Il Furgone Bianco della Zia Carla

Mio nipote Matteo mi ha puntato il dito contro davanti a tutta la tavola, la sera di Santo Stefano, e ha detto: «O paghi l'affitto della mansarda o te ne vai, zia Carla». Sua moglie Serena ha aggiunto, con quel sorrisetto che le tira su solo un angolo della bocca: «Vediamo come te la cavi da sola». Io ho piegato il tovagliolo, l'ho appoggiato accanto al piatto di tortellini in brodo ancora fumante, e ho detto una sola parola: «Bene».

Era il ventisei dicembre, a Vicenza, in una casa che avevo comprato io ventotto anni prima, con i risparmi di una vita passata a fare la sarta per tre botteghe diverse in centro. Attorno al tavolo eravamo in diciannove: le mie due sorelle con i mariti, i cugini di Matteo, tre ragazzini che guardavano il cellulare sotto il tavolo, e le mie due pronipoti, Bianca e Nora, con la forchetta a mezz'aria e il purè di patate che colava lentamente. Il camino scoppiettava. Fuori, sul balcone, c'era ancora la neve caduta due giorni prima, quella vera, rara qui, che aveva fatto notizia al telegiornale regionale. Sul canale in tv, muto, andava ancora la replica del panettone d'oro.

Matteo era in piedi a capotavola come se la casa l'avesse pagata lui. Aveva battuto il palmo sul tavolo così forte che i bicchieri di cristallo — quelli di mia madre, quelli buoni, tirati fuori solo a Natale — avevano tremato.

«Zia Carla,» ha ripetuto, «non siamo più disposti a mantenerti».

Mantenermi. Ho quasi riso, lì per lì, ma mi sono trattenuta. Da sei anni pagavo io il mutuo dell'appartamento di Matteo e Serena, dopo che la sua officina meccanica era fallita per colpa di un socio che si era portato via la cassa. Pagavo l'asilo delle bambine, il bollo dell'auto, l'ortodontista di Bianca, le divise della squadra di pallavolo, e quel debito «temporaneo» sulla carta di credito che, guarda caso, a dicembre cresceva sempre un po'. Li avevo anche lasciati credere che un giorno la casa sarebbe passata a loro, perché era più facile così che dire la verità: che avevo cambiato idea da tempo.

Serena si è appoggiata allo schienale, ha girato il bicchiere di Prosecco tra le dita e ha detto: «Vedrai come te la cavi. Senza Matteo non sai neanche fare un bonifico online».

Nora, la più piccola, ha sussurrato: «Nonna…» — mi chiamava così anche se non ero sua nonna di sangue, ma nessuno l'ha corretta e nessuno le ha risposto.

Ho alzato un dito verso mia sorella Ada, che stava già aprendo bocca per intervenire. Non per zittirla. Solo perché non serviva sprecare fiato.

Mi sono alzata. La sedia ha grattato sul parquet che avevo fatto posare io nel duemilaquattro. A settantatré anni avrei dovuto sembrare fragile, tremare, forse piangere, forse implorare. Invece sono andata nell'ingresso, ho preso il cappotto di lana dall'attaccapanni, e nella tasca interna ho trovato una chiave piccola, di ottone. Non quella di casa mia. Di un'altra casa — un trilocale a Bassano del Grappa, comprato quattro mesi prima con la liquidazione dell'assicurazione sulla vita di mio marito Aldo e con dei risparmi che Matteo credeva finiti da tempo.

«Non aspetto Capodanno,» ho detto.

Matteo ha sbattuto le palpebre. «Come, scusa?»

«Parto stasera».

Serena ha riso, un riso secco. «Con cosa, con la pensione minima?»

«I conti da cui avete sempre preso sono intestati a me. Tutti».

La risata si è spenta a metà.

Ho fatto due valigie, le medicine, la scatola con gli anelli di mia madre e la foto di Aldo con la cornice d'argento che teneva sul comodino. Nessuno mi ha aiutato a portarle. Nessuno si è mosso dalla sedia. Alle ventidue e mezza ero già in tangenziale, i tergicristalli che spazzavano la neve, diretta verso Bassano. A mezzanotte avevo cambiato tutte le password delle mie utenze. Entro le nove del mattino dopo avevo revocato ogni addebito automatico, ogni polizza intestata a loro nome, ogni euro che passava da me a casa loro senza che io lo decidessi davvero.

Il telefono ha iniziato a suonare alle sette e diciassette. L'ho lasciato squillare fino a esaurirsi, poi ho fatto il caffè nella moka nuova, quella con il fischietto che ancora non conoscevo. Fuori dalla finestra della cucina c'era un cortile condominiale con un gatto grigio del vicino seduto sul muretto, indifferente alla brina. Ho bevuto il caffè in piedi, guardando quel gatto, e ho pensato che era la prima colazione in sei anni in cui non dovevo controllare un estratto conto prima di uscire di casa.

Gennaio è passato tra silenzi e messaggi ignorati. A metà mese Matteo si è presentato a Bassano senza avvisare, in tuta da lavoro, con la faccia di chi non ha dormito. Ho aperto la porta ma non l'ho fatto entrare oltre il pianerottolo.

«Il gestore ha bloccato tutto,» ha detto. «Il mutuo, l'asilo di Nora — dicono che manca il bonifico da tre mesi».

«Da quando siete andati in banca a chiedere un piano di rientro vostro, intestato a voi?» ho chiesto io.

Non ha risposto. Ha guardato per terra, il tappetino di cocco davanti alla porta, come se contenesse una risposta.

«Serena dice che sei tu che devi sistemare le cose,» ha aggiunto, più piano.

«Serena aveva ragione su una cosa,» ho detto. «Non so fare un bonifico online da telefono. L'ho imparato in tre giorni, con l'aiuto di mia sorella Ada. Adesso lo so fare benissimo».

L'ho lasciato lì, sul pianerottolo, con le chiavi dell'officina meccanica in mano — l'officina che gli avevo rilevato io due anni prima da un fallimento, e che era ancora intestata a me, non a lui, per una clausola che all'epoca lui aveva firmato senza leggerla bene. Gli ho porto una busta.

«Cosa è?»

«La disdetta del contratto di comodato dell'officina. Hai novanta giorni per trovare un altro capannone, o per rilevarla tu, a prezzo di mercato, con un mutuo tuo».

Ha aperto la busta lì, sul pianerottolo, con le mani che tremavano più per il freddo che per altro. Ho chiuso la porta, non con rabbia, solo perché fuori tirava vento e non volevo che entrasse aria fredda in casa.

Non ho più risposto al citofono di quella palazzina. A febbraio Serena mi ha scritto un messaggio lungo, pieno di punti esclamativi, che finiva con «le bambine ti chiedono di te». L'ho letto due volte, poi ho scritto solo: «Le bambine possono venire a trovarmi quando vogliono. Loro sì».

Bianca è venuta da sola, in treno, un sabato di marzo, con lo zainetto della scuola e una busta di biscotti comprati alla stazione. Si è seduta al tavolo della mia cucina nuova, quella con le piastrelle blu che avevo scelto io, senza chiedere il permesso a nessuno, e mi ha detto: «Papà dice che sei stata cattiva». Le ho versato una cioccolata calda e le ho risposto: «Ho smesso di pagare per cose che non erano mie da pagare. Non è la stessa cosa».

Non le ho chiesto niente di Matteo. Non le ho chiesto niente di Serena. Ho tenuto quella chiave di ottone appesa a un gancio vicino alla porta, quella di casa mia a Bassano, e ho iniziato a preparare, ogni sabato, il pranzo per due: uno per me, uno per chi, tra i miei nipoti, avesse voglia di venire a mangiarlo senza dovermi niente.

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