Avevo posato la busta bianca sul tavolo della cucina e per due ore non l'avevo nemmeno toccata. Ero rientrata a mezzanotte passata, con i piedi gonfi e un'euforia che non provavo da anni. Il mio sessantesimo compleanno era finito, gli ospiti se n'erano andati, e in casa restava solo quel rumore della lavastoviglie, l'unico suono vivo. La busta l'aveva portata Caterina, mia nuora, alla festa in via delle Lame. L'avevo ringraziata e infilata nella borsa insieme agli altri regali: una sciarpa di seta, due bottiglie di barbera, un buono di venti euro per il mercato di Porta Palazzo. Quella busta non aveva niente di speciale: niente disegni, niente auguri stampati, solo il mio nome scritto a penna blu.
Mi ero tolta le scarpe, avevo appeso il vestito, quello nuovo color bordeaux che avevo comprato da OVS, e mi ero seduta al tavolo con una tazza di camomilla. Fuori dalla cucina il cortile era buio. Il gatto dei signori Ferrero, al piano di sotto, stava miagolando sul muretto. Ho pensato: ecco, un altro regalo noioso. Soldi, magari. Va bene, i soldi servono.
Ma quando ho aperto la busta, dentro non c'erano banconote. C'erano fotografie. Tante. La prima: mio figlio Marco a sei mesi, tra le mie braccia, sulla spiaggia di Varazze. La seconda: lui che spalava la neve davanti al portone, con il berretto di lana blu. La terza: la sua prima comunione. Poi la laurea, il matrimonio con Caterina, la nascita dei due nipotini, Federico e Anna. Una vita intera rientrava in quella busta leggera.
Ho girato le foto una a una, quasi con paura di finirle. Sotto tutte c'era un foglio piegato in quattro. L'ho aperto. La scrittura di Caterina, quella inclinata a sinistra, così ordinata, così diversa dalla mia. E cominciava: "Cara mamma."
Ho smesso di respirare. Non è che piangessi ancora. Mi sono seduta dritta sulla sedia e ho cominciato a leggere, con la camomilla che si stava raffreddando e la lampadina della cappa che sfarfallava leggermente.
"Non ti ho mai detto quanto ti voglio bene. Me lo tenevo dentro. Forse per timidezza. Forse perché sono sempre stata una persona che non sa trovare le parole. Ma oggi che compi sessant'anni, volevo scrivertelo. Sei stata una suocera migliore di quanto potessi sperare. Grazie per aver cresciuto Marco. Grazie per avermi accolta senza giudicarmi. Grazie per le domeniche passate a fare i tortellini insieme. Grazie per i pomeriggi in cui hai tenuto Federico malato mentre io ero al lavoro all'ospedale. Grazie per la crostata di albicocche che porti ogni volta. Io non ho mai avuto una madre come te. E i tuoi nipoti sono fortunati."
Le parole ballavano davanti ai miei occhi. Non le ho rilette subito. Ho appoggiato il foglio sul tavolo e sono rimasta a fissare il buio del cortile. Il gatto Ferrero aveva smesso di miagolare. Ho sentito il rumore del frigorifero che ripartiva. Ecco, mi dicevo, e invece io cos'ho fatto per meritarmi questo? Niente. Ho solo fatto quello che fanno tutte le madri.
La verità è che da quando era morto mio marito, sette anni prima, e Marco si era sposato, io mi ero piano piano rassegnata all'idea di non essere più indispensabile. Non che mi lamentassi. Ma certe sere, tornando dal mercato con il carrellino, pensavo: chissà se a Caterina dà fastidio che abito a due chilometri da loro. Chissà se quando arrivo senza avvisare per portare un po' di minestra, mi sopporta solo per educazione. Non lo avevo mai detto a nessuno. Figurarsi se andavo a dirlo proprio a lei.
E invece quel foglio diceva esattamente il contrario. Non con le solite frasi fatte. Con cose precise: i tortellini fatti insieme, la crostata di albicocche, i pomeriggi con Federico malato. Cose che solo io e lei sapevamo. Caterina non parlava mai di queste cose. E io pensavo che non le avesse notate.
Tre giorni dopo l'ho chiamata al telefono. Mi tremava la voce, ma non volevo farlo capire.
— Caterina, ti ho chiamata per il regalo.
— Ah. Ti è piaciuto? — La sua voce era incerta.
— Molto. Davvero molto.
Pausa. Ho sentito il respiro di lei dall'altra parte.
— Non sapevo cosa regalarti, Maria. Di vestiti ne hai. Di borse anche. Volevo dirti quello che non ti ho mai detto. E visto che a voce non ci riesco, ho scritto.
— È il più bel regalo che abbia mai ricevuto.
— Davvero?
— Davvero. Anzi… — ho preso fiato — …davvero, Caterina, non hai idea.
Ho messo giù il telefono e sono rimasta in piedi in mezzo alla cucina, con le mani che tremavano. Avevo ancora addosso il grembiule. Sul tavolo c'erano sette fotografie sparse e il foglio con la sua scrittura. Ho preso una cornice vecchia che avevo in corridoio, di quelle con il bordo dorato, e ci ho messo dentro la lettera. Non le foto. Solo la lettera. L'ho appesa sopra la credenza.
Poi ho fatto una cosa che non avevo mai pensato di fare. Sono andata dal notaio. Lo stesso che aveva seguito la successione di mio marito dieci anni prima. Il suo studio sta in via Barbaroux, al primo piano. Ho aspettato il mio turno stringendo la borsa.
— Ho bisogno di cambiare il testamento, dottore.
— Cambiare in che senso?
— La casa. La casa di via delle Lame. Valutata duecentomila euro. Voglio che vada a Marco e Caterina. A tutti e due. In parti uguali.
Il notaio ha appoggiato la penna.
— È una decisione importante, signora.
— Lo so io quanto è importante. Ho pensato molto. Scriva.
L'atto l'ho ritirato dopo due settimane. Non l'ho detto a nessuno. Ho aspettato la domenica dopo. Marco e Caterina sono venuti a pranzo da me, come sempre, con i bambini. Ho preparato gli agnolotti al sugo, il pollo alla cacciatora e la crostata di albicocche, perché Caterina ne va matta. Avevo sparecchiato quando ho messo sul tavolo una cartellina trasparente e le chiavi della casa.
— Cosa sono? — ha chiesto Marco.
— Apri.
Marco ha preso la cartellina, l'ha aperta. Leggeva. Caterina lo guardava dalla spalla. Io lavavo i piatti. Sentivo solo l'acqua che scorreva.
— Mamma, non dovevi.
— Lo so.
— Ma è la tua casa. Tu ci vivi.
— Vivrò ancora qui. Ma il giorno in cui non potrò più viverci, voglio che sia vostra. Di tutti e due. Non solo tua, Marco. Anche di Caterina.
Caterina ha preso le chiavi dal tavolo. Le ha tenute nel palmo, come se pesassero. Poi ha detto:
— Ma io non ho fatto niente per meritarmele.
— Hai scritto una lettera, Caterina. — Mi sono asciugata le mani. — Quella lettera vale più di questa casa. Mi hai ridato una cosa che avevo smesso di credere di avere. Io non posso ripagarti. Ma posso fare questo.
Non ho pianto. Lei sì. Ha appoggiato le chiavi sul tavolo, poi le ha riprese e se le è infilate nella tasca del giubbotto. Marco non sapeva dove guardare.
— Mamma — ha detto.
— Non ditelo a nessuno. Non è niente di speciale. È solo un pezzo di carta. Il regalo vero me l'hai già fatto tu, Caterina.
Quella sera, quando sono rimasta sola, la lampadina della cappa ha smesso di sfarfallare. Il gatto dei Ferrero si è seduto sul muretto e mi guardava. Ho preso la busta bianca vuota, quella senza auguri, e l'ho messa dentro la cornice, dietro la lettera. Tanto ormai le parole c'erano.







