«Ho conosciuto un’altra, ho bisogno di nuove energie», mi ha detto Lorenzo dopo diciassette anni di matrimonio. Ma si era dimenticato chi lo aveva tirato fuori dai debiti quando la sua azienda stava per affondare.
Quella sera, a cena, aveva appoggiato la forchetta sul piatto con una cura esagerata. Aveva atteso che finissi di servire il tiramisù, come se stesse per comunicarmi una variazione di bilancio.
«Chiara, dobbiamo parlare».
Ha sistemato il tovagliolo accanto al piatto e mi ha guardata con un’espressione che non gli avevo mai visto. Non era imbarazzo, né tristezza. Era la faccia di uno che ha già deciso tutto e adesso deve solo compilare l’ultimo modulo.
Sono rimasta con il cucchiaio a mezz’aria.
«Che succede, Lorè?»
«Me ne vado».
Detto così. Secco. Come si dice «passami il sale».
Ho pensato a uno scherzo idiota. Lorenzo non fa scherzi, non ne ha mai fatti, ma in quel momento mi sembrava l’unica spiegazione possibile. Poi ha aggiunto il resto.
«Ho una relazione con Valentina. L’assistente di studio. Ha venticinque anni. Mi dispiace, Chiara, ma io con te non provo più niente. È da mesi che volevo dirtelo. I bagagli li ho già portati fuori stamattina mentre eri in palestra».
L’assistente di studio. Quella ragazzina che era entrata da noi sei mesi prima con il contratto di stage. Laurea in architettura a pieni voti, gonna a tubo e sorriso smagliante. Le avevo pure offerto un caffè il primo giorno e le avevo detto «benvenuta nella famiglia dello Studio Rinaldi». Che ironia.
Io e Lorenzo avevamo aperto lo studio di progettazione insieme diciassette anni prima, quando a Bologna ci conoscevano come «i due matti del sottoscala». Lavoravamo in uno scantinato umido in via del Pratello, con due computer ricondizionati e un tavolo da disegno che avevo ereditato da mio nonno geometra. Eravamo noi due contro il mondo. Poi sono arrivati i primi concorsi vinti, i primi appalti pubblici, la ristrutturazione del teatro comunale di Ferrara che ci aveva fatto decollare. E adesso lo studio fatturava quasi due milioni l’anno, avevamo tre sedi in Emilia e un appartamento da duecento metri quadri con vista sui tetti di Bologna. E Lorenzo, a quarantasei anni, aveva deciso che la moglie quarantacinquenne era da buttare come un progetto vecchio.
Non ho urlato. Non ho pianto. Ero paralizzata.
Lorenzo si è alzato da tavola e ha preso la giacca dalla sedia. Un gesto talmente quotidiano che mi ha stretto lo stomaco.
«Domani passo a prendere il resto delle mie cose. La casa resta a te e Tommaso, per carità. Non sono uno stronzo. Per l’assegno di mantenimento ne parliamo con calma, non ti lascio per strada».
Non ti lascio per strada. Che principe.
La porta d’ingresso si è richiusa alle sue spalle con un clic. Tommaso, tredici anni, era in camera sua con le cuffie, completamente ignaro. L’unico rumore in soggiorno era il ticchettio della pendola che avevamo comprato insieme in un mercatino dell’antiquariato a Bruges, durante il nostro ultimo viaggio di nozze.
Mi sono seduta sul divano. E lì, alle undici e mezza di sera, è squillato il telefono.
Sul display ho letto il nome che meno avrei voluto leggere: «Eleonora Rinaldi». Mia suocera.
Eleonora Rinaldi, settantadue anni, ex notaio con studio in via Santo Stefano, giacca di tweed anche a Ferragosto, capelli bianchi raccolti in uno chignon perfetto, voce che non superava mai i venti decibel ma che in aula faceva tremare i praticanti. In diciassette anni non mi aveva mai chiamata «figlia mia», non mi aveva mai fatto una carezza, ma non mi aveva neanche mai mancato di rispetto. Era una donna di un’altra epoca, cresciuta tra codici e scartoffie, che aveva tirato su Lorenzo da sola dopo che il marito se n’era andato con una ballerina di flamenco nel 1987. E Lorenzo, per lei, era il sole. Il figlio perfetto. Il principe che si era laureato con lode e aveva costruito un impero.
Ho risposto con la gola secca.
«Pronto, Eleonora».
«Chiara, buonasera». Il suo tono era quello di sempre. Misurato. Impenetrabile. «Mio figlio è lì?»
«No. Se n’è andato».
Breve pausa.
«Lo immaginavo. Mi ha mandato un messaggio delirante in cui parlava di “nuova linfa”, “crisi esistenziale” e una certa Valentina. Ho già capito tutto. Dimmi solo una cosa: Tommaso dorme?»
«Sì, è in camera sua».
«Bene. Metti su la moka. Arrivo tra venti minuti».
Ha riattaccato senza aspettare la mia risposta.
Sono rimasta a fissare il telefono come se fosse un oggetto alieno. Mi aspettavo che Eleonora difendesse suo figlio. Che mi dicesse che forse avevo le mie colpe, che ero troppo assorbita dallo studio, che non ero più la ragazza di una volta. Mi aspettavo la sua freddezza, non la sua alleanza. Invece no. Il suo tono era quello di un comandante che sta per pianificare un attacco.
Ventidue minuti dopo era sulla porta. Cappotto blu notte, filo di perle al collo come sempre, borsa di pelle nera sottobraccio. Aveva gli occhi scuri e un’espressione che non lasciava spazio a compromessi. È entrata in cucina, si è seduta sulla sedia in fondo al tavolo, quella dove di solito si sedeva Lorenzo, e mi ha guardata dritta negli occhi.
«Chiara, voglio che mi ascolti bene e che non ti metti a piangere. Non adesso. Le lacrime servono solo quando la battaglia è finita, e noi non abbiamo ancora cominciato».
Le ho versato il caffè senza dire niente. Le tremavano le mani, me ne sono accorta solo perché ha appoggiato la tazzina sul piattino con troppa forza e ha fatto un piccolo rumore secco.
«Mio figlio è un cretino», ha detto, scandendo le parole. «Un cretino qualunque. Credevo di averlo cresciuto meglio, ma evidentemente a una certa età il testosterone gli ha invaso il cervello. Valentina. L’assistente. Venticinque anni. La metà dei suoi. Poteva almeno scegliere una che non fosse così scontata, già questo è un affronto all’intelligenza».
Ha bevuto un sorso di caffè e ha posato la tazzina.
«Ora parliamo di cose serie. Lo studio. Lo studio, Chiara. Su chi è intestato?»
«A Lorenzo. Al cento per cento. Quando abbiamo iniziato eravamo sposati in comunione dei beni, ma quando abbiamo fatto il salto e abbiamo costituito la società di capitali, lui l’ha intestata solo a sé per ragioni fiscali. Io ero socia di fatto, ma sulla carta risultavo solo come dipendente».
Eleonora ha stretto le labbra.
«Bene. Allora parte da qui la nostra guerra. Perché io, figlia mia, nel millenovecentonovantacinque, quando Lorenzo ha avuto bisogno di un finanziamento per comprare la prima sede in centro, ho ipotecato la mia casa di famiglia a Dozza. La cascina che mio padre aveva comprato nel Sessanta. Mio figlio all’epoca mi firmò una scrittura privata in cui mi riconosceva un diritto di pegno sulle quote societarie, a garanzia del prestito. Lui probabilmente se l’è dimenticato. Io no».
L’ho guardata a bocca aperta.
«Eleonora, ma è suo figlio…»
«È mio figlio, appunto. E proprio perché è mio figlio, non gli permetto di comportarsi come un verme. Mio figlio non lascia la moglie per la stagista. Mio figlio non butta diciassette anni di matrimonio per un paio di gambe giovani. Mio figlio, se fa lo stupido, va rimesso in riga. E a rimetterlo in riga ci penso io».
Ha tirato fuori dalla borsa un biglietto da visita e me l’ha messo davanti.
«Avvocato Guido Albertini. È stato il mio praticante trent’anni fa. Adesso è uno dei migliori civilisti di Milano. Specializzato in diritto di famiglia e societario. Domani mattina alle nove hai un appuntamento nel suo studio in via Montenapoleone. Ho già parlato con lui. Andiamo giù insieme, prendiamo il Frecciarossa delle sette e mezza».
«Ma io… io cosa gli dico?»
«Non gli dici niente. Parliamo io e lui. Tu annuisci. La strategia è questa: io attivo il pegno sulle quote. Tu chiedi la separazione con addebito a Lorenzo per adulterio e avanzi richiesta di assegnazione del cinquanta per cento del patrimonio accumulato durante il matrimonio. Compresa la sede dello studio, perché è stata comprata dopo il matrimonio. Lui pensa di essere intoccabile. Noi gli dimostriamo che non lo è».
Ha fatto una pausa e poi ha aggiunto, con un sorriso che non dimenticherò mai: «Voglio vedere quanto ci mette la signorina Valentina a scappare quando scopre che il suo principe azzurro ha le quote bloccate dalla madre e il conto in banca congelato dal tribunale».
Quella notte non ho chiuso occhio. Eleonora ha dormito nella camera degli ospiti, nel letto che avevamo comprato per quando venivano i suoi amici da Roma. Alle sei e mezza era già vestita di tutto punto, tailleur grigio e camicia di seta, pronta per andare in guerra. Mi ha guardata con un sopracciglio alzato.
«Hai pianto?»
«Un po’».
«Basta. Da adesso in poi niente più lacrime. Ce le concederemo dopo, se proprio necessario. Per ora abbiamo da fare».
Il viaggio in treno fino a Milano è stato surreale. Eleonora mi ha raccontato di quando, trentasette anni prima, suo marito l’aveva lasciata per una ballerina di flamenco conosciuta in vacanza in Spagna, e di come lei fosse rimasta sola con Lorenzo che aveva otto anni e un mutuo da pagare.
«Piansi per tre giorni», mi ha detto fissando il paesaggio fuori dal finestrino. «Il quarto giorno andai dal notaio presso cui facevo praticantato e gli dissi che volevo preparare l’esame. Lo passai in sei mesi. Diventai il notaio più giovane di Bologna. E quando il mio ex marito tornò, due anni dopo, con la coda tra le gambe perché la ballerina l’aveva scaricato per un coreografo di Siviglia, io gli feci trovare la porta blindata. Letteralmente: avevo cambiato serratura. Capisci, Chiara? Noi donne dobbiamo essere più intelligenti di loro. Dobbiamo pensare in anticipo. E se non ci riusciamo, dobbiamo saper colpire quando è il momento giusto».
Allo studio di Guido Albertini, in un palazzo elegante a due passi dal Duomo, l’avvocato ci ha accolto con caffè e professionalità. Ha esaminato la scrittura privata del 1995 che Eleonora aveva conservato in una cartella di cuoio nel suo archivio personale.
«È ancora valida», ha detto dopo una lunga lettura. «Carta semplice, ma firmata da entrambi. Possiamo azionarla. Nel frattempo io preparo il ricorso per la separazione. Vostro marito, signora Chiara, ha commesso un errore madornale: ha sottovalutato le due donne della sua vita. E questo, mi creda, gli costerà caro».
Ma le cose non filarono lisce come speravamo. Lorenzo reagì assumendo un avvocato di peso, un certo Roversi di Modena, famoso per trasformare ogni virgola in un’arma. Contestò il pegno: una scrittura privata non autenticata, sostenne, non poteva bloccare le quote di una società di capitali. Chiese una udienza urgente per il riesame del sequestro. Ricevemmo la notifica una mattina di pioggia, e a me tremarono le gambe. Eleonora non batté ciglio davanti a me, ma la vidi stringere il manico della borsa fino a sbiancare le nocche.
«Se perdiamo questo passaggio, ci resta ben poco», mormorai quella sera, seduta in cucina con la testa fra le mani.
Lei posò la tazzina del tè e mi fissò.
«Non lo perderemo. Tu sai qual è il vantaggio di aver fatto il notaio per quarant’anni? Che nessuno scova le mie carte meglio di me».
Il giorno dell’udienza, nell’aula del tribunale di Bologna, l’avvocato Roversi srotolò la sua arringa con aria trionfante. Il giudice ascoltò e cominciò a guardare la nostra parte con scetticismo. Poi l’avvocato Albertini chiese la parola e produsse una seconda busta, più piccola, che nessuno aveva visto. Conteneva una lettera del 1996, dattiloscritta su carta intestata dello studio notarile di Eleonora, in cui Lorenzo, ringraziando la madre per il prestito, ribadiva che le quote della Rinaldi Progettazioni S.r.l. erano «vincolate a garanzia sino a integrale restituzione». L’aveva firmata lui, ventiseienne, con l’entusiasmo di chi riceveva un salvacondotto.
«La lettera era nel mio fascicolo personale, depositata presso il Consiglio Notarile di Bologna», disse Eleonora a bassa voce, solo per me. «Non si butta via niente, Chiara. Mai».
Il giudice lesse, sospirò, e riconobbe il vincolo. Il sequestro rimase in piedi. La mossa disperata di Lorenzo si ritorse contro di lui come un boomerang.
Quattro giorni dopo, Lorenzo ha ricevuto la notifica ufficiale del tribunale nel suo studio. Davanti a Valentina. Davanti a tutti i dipendenti. Un ufficiale giudiziario si è presentato con un plico di carte e ha notificato il provvedimento di sequestro conservativo delle quote societarie su istanza di Eleonora Rinaldi e il contestuale ricorso di separazione con addebito presentato da Chiara Fontana Rinaldi.
Lorenzo mi ha chiamata quaranta secondi dopo. Urlava.
«Ma siete impazzite? Tutt’e due? Mia madre e mia moglie contro di me? Avete fatto sequestrare le quote? Ma ti rendi conto che domani dovevo firmare il contratto per la riqualificazione delle torri di Milano Marittima? Trenta milioni di euro di appalto! Se perdo quello vado gambe all’aria!»
Ero in cucina. Eleonora era seduta accanto a me e beveva il tè. Mi ha fatto segno di mettere il vivavoce.
«Lorenzo, buongiorno», ha detto lei con la sua voce calma. «Ti spiace se ascolto anch’io?»
Silenzio dall’altra parte.
«Mamma? Mamma, sei tu? Ma che ci fai ancora lì? Perché stai aiutando lei? Io sono tuo figlio!».
«Sei mio figlio, esatto. E sei anche un cretino. Hai tradito tua moglie, hai umiliato tuo figlio, hai buttato all’aria la tua reputazione per una ragazzina. E io dovrei starti accanto mentre distruggi tutto quello che hai costruito? No, caro. Io ti voglio bene, e proprio per questo adesso te le suono».
«Mamma, Valentina non c’entra niente, è una storia finita. Lei mi ha lasciato ieri, appena ha saputo delle quote bloccate. Ha detto che non voleva immischiarsi in beghe familiari. Io sono rimasto da solo. Mi avete rovinato».
Eleonora ha sorriso. Un sorriso quasi triste.
«Vedi? È scappata subito. La tua nuova linfa, la tua crisi esistenziale. Durava quanto una rosa a gennaio. Torna a casa, Lorenzo, quando sarai pronto a chiedere scusa. Ma per adesso, le quote restano bloccate e il ricorso di Chiara va avanti. Se vuoi salvare la tua azienda, firma l’accordo di separazione che ti abbiamo preparato. Lo troverai domani sulla tua scrivania».
Ha chiuso la telefonata e mi ha guardato.
«Adesso puoi piangere, se vuoi. Ma solo per stasera. Domani si ricomincia».
Otto mesi dopo, la battaglia legale era finita. Lorenzo, messo con le spalle al muro, aveva firmato tutto. Lo studio di progettazione veniva diviso in due rami: io ottenni il cinquanta per cento delle quote e la gestione della sede di Ferrara, che diventò interamente mia. Il resto dello studio rimase a lui, ma con Eleonora nel consiglio di amministrazione come presidente onoraria con diritto di veto sulle spese straordinarie.
La casa di Bologna restò a me e Tommaso. Lorenzo prese in affitto un bilocale in zona Cirenaica e cominciò a lavorare sedici ore al giorno per risanare il bilancio della sua parte di azienda.
Io, con i guadagni della mia nuova attività, rilevai un piccolo studio di architettura d’interni a Firenze. In meno di un anno lo trasformai in una realtà indipendente, specializzata in ristrutturazioni di pregio per ville toscane. I clienti erano miei. I soldi erano miei. La dignità era mia.
Una domenica di ottobre, Tommaso compiva quattordici anni. Organizzammo una festa nella nostra casa di Bologna. C’erano i compagni di classe, i professori di tennis, qualche amico di famiglia. E c’era Eleonora, naturalmente.
Arrivò con un tailleur color tortora e un foulard di seta annodato al collo. Mi abbracciò. In diciassette anni non era mai successo. Mi strinse forte per un paio di secondi, poi si scostò e mi guardò negli occhi.
«Sei stata bravissima, Chiara. Più brava di quanto io potessi immaginare. E adesso goditi la festa. Te la sei meritata».
Tommaso aprì i regali in giardino, sotto il pergolato di glicine che avevo piantato dieci anni prima. Era alto quasi quanto suo padre, ormai, e aveva gli stessi occhi scuri di Lorenzo. Ma il sorriso era il mio.
Verso le cinque del pomeriggio, mentre gli invitati cominciavano ad andare via, suonò il campanello. Tommaso corse ad aprire. Sentii la sua voce dal corridoio:
«Papà! Sei arrivato!».
Lorenzo entrò in giardino con un pacco regalo tra le mani. Non era più l’uomo arrogante della cena di un anno prima. Aveva perso peso, i capelli quasi completamente brizzolati. Portava una giacca semplice, senza cravatta. Aveva l’aria di uno che ha capito, finalmente, che non si può avere tutto senza pagare il conto.
Mi guardò con cautela.
«Posso restare? Ho portato un regalo per Tommy».
Feci un cenno di assenso. Eleonora lo osservò attraversare il giardino e gli puntò gli occhi addosso come due fari.
«Buonasera, Lorenzo», lo accolse con la sua voce più formale. «Sei in ritardo. Il taglio della torta era previsto per le quattro e mezza».
«Lo so, mamma. Ho avuto una riunione».
«Spero produttiva».
«Abbastanza».
Si sedette su una sedia accanto alla madre, il più lontano possibile da Eleonora senza sembrare scortese. Io ero in piedi accanto al tavolo dei dolci. Mi versò lo sguardo addosso. Esitante.
«Chiara…»
«Dimmi».
«Ho sbagliato tutto. Ogni singola cosa. Lo so che non basta dirlo, ma volevo dirtelo lo stesso».
Non risposi subito. Guardai Tommaso che correva in giardino con i suoi amici, ridendo per qualcosa che uno di loro aveva detto.
«Lo so che hai sbagliato», dissi alla fine. «E probabilmente non ti perdonerò mai del tutto. Ma oggi è la festa di tuo figlio. Siediti. Prendi una fetta di torta. E non rovinare il pomeriggio».
Lorenzo annuì. Prese la fetta di torta e si sedette. Eleonora mi lanciò un’occhiata complice. Poi sollevò la tazza del tè nella mia direzione, come in un brindisi silenzioso.
Il sole di ottobre calava sui tetti di Bologna. La luce diventava dorata. Tommaso rise di nuovo, una risata aperta, da ragazzino felice.
Eleonora posò la tazza, incrociò le gambe e mi sorrise.
«Un’altra fetta di torta, Chiara? Questa è la mia preferita, lo sai. La crema al mascarpone ti è venuta benissimo».
Mi porse il coltello. La guardai e scoppiai a ridere. Affondai la lama nel mascarpone, mentre lei rideva con me, e nello stesso istante la voce di Tommaso arrivò dal giardino: «Mamma, mi porti il pallone?». Sotto il glicine la luce era tutta d’oro, e io tagliai un’altra fetta.







