Per la terza notte consecutiva, Teresa non riusciva a dormire.
Dal piano accanto arrivava l’ululato disperato del cane dei vicini.
Fuori, su Bologna, si era scatenato un temporale violento. La pioggia martellava le tapparelle e i tuoni sembravano esplodere sopra il tetto.
Alla quarta volta che il cane cominciò a ululare, Teresa si alzò.
— Adesso basta.
Il marito Carlo la guardò assonnato.
— Dove vai?
— A parlare con i vicini.
— All’una e mezza?
— Il cane non ha guardato l’orologio.
Teresa bussò alla porta con il nervosismo accumulato in tre notti.
Le aprì Giulia.
Aveva gli occhi gonfi e il viso stanco.
— Signora Teresa, mi dispiace. È Argo.
— Questo lo avevo capito.
Giulia abbassò lo sguardo.
— Domani operano mia madre al cuore al Sant’Orsola. Devo essere lì prestissimo. Marco è fuori per lavoro e io… non so più cosa fare.
Un tuono fece tremare i vetri.
Dal corridoio arrivò un guaito.
Teresa guardò dentro.
Un enorme pastore tedesco nero era rannicchiato in un angolo.
Tremava.
— Ma che gli succede?
— Lo abbiamo adottato da un rifugio. Prima viveva legato in un cortile. Durante i temporali lo lasciavano fuori. Se abbaiava, lo picchiavano.
Teresa sentì svanire la rabbia.
— Vai da tua madre.
Giulia la guardò.
— E Argo?
— Ci penso io.
— Lei?
La domanda era comprensibile.
Teresa aveva paura dei cani fin dall’infanzia.
Ma quella notte entrò nell’appartamento e rimase sola con Argo.
— Siamo messi bene — gli disse. — Tu hai paura dei tuoni e io di te.
Scoppiò un altro tuono.
Argo le corse incontro.
Teresa si irrigidì.
Il cane appoggiò il muso sulle sue ginocchia.
Tremava come un bambino.
Lei esitò.
Poi gli accarezzò la testa.
— Basta… nessuno ti farà niente.
Passarono tutta la notte insieme.
Teresa parlava.
Argo ascoltava.
Gli raccontò della sua giovinezza in provincia di Modena, della figlia trasferita a Milano, dei giorni diventati troppo uguali dopo la pensione.
All’alba il cane dormiva con la testa sulle sue gambe.
Giulia tornò con una buona notizia.
L’operazione era riuscita.
Da quel momento Argo cominciò a cercare Teresa ogni volta che la sentiva sul pianerottolo.
E Teresa iniziò a trovare scuse per vederlo.
— Ho comprato troppi biscotti.
— Teresa, sono biscotti per cani — notò Carlo.
— Appunto.
Presto cominciò a portarlo a passeggio ai Giardini Margherita.
— Sei incredibile — disse Carlo. — Fino a un mese fa cambiavi marciapiede quando vedevi un cane.
— Le persone intelligenti cambiano idea.
— E comprano cappottini impermeabili?
— Era scontato.
Un mese dopo Giulia bussò piangendo.
Marco era stato trasferito a Torino.
Dovevano partire presto.
L’appartamento che avevano trovato non accettava animali.
— Forse dovremo riportare Argo al rifugio per qualche mese.
Teresa impallidì.
— Riportarlo?
Quella sera Carlo la osservò in silenzio.
Poi disse:
— Lo teniamo noi.
Teresa quasi lasciò cadere la tazza.
— Cosa?
— Argo.
— Carlo, è enorme.
— Anche il tuo armadio lo è, eppure conviviamo.
Lei rise controvoglia.
— Non abbiamo mai avuto un cane.
— Allora impareremo.
Argo arrivò con la sua cuccia, due ciotole e una coperta.
Dopo due giorni aveva conquistato il divano.
Dopo una settimana accompagnava Teresa ovunque.
Dopo un mese sembrava essere sempre vissuto con loro.
Teresa camminava di più.
Sorrideva di più.
Aveva nuovi amici.
Persino sua figlia, al telefono, se ne accorse.
— Mamma, sembri più allegra.
— Ho un fidanzato giovane e moro.
— Cosa?
— Si chiama Argo e perde pelo.
Arrivò un altro temporale.
Argo cercò di nascondersi.
Teresa si sedette accanto a lui.
— Guardami.
Il cane sollevò gli occhi.
— Questa è casa tua. Nessuno ti lascerà fuori.
Argo si avvicinò.
Lei lo abbracciò.
Passarono mesi.
Un giorno Giulia telefonò.
Avevano finalmente trovato una casa con un piccolo giardino.
— Possiamo riprendere Argo.
Teresa rispose:
— Certo.
Poi rimase seduta in cucina a piangere.
Quando Giulia e Marco arrivarono, Argo li accolse felice.
Teresa aveva preparato tutto.
— Qui c’è il libretto sanitario. Qui le medicine.
Giulia scosse la testa.
— Non serve.
— Come non serve?
— Argo resta qui.
Teresa la fissò.
— Ma avete trovato casa.
— Sì.
Giulia sorrise.
— Ma abbiamo capito che lui una casa ce l’ha già.
Teresa portò una mano alla bocca.
— Noi lo abbiamo adottato — disse Giulia. — Ma lei gli ha insegnato cosa significa sentirsi al sicuro.
Marco le porse alcuni documenti.
— Vorremmo intestarlo ufficialmente a voi.
Argo si sedette accanto a Teresa.
Come se avesse già scelto.
Lei scoppiò a piangere.
— Disgraziato — gli disse abbracciandolo. — Mi hai rovinato la reputazione.
Gli anni passarono.
Il muso di Argo diventò bianco.
Le passeggiate si accorciarono.
Ma ogni sera cercava ancora Teresa.
Una notte un temporale tornò a scuotere Bologna.
Argo alzò la testa.
Teresa gli tese la mano.
— Sono qui.
Il cane si rilassò.
Lei sorrise.
La prima volta era uscita di casa arrabbiata, convinta che quel cane le stesse togliendo il sonno.
Non sapeva che dietro quella porta avrebbe trovato qualcuno capace di svegliare una parte di lei che si era addormentata da anni.
Argo aveva avuto bisogno di essere salvato dalla paura.
Teresa, invece, aveva avuto bisogno di essere salvata dal silenzio.
E alla fine nessuno seppe più dire chi avesse salvato davvero chi.







