„I vicini del piano di sopra hanno allagato il nostro appartamento…”

Teresa Bellini aveva sessantanove anni e viveva da sola in un vecchio palazzo di Bologna, a pochi passi dai portici sotto i quali aveva camminato per tutta la vita.

Quell’appartamento non era grande.

Ma conteneva quarantacinque anni di matrimonio.

Il tavolo dove suo marito Carlo preparava la pasta fresca la domenica.

La credenza ricevuta come regalo di nozze.

Le fotografie dei figli.

Il vaso di ceramica comprato durante il loro unico viaggio in Sicilia.

Una mattina Teresa tornò dal mercato e trovò il portiere ad aspettarla.

— Signora Teresa… c’è stato un problema.

L’acqua aveva attraversato il soffitto della camera da letto e del soggiorno.

Il parquet era sollevato.

L’intonaco cadeva.

Sul letto, completamente bagnata, c’era la coperta ricamata da sua madre.

Teresa la prese tra le mani.

Aveva più di cinquant’anni.

Cominciò a piangere.

Il guasto proveniva dall’appartamento dei nuovi vicini, Federico e Laura.

Un tubo della cucina si era rotto mentre erano fuori.

— Mi dispiace — disse Federico. — Ma queste cose succedono.

— Certo — rispose Teresa. — Però dobbiamo parlare dei danni.

L’uomo sospirò.

— Signora, non possiamo pagare la ristrutturazione di casa sua.

— Ma il danno viene dal vostro appartamento.

Laura intervenne:

— Forse la sua casa aveva già bisogno di essere sistemata.

Teresa diventò pallida.

Quella frase le rimase dentro.

Come una porta chiusa in faccia.

Per due giorni non fece nulla.

Poi arrivò sua nipote Giulia.

Vide la nonna seduta in cucina, circondata da secchi e stracci.

— Nonna, perché non hai chiamato nessuno?

— Non voglio litigare.

Giulia si inginocchiò davanti a lei.

— Difendere quello che è tuo non significa litigare.

Teresa abbassò gli occhi.

Carlo le diceva sempre la stessa cosa.

Lui era morto quattro anni prima.

Prima di morire, le aveva stretto la mano.

— Teresa, promettimi che non avrai paura di vivere senza di me.

Lei aveva promesso.

Ma soltanto in quel momento capì che vivere senza Carlo significava anche imparare a difendersi da sola.

Il giorno dopo chiamò l’amministratore.

Fece redigere una relazione.

Fotografò tutto.

Conservò ogni preventivo.

Quando Federico bussò alla sua porta, il tono era molto meno arrogante.

— Davvero vuole andare avanti?

— Sì.

— Per qualche macchia sul soffitto?

Teresa aprì la porta del soggiorno.

Indicò il pavimento sollevato, il muro annerito, i mobili spostati.

Poi disse:

— Vede quella credenza?

— Sì.

— Mio marito l’ha restaurata con le sue mani quando avevamo trent’anni.

Fece una pausa.

— Per lei queste sono cose vecchie. Per me è la mia vita.

Federico abbassò lo sguardo.

La situazione si risolse dopo settimane di pratiche, assicurazioni e discussioni.

Quando finalmente i lavori finirono, Teresa invitò Giulia a pranzo.

Preparò le tagliatelle al ragù usando la vecchia ricetta di Carlo.

— Allora, nonna — scherzò Giulia — hai vinto la guerra?

Teresa sorrise.

— Nessuna guerra.

Poi guardò la casa.

— Ho solo smesso di pensare che essere educata significhi dover accettare tutto.

Quella domenica apparecchiò anche un posto in più.

Come aveva sempre fatto quando Carlo era vivo.

Non perché aspettasse che tornasse.

Ma perché alcune persone continuano a sedersi accanto a noi anche quando non possiamo più vederle.

E forse Carlo, quel giorno, sarebbe stato orgoglioso di lei.

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