Il fiume di Bruno

Bruno Sartori ha sessantasette anni e per trentadue li ha passati a controllare le turbine della centrale idroelettrica di Ponte Corvo, un paesino di quattrocento anime sull'Adda, dove d'inverno la nebbia sale dall'acqua come fiato di bue e il bar della piazza chiude alle otto perché tanto dopo non passa nessuno.

Il fiume Adda, all'altezza del paese, era diventato una discarica. Sacchetti di plastica impigliati nei rami bassi dei salici, bottiglie, una vecchia lavatrice arenata su un banco di ghiaia da chissà quanti anni. Bruno ci passava davanti ogni mattina andando a comprare il pane, e ogni mattina distoglieva lo sguardo. Finché una mattina di gennaio non l'ha più distolto.

Aveva appena seppellito la moglie, Ines, morta a dicembre dopo una lunga malattia. La casa gli sembrava un corridoio vuoto. Aveva bisogno di qualcosa da fare con le mani, qualcosa che non fosse aspettare la sera.

Ha cominciato da solo, con un paio di stivali di gomma e i guanti da giardino di Ines, ancora appesi dietro la porta della cantina. Un sacco al giorno, poi due. A marzo si è comprato un piccolo rastrello da spiaggia, pagato di tasca sua, settantacinque euro, e ha continuato così ogni mattina per sei mesi, tranne la domenica, che quella la teneva per andare al cimitero.

I vicini all'inizio pensavano fosse impazzito di dolore. Poi qualcuno ha cominciato a fermarsi a guardare, e un paio di ragazzini del paese, i gemelli Ferraro, gli hanno chiesto se potevano aiutare per racimolare qualche soldo prima dell'estate. Bruno ha detto di no ai soldi ma sì all'aiuto. Ha comprato altri due paia di guanti al ferramenta di via Roma, quello che tiene ancora i chiodi sfusi nei cassetti di legno.

A giugno il tratto di fiume davanti al paese era pulito. Per la prima volta da anni si vedeva il fondo, i ciottoli lisci, qualche pesciolino. Bruno aveva anche convinto il parroco, don Aldo, a smettere di far gettare nell'acqua i fiori e i nastri delle processioni di maggio, spiegandogli che marcendo intasavano gli scarichi a valle. Don Aldo si era offeso due giorni, poi aveva iniziato a raccogliere i fiori vecchi per il compostaggio dietro la sagrestia.

Bruno era orgoglioso, ma stanco. Aveva la schiena a pezzi e un ginocchio che scricchiolava come una porta vecchia. Ha comprato un cestone di metallo, robusto, e l'ha fissato con delle catene a un palo vicino al ponticello, sperando bastasse.

Non è bastato.

A luglio ha trovato il cestone sfondato, buttato di lato nella corrente, ammaccato come una lattina schiacciata da un piede. Dentro l'acqua, di nuovo sacchetti, un materasso arrotolato, i resti di un barbecue di plastica. Qualcuno, di notte, aveva ripreso a scaricare come prima, come se i sei mesi di Bruno non fossero mai esistiti.

È rimasto fermo sulla riva per un bel po', con le mani in tasca, a guardare il cestone rovesciato mezzo sommerso. Poi è tornato a casa, ha preso il taccuino dove segnava le spese del cantiere idroelettrico per abitudine di una vita, e ci ha scritto una lista: chi, secondo lui, poteva essere stato. Non per denunciare — non aveva prove — ma per capire con chi doveva parlare.

In cima alla lista ha messo Aldo Bregonzi, che gestiva l'autolavaggio dietro la stazione e che due anni prima aveva litigato con Bruno per una faccenda di scarichi mai sistemati. Bregonzi buttava l'acqua sporca del lavaggio auto in un canale che finiva dritto nell'Adda, sostenendo di avere tutti i permessi, anche se nessuno in paese li aveva mai visti.

Bruno non è andato a discutere. È andato al Comune, ha parlato con la responsabile dell'ufficio ambiente, una donna sui quarant'anni di nome Carla Pes, e le ha chiesto una cosa semplice: un sopralluogo, documentato, con foto e data. Carla è venuta un martedì mattina di agosto, ha fotografato il canale di scarico di Bregonzi, ha misurato il pH dell'acqua con una strisciolina che teneva nel taccuino, e ha scritto un verbale.

Bregonzi si è presentato al bar il giorno dopo, rosso in faccia, chiedendo a Bruno chi si credesse di essere per denunciarlo. Bruno, seduto al suo tavolino con il caffè, gli ha risposto senza alzare la voce che non l'aveva denunciato lui, ma il fiume, e che la multa dell'ASL, se arrivava, l'avrebbe scritta un ufficio, non un pensionato con un rastrello.

La multa è arrivata a settembre: milletrecento euro e l'obbligo di allacciarsi entro sei mesi alla fognatura comunale, a spese sue.

Bruno non si è fermato lì, perché sapeva che una multa a un autolavaggio non risolveva il problema di chi buttava i sacchetti la sera passeggiando col cane. Ha chiesto al Comune di installare due telecamere finte, di quelle con la lucina rossa che costano trenta euro, vicino al ponticello, e una vera, pagata dal Comune, puntata sul tratto dove prima c'era il cestone. Ha anche organizzato, con l'aiuto della maestra delle elementari, una mattinata con i bambini di quarta e quinta lungo la riva, con secchielli e sacchi della differenziata, e alla fine ha offerto la merenda a tutti al bar, pagandola di tasca sua: sessantotto euro di brioche e succhi di frutta.

Il cestone nuovo, comprato con i soldi raccolti da una piccola colletta del paese — duecentoventi euro in tutto — Bruno l'ha fatto ancorare al cemento, non più alle catene. E ci ha scritto sopra, con la vernice, non un divieto, ma una frase semplice: "Ines l'avrebbe tenuto pulito anche da sola."

Da ottobre nessuno ha più rotto niente. Qualche sacchetto compare ancora, ogni tanto, portato dalla piena, ma Bruno lo raccoglie la mattina, come sempre, prima del pane. Il fondo del fiume, davanti a Ponte Corvo, si vede ancora.

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