Le millesettecento euro di zia Assunta

A Ostuni, nel quartiere delle case bianche vicino al Santuario della Madonna della Grata, tutti conoscevano Assunta Lorusso, sessantatré anni, ex sarta, vedova da nove. Tutti sapevano anche che i millesettecento euro risparmiati vendendo la sua Fiat Panda del 2009 erano finiti sul conto del nipote Cosimo, ventotto anni, per "un mese, forse due, giusto il tempo di sistemare le cose con l'officina".

Erano passati undici mesi.

Assunta lo capì un martedì di settembre, mentre aspettava il numero 14 davanti alla farmacia di piazza della Libertà. La radiolina del farmacista trasmetteva le previsioni, e lei si ritrovò a contare a mente, per l'ennesima volta, quanti mesi mancavano ancora. Non ci arrivò. Perse il conto, come le capitava spesso ultimamente con le cose che la facevano arrabbiare.

Cosimo era il figlio di sua sorella Carmela, morta di infarto quando lui aveva vent'anni. Assunta lo aveva cresciuto come un figlio, gli aveva pagato la scuola di meccanico, gli aveva prestato i soldi per rilevare il piccolo garage di via Verdi quando il vecchio proprietario era andato in pensione. "Zia, ti giuro sulla tomba di mamma che te li ridò," le aveva detto, seduto al tavolo di formica della sua cucina, con le mani sporche di grasso motore e gli occhi lucidi.

Da allora, ogni volta che lei chiedeva, la risposta era la stessa: "Sto aspettando un pagamento da un cliente", "il mese prossimo sistemo tutto", "zia, non fare così, sai che ti voglio bene".

Quel martedì, aspettando l'autobus che non arrivava mai, Assunta vide passare davanti alla farmacia la fidanzata di Cosimo, Michela, con in braccio due buste della salumeria Marino — quella cara, vicino al corso, non l'alimentari dove faceva la spesa lei. Dentro una delle buste spuntava una scatola di taralli al vino, quelli da dodici euro il pacco che Assunta comprava solo a Natale.

Non disse niente. Salì sull'autobus quando arrivò, con il borsello stretto contro il petto, e per tutto il tragitto guardò fuori dal finestrino senza vedere niente.

La sera stessa telefonò a sua figlia Rosanna, che viveva a Bari e faceva l'impiegata in banca. "Mamma, ma tu i soldi glieli hai dati o glieli hai prestati?" le chiese Rosanna, con quella voce pratica che aveva ereditato dal padre. "Prestati," rispose Assunta. "C'è scritto da qualche parte?" Silenzio. "No." "E allora, mamma, per la legge quei soldi non esistono."

Assunta quella notte non dormì. Ripensò a quando Cosimo aveva otto anni e si era rotto un braccio cadendo dal muretto dietro casa, e lei lo aveva portato di corsa al pronto soccorso di Ostuni tenendolo stretto sulle ginocchia per tutto il tragitto in taxi. Ripensò a quanto le era costato, in fondo, non essere mai stata davvero sua madre, e a quanto avesse sempre cercato di colmare quel vuoto con tutto quello che aveva: tempo, pazienza, e adesso anche i risparmi di una vita di orli e vestiti aggiustati.

La settimana dopo andò all'officina di via Verdi, un sabato mattina, con la scusa di portargli dei pomodori dell'orto. Cosimo era sotto un'Alfa Romeo alzata sul ponte, e quando la vide si pulì le mani su uno straccio e le sorrise, quel sorriso un po' storto che aveva sempre avuto fin da bambino. "Zia, che bella sorpresa."

Lei posò le buste sul bancone. Poi, senza preamboli: "Cosimo, ho bisogno di quei soldi. Non me li devi regalare, me li devi restituire. Sono passati undici mesi." Lui cambiò espressione, guardò verso il retrobottega come cercando aiuto. "Zia, lo sai come sono messo, con l'officina che ancora non decolla…" "E i taralli di Marino, come sono messi?" Lui si bloccò. "Michela ti ha vista?" "Michela non c'entra niente. C'entra che io ho venduto la macchina per darti una mano, e tu non hai nemmeno la decenza di dirmi la verità."

Cosimo restò zitto per un lungo momento, gli occhi bassi sulle scarpe da lavoro. "Non ce li ho, zia. Li ho spesi. Un po' per l'officina, un po'… insomma, per delle spese." "Quali spese." "Le vacanze a Otranto con Michela, ad agosto. E il televisore nuovo." Assunta sentì qualcosa stringersi in petto, ma non gridò. Restò lì, dritta, con le buste dei pomodori ancora in mano.

Tornò a casa e passò il pomeriggio seduta al tavolo della cucina, davanti a un caffè che si era freddato senza che lei lo toccasse. Guardò il calendario appeso vicino al frigorifero, quello con le foto dei nipoti che le mandava ogni anno il macellaio come omaggio. Poi prese il telefono e chiamò l'avvocato Donato Semeraro, quello che l'aveva seguita per la successione dopo la morte del marito.

"Avvocato, non ho carta scritta, non ho ricevute. Ho solo l'estratto conto della banca che dimostra il bonifico." "Basta quello per cominciare, signora Lorusso. Un bonifico con causale generica non prova un prestito, ma possiamo tentare una diffida, e se lui non risponde, si va davanti al giudice di pace. È una causa da poche migliaia di euro, i tempi sono più brevi del previsto." "E se lui dice che erano un regalo?" "Allora tocca a lui dimostrarlo, non a lei."

Assunta ci pensò tre giorni. Poi firmò la delega.

La diffida arrivò a Cosimo un venerdì mattina, portata dal postino proprio mentre stava aprendo la saracinesca dell'officina. La aprì lì, in piedi, con le chiavi ancora in mano. Lesse due volte il nome di sua zia in fondo alla lettera, accanto al timbro dello studio legale.

Quella sera si presentò a casa di Assunta senza preavviso, con Michela che aspettava in macchina, il motore acceso. "Zia, ma sei impazzita? Mi fai causa? Davanti a tutto il paese?" "Non davanti a tutto il paese, Cosimo. Davanti al giudice di pace, che è una stanza con una scrivania e basta." "E la famiglia? Io sono il figlio di tua sorella!" "Sei il figlio di mia sorella, e per questo ti ho dato tutto quello che avevo. Ma i millesettecento euro non erano un regalo, e tu lo sai benissimo, perché quando te li ho dati mi hai giurato sulla tomba di tua madre che me li avresti restituiti."

Lui rimase sulla soglia, la mascella contratta, cercando ancora una frase che potesse ribaltare tutto. Non la trovò. Dietro di lui, dal finestrino della macchina, Michela guardava la scena senza scendere.

Assunta chiuse la porta con calma, non con rabbia. Andò in cucina, tirò fuori dal cassetto la cartellina blu con dentro la copia della diffida e l'estratto conto stampato, e la ripose nell'armadio, sopra la scatola di latta dove teneva ancora i bottoni della sua vecchia macchina da cucire.

Tre settimane dopo, davanti al giudice di pace di Ostuni, Cosimo si presentò da solo, senza avvocato, con una busta in mano. Prima ancora che l'udienza cominciasse davvero, la porse a sua zia: dentro c'erano milleduecento euro in contanti e un assegno postdatato per i restanti cinquecento, da incassare a fine mese. "Non voglio andare avanti così, zia. Hai ragione tu." Assunta contò le banconote, piegò l'assegno e lo mise nel borsello. Non lo abbracciò, non pianse. Gli disse soltanto: "Quando avrai finito di pagare, ti farò di nuovo i taralli per Natale. Prima no."

Uscì dal tribunale con il borsello stretto sotto il braccio, come undici mesi prima aveva tenuto stretti i soldi della sua Panda venduta, e camminò lentamente verso la fermata dell'autobus, dove il numero 14, quella volta, arrivò puntuale.

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