Due zainetti

Anna aveva infilato la chiave nella toppa alle cinque e mezza di un martedì qualsiasi. In trent’anni di lavoro tra i banchi della scuola elementare Carducci, quella porta blu di via San Vitale le era costata ogni singolo centesimo. Comprare un trilocale con la terrazza a due passi dalle Due Torri, a Bologna, non è uno scherzo. L’aveva finita di pagare tre anni prima, quando ancora Marco le stringeva la mano e diceva «casa nostra».

Aprì e vide due zainetti sul pavimento della veranda. Due zainetti identici, uno rosso e uno blu, con i dinosauri sbiaditi e la cerniera impastata di terra. Non erano i suoi. Erano quelli di Luca e Matteo, i gemelli del primo matrimonio di Marco. Il cuore le partì in gola come quando da ragazza le sfuggiva il gesso sulla lavagna.

I bambini non si vedevano, ma si sentiva il loro vocio dal soggiorno. Anna posò la borsa della spesa sul mobiletto dell’ingresso, dove l’indomani avrebbe trovato il segno bagnato di un bicchiere dimenticato.

Marco uscì dalla cucina con un piatto di pasta in mano e il sorriso di chi ha già deciso tutto.

«Ah, sei già qui. Senti, è solo per qualche mese. La mamma di Chiara sta poco bene, lei deve badarle e non può tenere i ragazzi. Non è possibile lasciarli in giro, no?»

Anna non rispose subito. Guardò la pasta. Pasta al pesto. Lui non cucinava mai il pesto, perché le faceva schifo. La stava già trattando come un oggetto in affitto.

«Marco, abbiamo fatto un patto. I gemelli vivono con Chiara. Lo hai ripetuto davanti al notaio, lo hai giurato a mia madre quando ci siamo sposati dieci anni fa. A casa mia, avevi detto.»

Lui sbuffò, appoggiò il piatto sul tavolo con un tonfo. «È un’emergenza. Sei sempre la solita, una macchina che stampa regole. Che dovevo fare, farli dormire in strada?»

Anna si tolse il cappotto, lo piegò in silenzio. Poi prese il cellulare e compose il numero della suocera, Rosa. Sapeva che Marco l’avrebbe odiata. Ma non le importava più.

«Che fai? Non chiamare mia madre!» scattò lui, allungando una mano verso di lei e quasi rovesciando il piatto. «Non c’entra!»

Anna alzò una sola sopracciglia e aspettò il bip. Dall’altra parte Rosa, con la sua voce da fumatrice, rispose al terzo squillo.

«Anna, che succede?»

«Rosa, tuo figlio ha traslocato i bambini qui. Zaini, vestiti, tutto. Dice che Chiara non può tenerli. Tu ne sapevi qualcosa?»

Ci fu un silenzio. Così lungo che Anna sentì il ronzio del frigorifero.

«Dio mio, Anna, io… non so niente. Che significa con i vestiti? Lui mi aveva detto che li portava al parco per il pomeriggio. È qui che gioca con loro, no?» La voce di Rosa si era fatta incerta, come se avesse appena scoperto una crepa nel muro di casa.

Marco era diventato bianco. Si era appoggiato allo stipite, le braccia conserte così strette che le nocche erano livide.

Anna ringraziò Rosa a bassa voce e riattaccò. Poi si rivolse a lui.

«Dammi il numero di Chiara. Voglio capire perché ha mollato i figli mercoledì pomeriggio con tutta la loro roba.»

«Non te lo do. Non devi immischiarti. È roba mia.»

Anna scoppiò a ridere, una risata secca, senza allegria. «Roba tua? I bambini dormono sul mio divano, mangiano nel mio piatto, sporcano il mio bagno. Tutti i fine settimana sei tu che sparisci, e io disegno con loro, li porto in giro, gli preparo la merenda, mentre tu sei dal tuo amico o da tua madre, che peraltro non ti vede mai. Quindi, dov’eri davvero, Marco?»

Lui non rispose. Guardava il pavimento. C’era una macchia di sugo che Anna non aveva ancora pulito. Un cerchio rosso sul parquet, come una moneta sporca.

Anna non disse altro. Accompagnò i bambini in salotto, li fece sedere sul tappeto con i mattoncini delle costruzioni. Poi andò a dormire nella stanza degli ospiti. Non chiuse occhio. Le tornò in mente la sua amica Elena, due anni prima, mentre bevevano un caffè al bar della stazione. «Anna, stai attenta. Conosco un caso così. Un tipo si riprende i figli per darli alla nuova compagna, e intanto torna dalla ex. La casa diventa un albergo, e tu resti la cameriera.» Allora aveva scrollato le spalle. Ora ogni parola di Elena era un chiodo piantato nello stesso identico punto.

Il mattino dopo Anna preparò la colazione ai gemelli, li fece lavare le mani, li vestì. Erano silenziosi, con quell’aria da bambini che sanno quando gli adulti mentono anche senza aprire bocca. Marco si era già infilato la giacca, pronto a uscire.

«Devo andare. C’è una riunione.»

«Certo, sempre di sabato. Vai pure. Ci penso io ai bambini, come sempre.» La voce di Anna era piatta come una tavola stesa.

Quando la porta si chiuse, lei prese il cellulare e chiamò di nuovo Rosa. Le serviva l’indirizzo esatto di Chiara. Rosa glielo diede, con un filo di voce, e aggiunse: «Anna, ti prego, non fare sciocchezze. Mio figlio è un cretino, ma non rovinare tutto.» Anna la rassicurò: «Rosa, non rovino niente. Semplicemente, smetto di pagare io il conto.»

Portò i bambini dalla nonna. Poi infilò le scarpe basse, prese la borsa e uscì. Via Saragozza, poi il bus numero 30 fino al quartiere del Pratello. Il civico che le aveva dato Rosa era un portone scrostato, quinto piano senza ascensore. Salì a piedi. La ringhiera tremava. Davanti alla porta numero 17 c’era uno zerbino con la scritta “Benvenuti” e le orme di un gatto.

Premette il campanello. Nessuna risposta per qualche secondo, poi passi leggeri. La porta si aprì. Non era Chiara. Era Marco, a piedi nudi, in canottiera. Dietro di lui, sul corridoio, un paio di pantofole rosa e un foulard di seta appeso all’attaccapanni.

Rimasero immobili. Anna contò dentro di sé: uno, due, tre. Il respiro di Marco si bloccò. Lei non aprì bocca. Girò sui tacchi e cominciò a scendere. Lui le gridò dietro, qualcosa tipo «Amore, ti giuro, stavo solo aggiustando un rubinetto», ma la sua voce si perse tra le scale, come il miagolio di un gattino chiuso in cantina.

Anna non si voltò. Arrivò in strada, sentì l’odore della focaccia calda del forno all’angolo. Era una giornata limpida, l’aria frizzante di metà ottobre. Sbloccò il telefono. Non c’erano più lacrime da versare. C’era solo una decisione da prendere, con la stessa precisione con cui per trent’anni aveva corretto i compiti di italiano.

Chiamò l’avvocato Ferri, un vecchio amico di suo padre, che aveva lo studio in via Santo Stefano. Gli disse solo: «Domenico, ti mando le carte. Voglio la separazione con addebito. E il cambio della serratura, per oggi pomeriggio.»

Tornò a casa. Il fabbro arrivò alle tre in punto, un ragazzo magro con la tuta blu e le mani piene di calli. Cambiò il cilindro in dieci minuti, senza fare domande. Anna gli diede quaranta euro e un caffè in tazzina. Sul tavolo di cucina intanto aveva già sistemato tre scatoloni: tutti i vestiti di Marco, le sue riviste di moto, il rasoio elettrico, perfino la macchinetta del caffè a capsule che aveva voluto comprare lui. Mise le scatole sul pianerottolo. Poi scrisse un biglietto a mano, con la sua calligrafia da maestra: «Marco, le chiavi non funzionano più. I tuoi effetti personali sono fuori. Per i documenti del divorzio ti contatterà il mio avvocato. Non cercarmi più a questo indirizzo, perché io non ci sarò per te.»

Alle sei di sera suonarono alla porta. Era Marco. Aveva con sé i due gemelli, ancora con i loro zainetti, e un faccino stanco.

Anna aprì con la catenella attaccata. Lo guardò da quella fessura di dieci centimetri. Lui aveva gli occhi rossi, stava per dire qualcosa, forse una bugia, forse una scusa.

Lei lo anticipò.

«Marco, questa casa l’ho comprata io, con il mio lavoro, anni prima di conoscerti. Dentro qui ci abitano le persone che ho scelto io. Tu hai scelto di vivere altrove. Perciò adesso vai, con i tuoi figli. Loro non c’entrano, ma tu sì. E ti assicuro che il mio avvocato è già al corrente di tutto.»

Lui aprì la bocca, ma Anna chiuse la porta. Poi tolse la catenella, richiuse forte e girò la chiave due volte.

Dall’altra parte ci fu silenzio. Poi un fruscio di buste della spesa, un gemito di bambino, e i passi pesanti di Marco che scendevano le scale. Anna rimase nel salotto accanto alla finestra. Guardò giù in strada. Lo vide uscire dal portone con uno zaino per mano, e i due gemelli che si guardavano intorno. Non c’era trionfo, nel suo petto. C’era una stanchezza profonda, ma pulita. Come quando si finisce di correggere l’ultima verifica dell’anno scolastico.

Senza fretta, andò in cucina e mise sul fuoco l’acqua per un tè. La luce di Bologna filtrava attraverso i vetri, colorando il pavimento di arancione. Sul fuoco, il primo sbuffo di vapore fece tremare il coperchio.

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