Il mio piccolo tesoro, spero che un giorno potrai perdonarmi

Quella domenica allo stadio Artemio Franchi, seconda metà del secondo tempo, la Fiorentina sotto di un gol e io nemmeno me ne accorgevo. Quarantamila persone urlavano intorno a me e io non sentivo niente. Guardavo Filippo che agitava la bandierina viola con le sue manine di cinque anni, la stessa bandierina che gli avevo comprato al chiosco davanti ai cancelli per due euro, e pensavo: eccolo, questo è tutto quello che ho costruito.

Non lo stadio.

Non la squadra.

Quel bambino con la bandierina.

Avevo ventidue anni quando ho lasciato la facoltà di Ingegneria al Politecnico. Mancavano otto esami alla laurea, me lo ricordo perché il libretto universitario l'ho conservato per vent'anni in un cassetto, ogni tanto lo tiravo fuori di notte e contavo gli esami che mi mancavano come un detenuto conta i giorni sulla parete.

Mia moglie era uscita un martedì mattina, quando Filippo aveva otto mesi. Aveva detto che andava alla Coop a prendere il latte per il bambino. Aveva lasciato il passeggino in corridoio, la borsa termica sul tavolo, il cellulare in carica. Uscita in ciabatte.

Non l'ho più vista.

All'inizio ho chiamato i carabinieri, gli ospedali, sua madre a Bari che mi ha attaccato il telefono in faccia dicendo che la figlia l'avevo rovinata io. Poi ho smesso di chiamare. Ho smesso di cercare. Ho smesso di chiedermi perché.

Filippo piangeva la notte. Aveva otto mesi e mezzo, non capiva niente, ma ogni volta che entrava qualcuno in casa alzava la testa dal seggiolone con quegli occhioni scuri come se aspettasse qualcuno che non arrivava mai. A otto mesi già sapeva cosa significa essere abbandonati, e io non potevo sopportarlo.

Il giorno dopo ho ritirato i documenti dalla segreteria del Politecnico. La signora allo sportello mi ha guardato come si guarda uno che sta per buttare la chiave nel fiume. Mi ha detto: «Giovane, ci pensi bene.»

Non ci ho pensato.

Lunedì ero studente. Martedì ero padre, madre e tutto il resto. Mercoledì ero manovale in un cantiere alla periferia di Firenze, zona Novoli, tiravano su un residence di sei piani e cercavano braccia.

Le mie prime scarpe antinfortunistiche le ho comprate al mercato delle Cascine, dieci euro, due numeri più grandi perché dentro ci mettevo i doppi calzini d'inverno. Quando tornavo la sera, Filippo gattonava verso la porta e mi toccava le ginocchia sporche di calce e io lo prendevo in braccio senza nemmeno togliermi la giacca arancione del cantiere, quella giacca che dopo un anno puzzava di sudore anche dopo tre lavaggi in lavatrice.

Passarono gli anni così, un cantiere dopo l'altro. Ci furono mesi in cui la scelta era fra la bolletta della luce e la frutta per il bambino. La frutta gliela compravo sempre. La luce la staccavano. Imparammo tutti e due a cenare con le candele, e ormai Filippo aveva cinque anni e pensava fosse un gioco. Soffiava sulla fiammella e rideva, e io ridevo con lui perché a cinque anni doveva ridere, cazzo, non doveva sapere che suo padre non aveva i soldi per pagare l'Enel.

A scuola gli altri bambini avevano lo zainetto Invicta con i disegni dei supereroi. Filippo aveva lo stesso zainetto da tre anni, con la cerniera rotta che aggiustavo ogni domenica sera con ago e filo. Imparai a cucire di notte, con la luce fioca della cucina, perché di giorno non avevo tempo. Di giorno c'era il cantiere. E la sera c'era lui, i compiti, la cena, il bagno, la favola prima di dormire — sempre la stessa, quella del piccolo principe, un libro spaiato che avevo trovato su una bancarella di libri usati in piazza Santo Spirito e comprato per cinquanta centesimi.

Una notte, quando aveva sette anni, Filippo aveva la febbre alta, trentanove e otto, e io ero seduto accanto al suo letto con un asciugamano bagnato sulla fronte e il termometro in mano. Alle tre di notte ha aperto gli occhi e mi ha detto: «Papà, quando sarò grande ti compro una macchina nuova, così non devi più spingere la nostra.»

Aveva visto che la nostra Punto del '98 certe mattine non partiva e dovevamo spingerla in due, io e lui, lui che non arrivava nemmeno al paraurti ma spingeva lo stesso con tutte le sue forze. Quel bambino spingeva una macchina a sette anni. E io dentro mi sentivo a pezzi, ma fuori gli dicevo che presto avrei sistemato tutto.

Non ho mai sistemato niente. La macchina è morta due anni dopo, l'abbiamo rottamata per duecento euro, e col cantiere fermo per la crisi edilizia del 2008 per sei mesi ho fatto il facchino in nero in un magazzino di Sesto Fiorentino. Caricavo e scaricavo camion dalla mattina alla sera, e quando tornavo a casa le mie mani erano così rovinate che non sentivo più nemmeno il dolore, solo un formicolio continuo.

Filippo cresceva. Parlava poco, ma capiva tutto. Aveva dieci anni quando i suoi compagni cominciarono ad andare in gita a Parigi o a Barcellona, e lui diceva che non gli andava, che preferiva stare qui. Ma io sapevo. Sapevo che non voleva chiedermi soldi, perché aveva visto il cassetto della cucina dove tenevo le bollette non pagate. Lo aveva visto. E non ha detto niente. Non ha chiesto niente. Una sera ha solo acceso il forno da solo e ci ha infilato dentro una pizza margherita surgelata, come se niente fosse.

Mentre mangiavamo quella pizza bruciacchiata ai bordi, mi guardò e disse soltanto: «È buona, papà.»

Era orribile. Faceva schifo. Ma la mangiammo tutta.

Io non ho mai avuto una vacanza. Mai comprato un vestito nuovo se non per i matrimoni degli altri — e solo quando ero invitato, il che accadeva molto di rado. Le mie maglie erano tutte regali di Natale che mi facevo da solo: mettevo da parte dieci euro al mese per undici mesi e a dicembre compravo qualcosa per Filippo. La mattina di Natale, quando aprivo il pacco che mi ero impacchettato da solo la sera prima con la carta del supermercato, lui mi guardava e sorrideva.

Un anno mi ha chiesto: «Papà, ma Babbo Natale a te ti porta sempre i calzini?»

E io: «È perché i papà hanno sempre freddo ai piedi.»

Lui ci ha creduto fino a undici anni. O forse faceva finta. Non lo so. Con Filippo non si capiva mai dov'era il confine fra l'ingenuità e la scelta di proteggermi.

Avevo quarantasei anni quando il dottore me lo disse, in una stanza del policlinico di Careggi che puzzava di disinfettante e di attesa. Una fibrosi al fegato, aggravata da vent'anni di cantiere e polveri, mi disse, in uno stadio che non lasciava più molto da fare. Cinque parole soltanto: «Mi dispiace, non possiamo fare molto.»

Filippo aveva venticinque anni, un lavoro da geometra e un appartamento in affitto a Rifredi. Io sapevo già da tre mesi e non gli avevo detto niente.

Non ho pianto. Non davanti a lui. Sono uscito, sono andato al bar dell'ospedale, ho preso un caffè che non volevo e sono rimasto seduto al tavolino di plastica per quaranta minuti a guardare la tazzina vuota.

Poi sono tornato a casa. Filippo era passato a trovarmi, come faceva ogni giovedì. Stava preparando la cena. Aveva fatto gli spaghetti al pomodoro, il mio piatto preferito. Mi ha detto: «Siediti, papà, stasera cucino io.»

Mi sono seduto. Ho mangiato. Non gli ho detto niente. Perché dovevo ancora capire come.

Negli otto mesi successivi mi sono spento come una lampadina a cui abbassano la corrente poco a poco. Prima non riuscivo più a fare le scale. Poi non riuscivo più a stare in piedi senza appoggiarmi. Poi non riuscivo più a parlare per più di cinque minuti senza fermarmi a prendere fiato.

Filippo ha preso un'aspettativa dal lavoro. Si è trasferito a casa mia. Dormiva sul divano, quello stesso divano su cui venticinque anni prima lo allattavo col biberon alle quattro del mattino, prima di andare in cantiere. Non si lamentava mai. Mi portava la minestra, mi aiutava a lavarmi, mi metteva le calze perché le mani mi tremavano troppo. E io pensavo: ecco, figlio mio, ti ho promesso che un giorno ti avrei dato tutto, e invece adesso sei tu che mi tieni in piedi.

Non gliel'ho mai detto. Non ce n'era bisogno. Lui lo sapeva.

L'ultima settimana ho chiesto a un mio vecchio collega, uno che faceva l'avvocato e che ogni tanto mi passava qualche lavoro extra, di venire a trovarmi. Gli ho dato un quaderno, una busta e una chiave. «Dopo la funzione», gli ho detto. «Dopo la funzione, e non un minuto prima.»

Lui ha detto che avrebbe fatto come volevo. Non ha fatto domande. Forse aveva capito. Forse no. Non importava.

Poi ho preso un foglio di carta. Quella carta buona che tenevo in fondo all'armadio da anni, non so nemmeno perché l'avessi comprata. Ho scritto una frase e basta. Mi ci sono voluti venti minuti.

La mattina dopo non mi sono svegliato.

Quello che è successo dopo me lo raccontò l'avvocato, settimane più tardi, seduto nella mia vecchia cucina con la tazza del caffè fra le mani. Mi disse che le mani di Filippo tremavano quando aprì la busta. Che lesse la prima frase e si fermò. Che rimase seduto nella chiesa vuota per mezz'ora, con il foglio in mano, senza muoversi.

Quel quaderno conteneva tutti i miei appunti di ingegneria. Venticinque anni di notti passate sui libri, dopo le cene al lume di candela, dopo le favole, dopo che Filippo si addormentava. Non avevo mai smesso di studiare. Leggevo, sottolineavo, facevo esercizi. All'alba mi alzavo e andavo in cantiere. Ma la notte ero ancora uno studente del Politecnico. E alla fine, quando Filippo aveva già quattordici anni, avevo dato l'ultimo esame da privatista. La tesi l'avevo scritta in tre mesi, di notte, nascondendo i fogli ogni mattina prima che lui si svegliasse. Non volevo sapesse. Non volevo che pensasse che gli avevo rubato qualcosa.

La chiave apriva una cassetta di sicurezza alla Cassa di Risparmio di Firenze. Dentro c'erano la mia laurea in Ingegneria Civile, incorniciata da dieci anni in attesa di essere vista, un piccolo libretto di risparmio — pochi soldi, pochissimi, quello che ero riuscito a mettere via in trent'anni togliendo dieci euro al mese dal cibo, dalle bollette, dalla vita — e una bandierina viola, sbiadita, piegata in quattro, con ancora attaccato lo scontrino del chiosco fuori dal Franchi.

E un'ultima lettera. Me la ricordo a memoria. Anzi no, non me la ricordo. La conosco. Perché l'ho scritta pensando a ogni parola per giorni, settimane, mesi prima di morire.

«Filippo, figlio mio. So che hai sempre creduto che io avessi rinunciato a tutto per te. Ma non è vero. Non ho rinunciato a niente. Ho scelto te. Ho scelto i tuoi occhi la mattina quando ti svegliavi, la tua voce che mi chiamava papà, le tue mani che spingevano la macchina insieme alle mie. Ma volevo che tu sapessi che tuo padre non era soltanto un operaio. Era anche uno che ha continuato a studiare di notte per venticinque anni perché aveva fatto una promessa a se stesso. Perché voleva potersi guardare allo specchio e dire: ce l'ho fatta. Per me. Perché un giorno tu potessi sapere che non mi ero perso, che ero ancora intero. Ho tenuto quella bandierina viola in una cassetta di sicurezza per vent'anni, Filippo. Vai a vedere una partita al Franchi, ogni tanto, e portala con te. Il mio piccolo tesoro, spero che tu possa perdonarmi per non avertelo mai detto prima. Ma certe cose, un padre, le fa in silenzio.»

Filippo tornò al Franchi la domenica dopo il funerale. Si sedette nel settore dove sedevano sempre insieme, con la bandierina sbiadita chiusa nel pugno, e per novanta minuti non la agitò nemmeno una volta. La tenne stretta, e basta.

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