La lettera d’addio che mio figlio non ha mai letto

Il mio ultimo giorno di lavoro, dopo ventinove anni nello stesso laboratorio di sartoria teatrale, la direttrice mi ha abbracciata e mi ha infilato una busta nella borsa. «Aprilo a casa, Rosa. E non ti fidare di nessuno». Ho annuito, ma la busta l'ho aperta sul tram numero 8, mentre attraversavamo Trastevere alle sei e mezzo di sera. La luce arancione dei lampioni cadeva a chiazze sui fogli.

Dentro c'erano due cose: un assegno circolare da quattromila euro — la colletta dei colleghi, con un bigliettino di ringraziamento per i costumi cuciti in tutti questi anni — e un foglio bianco, piegato in quattro. L'ho aperto. Era una procura notarile. Mia firma in calce, già autenticata dal notaio Landi — lo stesso che aveva rogitato la casa di mia madre trent'anni prima. La procura autorizzava mio figlio Teo a vendere l'appartamento di via dei Salumi, a Testaccio, dove vivo da quando lui aveva tre anni. La data dell'autentica era di due settimane prima. Io non ero mai stata dal notaio Landi in vita mia. Il notaio Landi era il testimone di nozze di mia nuora.

Ho stretto il foglio fino a stropicciarlo. Il tram ha frenato bruscamente all'altezza di piazza Mastai e una signora mi è caduta addosso con la borsa della spesa. «Si sente bene, signora?» mi ha chiesto. Non lo sapevo. Non sapevo come mi sentivo.

A casa, l'odore di fritto mi ha aggredita già sulle scale. La porta era socchiusa — Bianca, mia nuora, non la chiude mai perché ha sempre le mani occupate dal telefono. Dentro, il televisore della cucina sparava la pubblicità di un integratore, il cane dei vicini abbaiava in cortile, e dal bagno arrivava l'eco di una videochiamata ad alto volume. La mia casa non suonava come casa mia da almeno sei anni.

Bianca era seduta al tavolo della cucina, in accappatoio di spugna rosa, e si stava facendo le unghie con uno smalto color caramello. Il suo telefono, appoggiato al portafrutta, trasmetteva un tutorial su come cucinare la carbonara senza uova.

— Oh, Rosa, finalmente. Teo voleva sapere a quanto ammonta la pensione esatta. Dobbiamo chiudere il budget del mese, abbiamo la rata della macchina.

Ho appoggiato la borsa sullo sgabello. C'era qualcosa di appiccicoso sul pavimento, vicino al frigo.

— Non lo so ancora, — ho detto.

— Beh, informati, dai. Mica possiamo andare a spanne. Ah, ho finito il mascarpone per il tiramisù. Ne ricompri due vaschette domani, che ho ospiti venerdì.

Lei intanto ha aperto il barattolo della marmellata di fichi che avevo preparato in settembre. Ci ha infilato dentro il cucchiaino che aveva appena leccato, sporco di smalto e saliva, e ha scavato una fossetta lucida nella superficie scura. Poi ha lasciato il cucchiaino sul tavolo di legno, senza neanche un tovagliolo sotto. La macchia violacea è rimasta lì, sul noce che mia madre lucidava con l'olio di lino ogni sabato mattina.

Ho distolto lo sguardo e sono andata in camera mia. In fondo, appoggiato alla parete, c'era il mio vecchio manichino da sarta, quello con il busto di vimini e la gonna di tela grezza. Ci avevo appuntato centinaia di spilli, negli anni. Ci avevo costruito addosso i costumi per la *Traviata* del '96, quelli per cui il regista mi aveva mandato un biglietto scritto a mano. Sopra il manichino, Bianca aveva appoggiato i suoi asciugamani bagnati. La tela si era macchiata di muffa, il vimini si stava deformando. L'ho guardato e ho sentito il rumore secco del foglio che si strappava nella mia testa, prima ancora di sapere che l'avrei fatto.

Quando Teo è rientrato, aveva la faccia di chi ha risolto un grosso problema senza dirtelo. Ha posato le chiavi della Golf sul mobiletto, ha preso una Peroni dal frigo e si è seduto di fronte a me.

— Mamma, dobbiamo parlare di una cosa pratica. L'agenzia immobiliare mi ha detto che se mettiamo dentro anche la tua firma, possiamo fare un mutuo molto più grosso. Stiamo trattando una villetta a Fiumicino, tre camere, tavernetta, bel giardino. Però serve una garanzia. La casa qui a Testaccio vale un sacco adesso, con tutti questi bed and breakfast che aprono. Basta che firmi una procura, la stessa che ti ho fatto trovare nello zaino settimana scorsa.

Non l'avevo trovata nello zaino. L'aveva fatta falsificare. Ma l'ho lasciato parlare.

— Te la ridò stasera, la procura, — ho detto.

Lui ha sventolato una mano. — Non serve che me la ridai, mamma. Ci penso io. Tu firma e basta.

Bianca è entrata proprio in quel momento, leccandosi lo smalto da un dito. — Poi c'è un'altra cosetta, Rosa. La cameretta piccola accanto alla cucina, quella che adesso usi come ripostiglio. La svuotiamo, mettiamo un divano letto, e tu ti trasferisci lì. La tua camera da letto la facciamo diventare lo studio di Teo. Lui ha bisogno di spazio per le sue cose, non può stare sempre in tinello.

— E le mie cose?

— Quali cose, Rosa? Un po' di vestiti, il ferro da stiro, quella macchina da cucire antica che non usa più nessuno. La mettiamo in cantina, se vuoi. Tanto non cuci più.

La cantina. La cantina dove trent'anni fa avevo nascosto i costumi di scena durante l'alluvione, per salvarli. Dove d'inverno l'umidità ti entra nelle ossa e la muffa si mangia il tessuto in tre giorni. Volevano mettermi in cantina.

Teo tamburellava con le dita sul tavolo. — Allora, mamma? La firmi 'sta procura? Il notaio Landi ci aspetta domani mattina.

— Vado a prenderla.

Mi sono alzata, sono andata in camera mia. Ho aperto l'armadio, ho preso la busta della direttrice. Dentro, oltre all'assegno, c'era ancora la procura falsificata. L'ho guardata bene: la grafia non era neanche simile alla mia. Avevano fatto un lavoro pessimo. Tanto sapevano che non avrei guardato.

Sono tornata in cucina. Teo aveva già tirato fuori una penna stilografica, la Montblanc che gli avevo regalato per la laurea.

— Ecco, firma qui in fondo, dove c'è la crocetta.

Ho preso il foglio tra le mani. L'ho osservato per un lungo momento. Poi ho fatto una cosa che non avevo programmato: l'ho strappato a metà. Il suono della carta spessa che si lacera ha fatto sussultare Bianca. Poi ho sovrapposto le due metà e le ho strappate ancora, in quattro pezzi precisi. Li ho posati sul tavolo, uno accanto all'altro. Sembravano i petali di un fiore assurdo.

— Cosa fai?! — Teo è scattato in piedi, la sedia ha strisciato sul pavimento con uno stridio cattivo. — Hai idea di cosa hai fatto?

— Ho stracciato un documento falso, — ho detto. — Che è pure un reato penale, tra l'altro. Falsificare una procura notarile. Ti ho cresciuta io, Teo. Non sono così stupida come speravi.

Lui è rimasto in piedi, la bocca aperta. Bianca ha ritirato la mano dal barattolo della marmellata.

— Adesso ascoltatemi bene, — ho detto. Avevo la voce che non tremava. Neanche un poco. — La casa di via dei Salumi è mia. L'ha comprata mia madre con i risparmi di una vita da maestra elementare. Voi ci siete stati per grazia ricevuta, non per diritto. La residenza che vi ho fatto nel 2020 era temporanea. È scaduta a novembre. Non l'ho rinnovata.

— Cosa vuoi dire con questo? — la voce di Teo era diventata sottile sottile.

— Che tra due settimane volevo fare la nonna a tempo pieno. Invece adesso, tra due settimane, voglio che questa casa sia vuota. Libera. Pulita. Voi ve ne andate. Certe cambiali si pagano in ritardo, ma si pagano.

Bianca è scoppiata a piangere. Teo ha urlato qualcosa sul fatto che ero una madre snaturata, che li stavo buttando in mezzo a una strada, che non avrei mai più rivisto mio nipote. Ha urlato per venti minuti, ha persino preso a calci lo stipite della porta. Io sono rimasta seduta al tavolo, con le mani in grembo, come quando da ragazza aspettavo che il temporale passasse. A un certo punto ho preso il barattolo della marmellata di fichi, l'ho chiuso bene, e l'ho messo in dispensa. Senza dire una parola.

Hanno fatto i bagagli in dieci giorni. In realtà, avevano già cominciato da un pezzo: metà delle loro cose erano già negli scatoloni, pronte per il trasloco nella villetta a Fiumicino. Solo che la villetta adesso se la potevano scordare. O almeno, se la sarebbero dovuta comprare senza la mia firma.

L'ultima sera, Teo è venuto in cucina mentre lavavo i piatti. Era pallido. Mi ha guardata e ha detto: — Lo sai che non ti perdonerò mai questa cosa, vero?

— Lo so, — gli ho risposto. — Però io mi perdonerò per tutte le volte che ho taciuto. E per tutte le marmellate che mi avete sporcato.

Hanno caricato la Golf e sono partiti. Bianca non si è voltata. Teo ha lasciato la chiave sul tavolino dell'ingresso. Ha sbagliato: era la chiave vecchia, quella di scorta, quella che non apre più perché la serratura l'avevo già fatta cambiare cinque giorni prima.

La sera stessa, ho preso l'assegno da quattromila euro della colletta, l'ho girato, e ci ho scritto sul retro: *Per mio nipote. Quando sarà abbastanza grande per capire che sua nonna non era una donna da buttare via.* Poi l'ho imbustato e l'ho spedito all'indirizzo nuovo di Teo, che avevo trovato scritto su un post-it attaccato al frigo.

Dopodiché ho indossato il mio vecchio grembiule da sarta, mi sono seduta al tavolo della cucina, e ho cominciato a spazzolare il manichino di vimini con una spazzola morbida. Via la muffa, via la polvere, via gli aloni di bagnato. La tela grezza era segnata per sempre, ma non era rotta. Era ancora in piedi. Come me.

Dopo un'ora ho smesso, mi sono fatta un caffè con la moka, e ho chiamato mio cognato, che fa il fabbro.

— Mario, mi serve un'altra serratura. Una di quelle che si chiudono solo da dentro.

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