro, immerso in una telefonata, incurante di tutto. Il grosso cane si bloccò un istante, poi puntò dritto verso un gattino grigio che gironzolava tra i cespugli. Il micio, spaventato a morte, fece un balzo, corse per qualche metro e si fermò in mezzo al vialetto, paralizzato. Schiena inarcata, coda gonfia, sibili disperati. Il dobermann caricò.

— No, Oliver! Torna qui! — urlò Andrea, scattando in avanti.

Ma Oliver aveva già schizzato via. Quel batuffolo di dieci chili attraversò il prato come un proiettile e andò a piazzarsi davanti al gattino, frapponendosi tra lui e la minaccia. Tremava come una foglia, si vedeva bene, le zampe posteriori gli cedevano leggermente. Eppure rimase lì. Si schiacciò sulle quattro zampe e cacciò un abbaio stridulo, acutissimo, che fece fermare di colpo il dobermann.

Il cane gigante rimase interdetto, la testa inclinata di lato, come se avesse davanti un marziano. Oliver continuava ad abbaiare senza sosta, uno, due, tre, cinque, dieci secondi, mentre il gattino, dietro di lui, sgattaiolava via e si infilava sotto una panchina. Il dobermann fece un passo indietro, incerto.

Il padrone finalmente arrivò trafelato, agguantò il collare e lo trascinò via, borbottando scuse.

Andrea prese Oliver in braccio e lo strinse forte. Non diceva niente, non serviva. Sentiva il cuore del cane battere all’impazzata contro il suo petto.

Il gattino grigio, intanto, era ancora sotto la panchina a tremare. Andrea si inginocchiò, allungò una mano e sentì un miagolio roco. Era sporco, magrissimo, e aveva un occhio un po’ incrostato. Non aveva collare.

— E va bene, amico mio — mormorò, prendendo in braccio anche lui con cautela. — Per oggi hai avuto abbastanza avventure. Vieni con noi.

A casa, sistemò il micio in una scatola con una coperta e una ciotola d’acqua. Oliver, invece di fargli la posta, gli si accucciò accanto e si addormentò lí, come se avesse sempre fatto la guardia a un gattino.

Tre giorni dopo Andrea trovò i volantini attaccati al portone del palazzo. “Smarrito gatto grigio tigrato, nome Tristano. Zona Saragozza. Ricompensa.”

Chiamò il numero e mezz’ora dopo una ragazza bussò alla sua porta. Capelli ricci raccolti in una coda, giubbotto di jeans, due occhi scuri che brillavano di sollievo.

— Io sono Elena. È lei che ha ritrovato Tristano? Meno male, stavo impazzendo! Grazie, grazie davvero… Mi hanno detto le signore del bar qui sotto che il suo cane lo ha salvato da un dobermann. Posso? Posso vederlo?

Andrea la fece entrare. Tristano stava acciambellato sul divano accanto a Oliver, che russava beatamente. Elena scoppiò a ridere.

— Incredibile. Lui di solito è un disastro con gli altri animali. Qui invece sembra in pace.

Parlarono per un’ora intera, prima che lei se ne andasse. Poi, due giorni dopo, lei si presentò con una torta di mele per ringraziare. E poi ancora, la settimana dopo, lo invitò a prendere un aperitivo in piazza Aldrovandi, con Tristano e Oliver come scusa ufficiale.

Quell’anno l’inverno fu mite a Bologna. A Natale, nell’appartamento di via del Pratello, c’era un albero piccolo piccolo con le lucine intermittenti, e sotto dormivano Oliver e Tristano, uno contro l’altro. Elena preparava i tortellini in brodo e Andrea apriva una bottiglia di Pignoletto.

Dopo cena, mentre fuori qualcuno accendeva i primi petardi e Oliver, come ogni anno, correva a rifugiarsi sotto il letto, Andrea lo raggiunse e si sdraiò sul pavimento accanto a lui.

— Ehi, fifone. Tranquillo. Ci sono io qui, no?

Oliver uscì dal suo nascondiglio, gli leccò una mano e si accoccolò contro il suo fianco. La paura, pian piano, svaniva. E non servivano più parole.

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