Il cane che ogni sera aspettava la donna sbagliata

La cagna si sedeva accanto al cancello alle dieci e un quarto in punto. Non abbaiava, non raspava la terra, non seguiva con il collo le luci rare che passavano sulla strada. Stava lì, il muso rivolto a destra, verso la rete metallica e la siepe di alloro che divideva il podere di Lina da quello della vicina. Le orecchie tese in avanti, la coda immobile sulla ghiaia come una corda dimenticata.

Lina la guardava dalla finestra della cucina, con la tazza di camomilla ormai fredda tra le dita. E pensava: aspetta Stefano.

Suo figlio non veniva da sette domeniche. Non che Lina tenesse il conto su un calendario — il calendario stava appeso accanto al frigorifero, con le date dei mercati rionali e i numeri del medico, e lei non ci scriveva più niente. Ma le domeniche vuote si somigliavano tutte: la strada bianca che saliva da Spello senza rumore di motore, il telefono muto, il pacco di pasta che avanzava.

Stefano si era sposato con Chiara a maggio. Lina non aveva niente contro Chiara: una ragazza ordinata, con i capelli sempre raccolti e la voce bassa, che la chiamava «suocera» con la stessa cautela con cui si tocca una tazza sbeccata, quella che usi solo quando non ce n'è un'altra.

Prima del matrimonio, Stefano arrivava ogni fine settimana. Portava il pane di Terni, che secondo lui era più buono, e una busta di biscotti al finocchio per la madre. Parcheggiava la Panda sotto il fico, entrava gridando «Mà, sono qui!» e la casa si accendeva come una stanza al piano di sopra.

Bianca, la cagna, impazziva. Scivolava sulle piastrelle del corridoio, gli saltava addosso, si rovesciava sulla schiena con la pancia chiara esposta. Stefano rideva, la grattava dietro le orecchie, e quel ridere faceva sembrare il soggiorno più largo.

Poi erano cominciate le scuse. Il turno al lavoro, la cena dai genitori di Chiara, la macchina che perdeva olio, il weekend via con amici. Lina capiva. I figli crescono, si allontanano, la vita li prende per il bavero. Ma una cosa è capirlo con la testa, un'altra è ritrovarsi il sabato pomeriggio a tendere l'orecchio a ogni auto che rallenta sulla provinciale.

Il giovedì Lina aveva chiamato. Non chiedeva quasi mai, per non disturbare. Ma quella sera Bianca era uscita di nuovo, puntuale come un impiegato delle poste, e si era seduta accanto al cancello senza nemmeno voltarsi quando Lina l'aveva chiamata per la cena.

— Stefano, sono io.

— Mà, ti richiamo tra un attimo? Ho il capo qui.

Nella voce del figlio c'era il frastuono di un ufficio, una porta che sbatteva, la fretta di chi parla con una mano già sulla maniglia.

— Non serve richiamarmi. Solo… potresti passare domenica? Anche un'ora.

— Mà, dobbiamo andare dai suoceri di Chiara per il pranzo. Te l'avevo detto.

Lina guardò fuori. Nel buio si distingueva appena la macchia bianca della cagna accanto al cancello.

— Bianca tutte le sere va al cancello, — disse.

— Sarà in calore. O sente i gatti. È un cane, mà.

— Non sente i gatti. Aspetta.

Stefano sospirò. Un sospiro stanco, dritto nel telefono, che diceva: ecco, adesso ricomincia.

— La prossima settimana, va bene? Prometto.

La prossima settimana era diventata la formula di chiusura. Lina riagganciò. Il cellulare era caldo, la camomilla aveva fatto la pellicola grigia in superficie. Rimase seduta al tavolo a contare le piastrelle del pavimento, trentaquattro, come le aveva contate suo marito prima di morire, quando il male lo costringeva a camminare per casa di notte.

Quella sera decise di non chiamare nessuno. Né Stefano, né la vicina, né il medico. Uscì in giardino con la giacca a vento sopra la vestaglia e si sedette sulla panca di ferro arrugginito accanto alla legnaia.

L'aria sapeva di olive marce e di fumo lontano. Qualcuno, dall'altra parte della collina, bruciava i rami potati. Bianca era sdraiata sulla sua coperta, tranquilla, come se la cosa non la riguardasse.

Poi, alle dieci e quattordici, si alzò. Si stirò, si scosse, e andò al cancello. Lina controllò l'orologio sul cellulare: dieci e quattordici. Non dieci e dieci, non dieci e venti. Dieci e quattordici. La precisione la spaventò più di qualunque altra cosa.

Lina aveva trovato Bianca al mercato di Foligno undici anni prima. Era un cucciolo bagnato, con un orecchio bianco e una riga nera lungo la schiena, nascosto sotto un banco di patate. Lina l'aveva infilata nella borsa della spesa e portata a casa. Stefano era ancora a scuola, ma era stato lui a lavarla nel catino, a insegnarle a non fare pipì sul tappeto, a darle il nome.

Ora Bianca era vecchia. Il muso grigio, la schiena che le doleva quando c'era umidità. Ma ogni sera, alle dieci e quattordici, andava al cancello. E Lina aveva sempre pensato che aspettasse Stefano.

Quella sera, però, Lina notò una cosa che le era sfuggita per settimane. Bianca non guardava la strada. Guardava a destra. Verso la rete metallica, verso la casa di Assunta.

La casa di Assunta era buia da nove giorni.

Assunta era stata portata via con l'ambulanza. Lina ricordava la luce blu che girava sulla facciata, i due infermieri con la barella, la coperta che scivolava. Lei era rimasta sulla porta, con le mani infilate nelle maniche, senza avvicinarsi. Cosa poteva fare? Solo intralciare.

Assunta viveva sola da sempre. Silenziosa, discreta, di quelle vicinie che conosci per il calendario delle potature e per l'ora in cui accendono la luce in cucina. Lina e Assunta si scambiavano un cenno al mattino, a volte un barattolo di passata di pomodoro, a volte zucche dall'orto. Nient'altro. Anni di nient'altro.

Lina si alzò dalla panca e si avvicinò alla cagna. Bianca non si mosse. Teneva il muso a tre centimetri dalla rete, come se leggesse qualcosa dall'altra parte.

Lina guardò in basso. E lì, alla base della rete, quasi nascoste dall'erba secca, c'erano delle briciole. Pane grattugiato, mescolato alla terra. Alcune vecchie, scure di pioggia. Altre chiare, recenti.

Lina si abbassò, con le ginocchia che scricchiolarono. Passò le dita sulla terra. Le briciole erano tante. E non erano lì da un giorno o da una settimana.

La rete aveva un buco in basso, largo quanto una mano. Ecco il punto. Lina guardò il buco, poi le briciole, poi il muso di Bianca, e capì tutto in una volta, come quando l'acqua torbida si schiarisce da sola.

Assunta, ogni sera, usciva con un pezzo di pane nel grembiule. Si sedeva sulla sua panca, dall'altra parte della rete. Spezzava il pane in piccoli pezzi e li passava dal buco. Bianca arrivava, prendeva il pane senza fretta, poi restava lì. E Assunta le parlava.

Le raccontava della pressione, del prezzo delle zucchine, del nipote che non chiamava mai, della badante della signora Teresa che le aveva rubato due limoni. Parlava piano, con quella voce bassa che Lina non aveva mai ascoltato davvero.

Due creature sole, divise da una rete metallica, che si erano inventate un appuntamento senza chiedere il permesso a nessuno.

Lina si sedette per terra, appoggiando la schiena al palo del cancello. Il freddo le saliva dalle cosce, ma non si spostò. Si sentiva piccola, e non per colpa di nessuno. Si sentiva come chi scopre una stanza nuova nella propria casa e si accorge di averla attraversata per undici anni senza mai aprire la porta.

Era arrabbiata con se stessa. Con quei mesi passati a contare le domeniche vuote, a soffrire per un figlio che non tornava, a invecchiare nella solitudine di una cucina accesa per abitudine. E intanto, a due metri da lei, un'altra donna se ne stava morendo da sola, in silenzio, parlando con un cane.

La mattina dopo, Lina andò in ospedale. Non chiamò nessuno per farsi accompagnare. Prese la corriera a Spello, con il sacchetto di arance e due fette di ciambellone nella borsa. All'ingresso della stanza, con la mano già sul pomello, si fermò. Non sapeva cosa dire.

Assunta era seduta sul letto, la testa appoggiata al cuscino, il corpo piccolo sotto il lenzuolo. Sembrava più vecchia di dieci anni in dieci giorni. Ma quando vide Lina, sollevò appena le mani.

— Lina. Che ci fai qui?

— Ti ho portato due arance, — disse Lina, e si odiò un po' per la banalità della risposta.

— Come sta Bianca?

Lina entrò, posò il sacchetto sul comodino. Le gambe non la reggevano bene.

— Ogni sera va alla rete, — disse. — Aspetta te.

Assunta chiuse gli occhi. La mascella le tremò appena, come se stringesse qualcosa tra i denti.

— Pensavo si sarebbe dimenticata, — sussurrò.

Lina scosse il capo. Si sedette sulla sedia di plastica accanto al letto e per la prima volta in undici anni guardò negli occhi quella donna. Non attraverso una rete, non con un cenno della mano. Negli occhi.

— Non si è dimenticata, — disse. — E nemmeno io.

Due giorni dopo, Lina tornò in ospedale. E poi ancora. Portava il brodo, un giornale, un paio di calze pulite. Non parlava molto, e Assunta nemmeno. Ma la sedia accanto al letto era sempre la stessa, e il silenzio non pesava.

Quando Assunta tornò a casa, Lina era lì. L'aiutò a salire i due gradini, le mise una coperta sulle gambe, le accese la stufa a pellet. Bianca corse lungo la rete, guaiolando, con la coda che sbatteva come una frusta pazza.

— Eccomi, eccomi, — disse Assunta ridendo, con la voce ancora rauca. Si chinò, infilò due dita nel buco della rete, e Bianca le leccò le falangi come se fosse zucchero.

Lina stava in disparte, appoggiata al tronco del fico. Non si intromise. Quella scena non le apparteneva. Ma per la prima volta non si sentì esclusa: si sentì testimone. E bastava.

Quella domenica, Stefano si fece vivo. Arrivò con la Panda, un pacco di biscotti al finocchio, e il solito broncio di chi è in colpa ma non lo vuole ammettere.

— Mà, sono passato. Non dire che non sono passato.

Lina lo guardò. Aveva il telefono in mano, le chiavi della macchina nell'altra. Aveva fretta. Lo si capiva dal modo in cui teneva il corpo rivolto verso la porta.

— Bianca non ti aspetta più, — disse Lina. Non era cattiveria. Era una constatazione, come dire che il forno si è spento.

Stefano la guardò interdetto.

— In che senso?

Lina non rispose. Si alzò, prese il sacchetto del pane e uscì. Camminava a testa alta, con le ciabatte che sbattevano sulla ghiaia. Andò alla rete, si inginocchiò, e spinse un pezzo di pane attraverso il buco.

Dall'altra parte, Assunta arrivò con il suo passo lento. Si sedette sulla panca, prese il pane. Bianca si accomodò accanto a Lina, con il muso rivolto alla rete.

— Grazie, — disse Assunta.

Lina non rispose subito. Guardò la cagna, poi la rete, poi le mani di Assunta che spezzavano il pane. E pensò che undici anni erano serviti a scoprire una cosa che avrebbe dovuto sapere da sempre: i figli non si trattengono con il senso di colpa. I figli si trattengono solo se lo vogliono.

— Stasera faccio la ribollita, — disse Lina. — Se ti va, vengo a mangiarla con te.

Assunta annuì. Non c'era bisogno di altro.

Stefano rimase sulla porta di casa, con il pacco di biscotti in mano. Guardava la scena senza capire. Poi fece un passo indietro, mise i biscotti sul tavolo, e richiuse la porta. Il rumore della Panda che ripartiva arrivò fin dentro la cucina.

Lina non si voltò. Era troppo impegnata a spingere un altro pezzo di pane attraverso la rete.

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