All'una e dieci di notte, il maresciallo Ferraro alzò lo sguardo dalla scrivania della caserma dei Carabinieri di Città di Castello e vide un ragazzino sulla soglia. Aveva forse quindici anni, il giubbotto bagnato di pioggia, e teneva per mano un bambino piccolissimo che tremava e non smetteva di guardarsi le scarpe.
"Come ti chiami, ragazzo?" chiese Ferraro, alzandosi.
Il ragazzo rispose una cosa strana. "Mi chiamano Marco Belardi. Ma il mio vero nome è Davide. Davide Conti."
Ferraro non capì subito. Ci vollero due telefonate, un fax alla Questura di Perugia e una copia ingiallita di un manifesto affisso otto anni prima su una bacheca del paese, per capire che quel ragazzo bagnato fradicio era il bambino di nove anni scomparso da Umbertide nell'ottobre del 1998. Un bambino che tutta la provincia aveva cercato per settimane, e che poi, come succede, il resto d'Italia aveva smesso di cercare.
Otto anni prima, Davide tornava da scuola a piedi, come faceva sempre, con lo zaino sulle spalle e la merenda finita a metà strada. Un uomo lo fermò vicino al ponte sul Tevere. Diceva di vendere calendari per la parrocchia, aveva un furgoncino bianco parcheggiato di traverso e un modo di parlare che metteva a proprio agio anche gli adulti. Si chiamava Renato Belardi. Faceva il muratore, o almeno così diceva in giro.
Salì in macchina con lui perché l'uomo gli disse che sua madre aveva avuto un incidente e lo aspettava all'ospedale. Dopo venti minuti si fermarono a una cabina telefonica vicino a un distributore Agip. Belardi scese, finse di chiamare, tornò con la faccia seria.
"Tua madre non vuole più vederti," gli disse. "Non li vuole più, i figli, tuo padre e lei. Mi hanno chiesto di portarti via."
Davide aveva nove anni. Ci credette, perché a nove anni non hai ancora imparato a riconoscere una bugia detta con quella calma.
Lo portò in una casa colonica sperduta tra le colline dell'Alta Umbria, a pochi chilometri da Città di Castello, lontano da tutto. Gli cambiò nome: Marco Belardi, figlio suo, registrato con documenti falsi procurati da un compare compiacente in un ufficio anagrafe di provincia. Lo iscrisse a scuola con quel nome, in un paesino dove nessuno faceva domande. Mentre Davide imparava a rispondere a "Marco", i suoi veri genitori tappezzavano i muri di Umbertide e Città di Castello di manifesti con la sua faccia, chiamavano ogni numero verde, seguivano ogni pista che si rivelava un vicolo cieco.
Passarono gli anni. Davide — Marco, per tutti gli altri — crebbe dentro una gabbia fatta di paura e abitudine. Ma qualcosa in lui non si spense mai del tutto. Man mano che diventava più grande, capì una cosa che lo terrorizzava più di ogni altra: Belardi avrebbe potuto rivolgere le sue attenzioni verso un altro bambino. E infatti, in due occasioni, l'uomo ci provò con altri ragazzini del paese. Davide, senza dirlo a nessuno, trovava il modo di far saltare i piani: arrivava apposta in ritardo agli appuntamenti, faceva rumore quando non doveva, si comportava in modo da rendersi inaffidabile agli occhi di Belardi per quei compiti. Un ragazzo rapito che, in segreto, proteggeva altri bambini dal rapimento.
Poi arrivò febbraio, otto anni dopo quel pomeriggio vicino al ponte. Belardi tornò a casa con un bambino di cinque anni, Elia, preso davanti al cancello di un asilo lì vicino, in un paese della zona che nessuno, dopo, seppe nominare con precisione — nemmeno Davide, che di quei giorni ricordava solo il pianto. Elia piangeva tutto il giorno. Chiamava sua madre nel sonno. Rifiutava il cibo.
Davide lo guardava da un angolo della cucina, con le mani strette intorno a una tazza di caffelatte ormai freddo, e in quel bambino rivedeva se stesso: il ragazzino di nove anni convinto che nessuno lo stesse più cercando. Sapeva esattamente cosa provava Elia, perché lo aveva provato lui, notte dopo notte, per anni.
Fu in quel momento che decise: Elia doveva tornare a casa. Anche se questo significava rischiare tutto quello che gli restava, che non era molto.
Per settimane osservò le abitudini di Belardi, studiò gli orari del suo lavoro in un cantiere fuori paese, memorizzò ogni curva della provinciale 219 fino a Città di Castello, l'unica strada che conoscesse a memoria perché era quella che portava al mercato del sabato, l'unica uscita concessa in otto anni. La sera del primo marzo, Belardi uscì per il turno di notte. La casa rimase in silenzio, solo il ticchettio della pendola in cucina e il vento contro le persiane. Davide svegliò Elia, gli mise addosso il giubbotto più pesante che trovò, gli prese la mano e uscì nel buio.
Fecero due chilometri a piedi lungo la provinciale prima che i fari di un Fiat Iveco carico di casse di verdura rallentassero accanto a loro. Il camionista, un uomo con l'accento aretino e la radio accesa su Rai Radio1, abbassò il finestrino e disse solo: "A quest'ora, con un bambino? Salite, che fuori si gela." Non fece altre domande. Li lasciò davanti alla caserma pochi minuti dopo l'una di notte.
Quando il maresciallo Ferraro finalmente ricostruì l'identità del ragazzo, chiamò subito la famiglia Conti. La madre di Davide, Rosanna, arrivò in caserma alle quattro del mattino ancora in vestaglia sotto il cappotto, e quando vide suo figlio — un ragazzo di diciassette anni che lei ricordava bambino di nove — restò immobile sulla porta per un tempo che a Ferraro parve interminabile, prima di attraversare la stanza e stringerlo con una forza che sembrava voler recuperare otto anni in un solo abbraccio.
Belardi fu arrestato quella stessa mattina, ancora in tuta da lavoro, mentre timbrava il cartellino al cantiere. Processato per sequestro di persona e altri reati gravi, fu condannato a una pena lunga, che scontò fino alla morte in carcere anni dopo.
Anche Elia tornò dai suoi genitori quello stesso giorno, e con il tempo, come si dice, la vita riprese il suo corso — anche se per Davide "riprendere" non era la parola giusta. Era stato portato via a nove anni, tornava a diciassette. Sua sorella minore, che a nove anni lo cercava piangendo nel letto, ne aveva ora quindici e a stento lo riconosceva. Suo padre, nel frattempo, aveva perso il lavoro in fabbrica e aveva ricominciato tre volte da zero. Otto anni di infanzia non si restituiscono così, di colpo, come un pacco lasciato in giacenza alla posta.
Eppure Davide provò a ricostruirsi una vita. Trovò lavoro come operaio in un'officina meccanica di Città di Castello, davanti a un tornio Graziano che avrebbe imparato a smontare pezzo per pezzo. Si sposò a ventitré anni con Chiara, una ragazza del paese che lavorava alla farmacia comunale, ed ebbe un figlio, a cui mise nome Elia.
Il vero Elia, il bambino di cinque anni che Davide aveva riportato a casa quella notte, crebbe. Studiò, si diplomò, e a ventisei anni entrò nell'Arma dei Carabinieri, la stessa istituzione davanti alla cui porta si era fermato tremante una notte di marzo, tenuto per mano da un ragazzino che non lo conosceva ma che aveva deciso di non lasciarlo indietro.
Oggi, nell'archivio della caserma di Città di Castello, tra i faldoni ingialliti dei casi chiusi, c'è ancora il verbale di quella notte: due nomi, l'orario delle una e dieci scritto a penna, e in fondo alla pagina, tra le firme, la calligrafia sbiadita del maresciallo Ferraro che annota soltanto: "Consegnato il minore Elia B. ai Carabinieri dal minore Davide Conti, che lo teneva per mano."






