Riccado stava per rispondere alla mail di un fornitore quando il telefono vibrò per la terza volta in due ore. Sul display, il nome di Claudia. Posò il pollice sul tasto rosso, poi lo ritirò. Il suo capo lo guardò da sopra gli occhiali, quella smorfia che conosceva bene.
— Scusa, è la suocera.
— Quella ex?
— Appunto.
Uscì nel corridoio. L’aria sapeva di caffè bruciato e pioggia sui cappotti. Rispose al quarto squillo.
— Riccardo, scusami tanto, so che sei al lavoro.
— Claudia, è successo qualcosa?
— Sì, no, insomma… Otello non si regge sulla zampa posteriore. Non voleva nemmeno uscire a fare pipì stamattina.
Otello era il suo bulldog francese. Aveva undici anni, quasi dodici, e un occhio opaco per la cataratta. Riccardo lo conosceva da quando era un cucciolo che mordicchiava i lacci delle scarpe.
— Chiamo io il veterinario in via Mazzini. Passo a prendervi tra un’ora.
— Ma non puoi lasciare il lavoro così…
— Ho capito, Claudia. Arrivo.
Riattaccò guardando il soffitto. E si ricordò di un pomeriggio di quattro anni prima, quando quel nome sul display gli faceva stringere i denti.
Allora lavorava come ingegnere meccanico in una ditta di componentistica a Torino, zona Mirafiori Nord. La sua ex moglie, Daniela, aveva firmato le carte del divorzio davanti a un notaio in via Lagrange, poi era salita su un volo per Francoforte. Da lì, la carriera da assistente di volo l’aveva portata chissà dove. E Claudia, la madre di Daniela, era rimasta a Torino, a due fermate di tram da casa sua.
Nei primi tempi Riccardo non capiva perché quella donna continuasse a cercarlo. Si erano lasciati con Daniela senza urla, quasi con educazione. Due persone che in quattro anni di matrimonio avevano capito di volere vite diverse: lei il mondo, lui l’officina, i disegni tecnici, la Partita della Domenica, il silenzio. Claudia però lo chiamava.
La prima volta fu un mercoledì.
— Riccardo, ciao, ti disturbo?
— No, dica.
— Passavo in via Cernaia e ho visto un negozio di cravatte in saldo. Tu porti la 45, vero?
Lui era in riunione. Fissava la slide proiettata alla parete: un grafico a torta color senape. Rispose a monosillabi. Lo sguardo dei colleghi bruciava peggio del caffè della macchinetta.
— Ti richiamo io.
— Sì, sì, fai pure.
Poi cominciarono le telefonate quotidiane. La mattina presto, quando Riccardo era fermo in coda su corso Unità d’Italia, il telefono vibrante nel portabibita. Mezzogiorno, mentre pranzava in piedi al bancone del bar di fronte all’officina. Le dita unte di focaccia, il nome di Claudia sul display.
— Ho trovato una ricetta per il vitello tonnato. Ti ricordi che a cena da noi ne mangiavi due porzioni?
Lui non se lo ricordava. Ricordava il gesto di Daniela che sparecchiava in fretta, l’orologio già puntato verso l’uscita.
E poi c’era Otello. Claudia lo chiamava per ogni starnuto del cane, per ogni cesto di vimini rosicchiato, per ogni volta che il veterinario le diceva «è solo un po’ di pancetta». Riccardo, all’inizio, riattaccava con un sospiro.
— Non può mica riempirmi la giornata così — diceva a Enzo, il collega di banco.
Enzo non diceva niente. Sistemava i bulloni nelle scatole divise per misura e faceva un verso con la bocca, tipo «mah».
Una sera Riccardo era a casa, in via Saluzzo. Aveva cucinato una pasta al pomodoro con poco basilico, il basilico era morto sul balcone. Mentre mescolava il sugo, il telefono suonò. Claudia.
— Riccardo, la sveglia? Quella rossa che avevi comprato da mia figlia per il comodino…
— Quale sveglia?
— Quella digitale, con i numeri grossi. Sai se ci sono pile di riserva?
Lui rimase con il cucchiaio di legno sospeso.
— Claudia, sono le dieci e mezza. Non poteva chiedermelo domani?
— Hai ragione. Scusami.
Riattaccò in fretta, come chi è stato sorpreso a rubare da un piatto.
A Riccardo rimase addosso una sensazione strana, come quando da ragazzo usciva in moto senza giubbotto e l’aria fredda gli si infilava sotto la maglietta. Non era solo fastidio. Era qualcos’altro, che non sapeva nominare.
Il giorno dopo, tornando a casa, svoltò per via Catania e suonò a casa di Claudia. Era un palazzo anni Sessanta con i balconi lunghi e le tapparelle verdi. Lei aprì in vestaglia di pile.
— Oh! Non ti aspettavo.
— Sono passato a controllare la sveglia.
Lei lo fece entrare. L’appartamento odorava di cipolla stufata e di cera per mobili. Sul divano, Otello russava con la lingua fuori. Riccardo guardò la sveglia sul comodino: funzionava. Le pile erano al 70 per cento.
— Funziona.
— Lo so. Volevo solo dirti due parole.
Lui la guardò. Claudia teneva le mani in tasca, le pantofole di stoffa consumate sul tallone.
— Riccardo, lo capisci che non ho nessuno con cui parlare, vero?
Fu lì che lui prese un’abitudine nuova. La domenica, dopo la messa delle undici, passava da lei. Si sedevano al tavolo della cucina. Claudia preparava il caffè con la moka, tagliava un po’ di panettone comprato a fine stagione, scontato, e parlava. Della vicina del terzo piano, del forno che non cuoceva più uniforme, dei lavori in piazza San Carlo che duravano da un anno. Riccardo ascoltava. Ogni tanto grattava la testa di Otello, che si accasciava ai suoi piedi. E gli sembrava persino di volerle bene.
Poi, un martedì di gennaio, squillò il telefono in officina. Era Claudia.
— Riccardo, mi è caduta una bottiglia d’olio. Il pavimento è un disastro.
— Passo dopo il turno.
Quella sera trovò la cucina piena di fogli di giornale. Claudia stava in ginocchio, con una spugna gialla in mano. La raggiunse e prese lo straccio.
— Dovevi dirmelo prima.
— Non volevo disturbarti.
— Claudia, piantala.
Pulirono in silenzio. A un certo punto, Otello passò sul bagnato e scivolò con le zampe posteriori. Claudia scoppiò a ridere, una risata che le scuoteva le spalle. Riccardo la imitò. Poi le posò una mano sulla testa, come si fa con i bambini.
Il tempo passò. Daniela chiamava da Bruxelles, da Vienna, da Malpensa. Una volta chiese a Claudia: «Sei ancora attaccata a lui?». Claudia non raccontò mai la risposta.
Un mercoledì pomeriggio, mentre riordinava i faldoni in archivio, Riccardo ricevette una chiamata da un numero fisso. Era Claudia, con la voce bassa.
— Riccardo, Otello non risponde ai richiami. È sdraiato sul fianco.
Lui corse. Arrivò in via Catania in undici minuti, prima sul tram, poi a piedi. Trovò Otello sul pavimento del soggiorno, il torace che si alzava piano. Claudia era seduta lì accanto, senza piangere, una mano sulla pancia del cane.
— L'ho già preso in braccio due volte. Non pesa quasi più niente.
Il veterinario disse che era una compressione vertebrale, comune nei bulldog anziani. Servivano esami, una tac a Orbassano, forse un intervento. Il preventivo era di ottocentosessanta euro.
Claudia guardò il foglio. Con la penna non firmò. Si morse il labbro.
— Posso pagare a rate?
— Non serve.
Riccardo appoggiò la carta di credito sul banco.
— Non lo faccio per te. Lo faccio per lui.
Era una bugia. Lo sapevano entrambi.
Nei mesi successivi le cose cambiarono ancora. Riccardo cominciò a passare due sere a settimana a casa di Claudia. Portava il pollo arrosto del mercato di Porta Palazzo. Lei apparecchiava con i piatti buoni, quelli col bordo dorato. Una sera, indicando la televisione accesa su un quiz, disse:
— Lo sai che quando vivevo con mio padre a Napoli, il mercoledì era sacro. Minestrone e partita. Non potevi dire una parola.
Riccardo sorrise. Non sapeva quasi niente della sua vita prima di Torino. Cominciò a farle domande. Lei rispondeva a tratti, mescolando il caffè, guardando Otello.
Poi arrivò la telefonata di Daniela.
— Riccardo, mia madre è sola. Lo capisci? Non puoi illuderla.
— Che significa?
— Che non siete una famiglia. Non lo sarete mai.
— Sei tu che non ci sei più, Daniela.
Il silenzio fu lungo. Poi ovattato. Da lontano, una hostess annunciò un volo in tedesco.
— Già, — disse lei. — Ma tu sei l’ex genero. Non il figlio.
Riattaccò.
Quella notte Riccardo dormì male. Si alzò, accese la lampada, riguardò le foto sul telefono. Ce n’era una di Claudia e Otello, scattata al parco del Valentino. L’aveva mandata lei, quell’aprile. «Guarda come è bello il mio vecchio.» Aveva un dito alzato, come una ragazzina.
La domenica dopo, Riccardo si presentò con una proposta.
— Claudia, Otello ha bisogno di cure fisse. Sposta il tuo conto su una banca con filiale sotto casa. Così non devi chiedermi un passaggio ogni volta.
Lei lo guardò stupita.
— E il conto chi lo paga?
— Io. Ogni mese ci verso centocinquanta euro. Per le visite, le crocchette. Per te.
Claudia aprì la bocca, la richiuse. Si sedette. Prese il telecomando, lo girò tra le dita.
— Non voglio la carità, Riccardo.
— Non è carità. È una delega. La firmo davanti al direttore.
Ci andarono insieme una mattina di marzo. La banca era in via San Secondo. Il funzionario timbrò i moduli con una calma esasperante. Claudia ascoltava con le mani intrecciate, la Borsa sotto il braccio. Alla fine, Riccardo le consegnò una copia del contratto.
— Così, se un giorno non ci sono, tu chiami il numero verde e ti arrangi.
Lei infilò il foglio nella tasca del cappotto. Non disse grazie. Ma sulla porta, mentre il direttore richiudeva l’ufficio, gli toccò il braccio.
— Sei un bravo ragazzo, Riccardo.
Un mese dopo, Daniela tornò a Torino per un concerto. Telefonò alla madre. Claudia le chiese di fermarsi a pranzo. Lei disse di non avere tempo, il volo ripartiva alle sette e dieci. Poi aggiunse: «C’è Riccardo da te?». Claudia rispose di no, senza pensare.
— Però potrei invitarlo.
— Mamma, lascia stare.
— Daniela, perché ti dà fastidio?
— Perché vi state costruendo una finta normalità. Non è sano.
— E cosa sarebbe sano? Chiamare la compagnia per cambiare prenotazione mentre tua madre ti parla di un intervento al cane?
Daniela non rispose. Claudia la sentì armeggiare con una cerniera.
— Mamma, non è colpa mia se il mio lavoro è questo.
— No, non è colpa tua. Ma nemmeno mia.
Il mese successivo, Daniela mandò un pacco da Amsterdam. Bio, artigianale, trentadue euro di spedizione. Claudia lo aprì davanti a Riccardo. Dentro c’era una cuccia per Otello e un biglietto: «Per il vecchio. Spero sia comodo».
Riccardo montò la cuccia in soggiorno. Otello la annusò, tirò indietro la testa, starnutì. Poi si accucciò in un angolo, sul tappeto nero che c’era da sempre.
— Visto? — disse Claudia, ridendo. — Manco il regalo della figlia si fila.
Il viaggio più lungo cominciò a settembre. Riccardo cambiò officina: lo presero in una ditta a Settimo Torinese. Più distante, ma con un contratto a tempo indeterminato. Il martedì e il venerdì non poteva più passare da Claudia. Lei gli scriveva messaggi brevi, senza punto.
«Otello ha mangiato tutto»
«La farmacia era chiusa»
«Stasera c’è il diluvio»
Una sera Riccardo era a casa, le scarpe ancora bagnate dalla pioggia. Arrivò un messaggio:
«Secondo te le foglie sul balcone le lascio?»
Prese il telefono e chiamò.
— Claudia, le foglie si spazzano. Domani vengo io.
— Ma non devi mica…
— Vengo io, ho detto.
Il giorno dopo salì sul balcone con la scopa. Mentre spazzava, il telefono in tasca vibrò. Era il capo reparto. Rispose con il vivavoce, la scopa in mano, vento tra le pagine del giornale che Claudia aveva steso per terra.
— Riccardo, ci serve il controllo qualità sul lotto 7.
— Dammi un’ora.
Dall’interno arrivò la voce di Claudia:
— Riccardo, ti ho fatto il caffè. E c’è una crescia alle erbe di ieri.
Il capo reparto tacque un secondo.
— Sei da tua suocera?
— Sì.
— Basta che tra un’ora sei qui.
Era la prima volta che Riccardo non si sentiva in imbarazzo a dirlo.
A Natale, Claudia gli regalò una sciarpa di lana blu. Fatta a mano, con un buco maldestro a metà.
— Per l’inverno in officina.
Lui se la mise subito, mentre Otello lo guardava storto dal divano. Poi aprì il suo regalo per Claudia: un tesserino per il parcheggio vicino al mercato. Costava novanta euro al semestre.
— Così non devi più girare mezz’ora per trovare posto.
Lei lo guardò come si guarda una notizia inaspettata. Poi si asciugò gli occhi con un fazzoletto di stoffa.
— Non dovevi.
— Ti ho pensata.
In quel momento squillò il telefono. Claudia rispose. Era Daniela.
— Mamma, buon Natale. Sono a Copenaghen, abbiamo una sosta. Ti ho mandato un bonifico.
— Grazie, cara.
— Sei sola?
Claudia guardò Riccardo. Lui stava sgranocchiando un anicino al tavolo, Otello sulla sua scarpa.
— Sì, sono sola.
Non era più vero. Da quel momento, non lo fu più.
Il 6 gennaio, Riccardo passò a ritirare Otello per la passeggiata. Il cane era lento, ma scodinzolava. Claudia restò sulla porta. Il vento di tramontana faceva sbattere le tapparelle.
— Ti fermi a cena? Faccio i tagliolini al ragù.
— Devo andare a un funerale. Il padre di un amico.
— Ah. Mi dispiace.
— Ci vediamo domani.
Scese le scale, Otello al guinzaglio. Giunto in strada, si girò. Claudia era ancora sul pianerottolo, la porta socchiusa. Lui stava per aprire bocca, poi partì una moto in via Nizza. Si scordò di salutare.
Un pomeriggio di febbraio, Dario, un tecnico dell’officina, gli chiese:
— Ma perché non ti sposi di nuovo?
Riccardo gli passò la chiave del 13.
— Non ho tempo.
— E la vecchia? Sempre dietro a te?
— Non chiamarla vecchia.
Dario alzò le mani.
— Va bene, la signora. Comunque vi vediamo sempre insieme.
— È meglio così. Lei non ha nessuno.
Dario guardò oltre, verso il cancello. Non disse altro. Ma Riccardo capì che nemmeno lui sapeva spiegarselo. Non era amicizia, non era obbligo. Era un ordine delle cose, come il martedì che torna ogni sette giorni e porta con sé le stesse facce.
A primavera, Otello peggiorò. Il veterinario disse: «Non possiamo farlo soffrire». Lo dissero in piedi, in una stanza azzurra, con le bilance in vetrina. Claudia strinse il guinzaglio. Riccardo le mise una mano sul bicipite.
— Decidi tu.
Lei lo guardò. Aveva gli occhi rossi intorno ai bordi, come chi ha dormito con la finestra aperta.
— Non voglio vederlo così.
Lo portarono il pomeriggio del 23 aprile. Otello si addormentò tra le braccia di Riccardo, il muso contro il camice del veterinario. Claudia stava in piedi vicino alla finestra, le dita attaccate alla maniglia. Quando uscirono, pioveva.
Non parlarono per strada. In macchina, Riccardo accese la radio e la spense. Claudia guardava fuori, le gocce sulle guance.
— Aspetterà me, adesso — disse.
— Chi?
— Otello. Di là.
Poi aggiunse:
— E anche tuo padre. Che lassù starà bevendo il suo bianco.
Riccardo non rise. Tirò il freno a mano in via Catania e rimase fermo, il motore acceso.
— Claudia, se vuoi puoi dormire da me stanotte.
— E perché?
— Così non stai da sola.
Lei aprì la portiera. La luce della plafoniera si accese.
— Sto meglio a casa mia. Ci sono gli avanzi di Otello.
Era la frase che chiude tutto. Ma non per loro.
Passarono tre settimane. Riccardo non passava da via Catania. La chiamava solo la sera, dieci minuti, il tempo di un caffè. Claudia rispondeva con voce piatta. Una sera le chiese:
— Hai mangiato?
— Non molto.
— Ti porto una cosa.
Arrivò con una focaccia di Recco e una bustina di semi per il balcone. Lei lo fece accomodare. In cucina c’era la cuccia di Otello, vuota, al centro della stanza. Claudia spiegò che la teneva lì per abituarsi. Riccardo si sedette, le porse la focaccia. Lei la spezzò in due. Mangiarono in silenzio, poi lei andò a dormire. Lui spense la luce e mise la cuccia in un angolo, vicino alla porta.
Uscì. Giù per le scale, l’aria umida portava odore di muschio e di fritto. Riccardo si fermò in strada e restò a guardare il balcone. La luce del soggiorno si spense. Poi si riaccese. Poi si spense.
Daniela tornò a giugno. Era in città per una commemorazione. Passò da sua madre e la trovò con Riccardo a tavola, una zuppa di farro e due bicchieri di rosso.
— Prego, sentiti a casa — disse Claudia.
Daniela rimase sulla porta, la giacca di pelle ancora addosso.
— Così adesso vivi qui?
— No, sono passato per cena.
— Mamma, posso parlarti un attimo?
Uscirono sul balcone. Riccardo sentì frammenti: «Non è normale…», «che c’entra lui…», «la gente…». Claudia rientrò con le guance accese. Prese la bottiglia e riempì il bicchiere di Riccardo.
— La gente non paga le mie bollette.
Daniela, ferita, prese la borsa e uscì.
— Ti chiamerò.
— Quando hai tempo.
La porta si chiuse. Il campanello alla base del portone suonò due volte.
Claudia e Riccardo rimasero a tavola. Lui versò l’acqua. Lei allineò le briciole col dito.
— Riccardo, ti devo dire una cosa.
— Dimmi.
— Il mese scorso il medico mi ha prescritto degli accertamenti. Gli esiti sono arrivati ieri.
Lui la guardò.
— E allora?
— Niente di grave. Però devono operarmi alla colecisti. Niente paura. Solo che non so a chi chiedere di accompagnarmi.
— A me. O sbaglio?
— Tu hai il lavoro.
— Claudia, sentimi. Il lavoro lo avviso. Non è un blocco nel motore, non posso sostituirti con un pezzo di ricambio.
Lei scoppiò in una risata breve, sbuffando dal naso. Poi si toccò la fronte.
— Ti ho sempre voluto bene, sai?
— Lo so.
L’intervento fu a luglio. Riccardo la accompagnò all’ora prestabilita, compilò i moduli con la penna blu, consegnò la tessera sanitaria. La signora dell’accettazione lo scambiò per il figlio.
— No, sono il genero.
— Non importa, è uguale.
Non era uguale. Ma la donna non poteva capirlo.
La convalescenza durò diciotto giorni. Riccardo le cucinava le pappe, il brodo con i tubetti, la frutta cotta. Una mattina lei gli disse, sollevandosi sui cuscini:
— Daniela non è cattiva. È solo lontana.
— Lo so.
— Però quando parti e chiudi la porta, io sento il vuoto.
— E io sento la tua voce quando non ci sei.
Erano le undici e un quarto. Dalla finestra arrivava il vociare del cortile, i panni stesi, il baccano delle posate.
Un giorno, mentre Claudia dormiva, Riccardo mise in ordine le carte sul comodino. Trovò la delega della banca, piegata in quattro, con il nome di Otello scritto dietro a matita. La rigirò tra le mani. Pensò a tutti i modi in cui si scappa da una stanza. In quel gesto, invece, c’era una promessa: continuare a pagare il conto, anche se Otello non c’era più.
In autunno, Claudia andò a Bra a un raduno di ex colleghi delle poste. Riccardo le prestò la sua Panda, le riempì il serbatoio alla pompa bianca di via Onorato Vigliani, le lasciò una banconota da venti euro sul cruscotto per il caffè.
— Se serve, chiami pure alle undici.
— Alle undici dormi.
— Apposta. Così domani mi racconti com’è andata.
Lei partì di buonumore, con il foulard scivolato di lato. Riccardo tornò a casa e guardò il suo appartamento con occhi nuovi. Era più vuoto di quanto avesse mai creduto.
La domenica successiva andò a mangiare da lei. Claudia apparecchiò con i tovaglioli di carta, «tanto non c’è nessun principe». Poi gli disse:
— Ho avuto una telefonata da Daniela. Dice che vuole tornare in Italia.
Riccardo si fermò con il bicchiere a mezz’aria.
— E tu?
— Le ho detto che sono contenta. Ma non so se è vero.
— Perché no?
— Perché quando tornerà, di te non capirà nulla.
Mangiarono. Il sugo era leggero, con la scorza di limone. A fine pasto, Riccardo sparecchiò. Aprì il cassetto delle posate e lo richiuse, tre volte.
— Claudia, ricordi il giorno della banca?
— Sì.
— Ho preso un’altra doga.
Lei non disse niente. Lo guardò da sotto i capelli, diventati bianchi negli ultimi anni.
— Ho firmato un modulo per l’accesso ai referti. Se domani ti viene un gran febbrone e io sono a Settimo, chiami il medico. Poi chiami me. Ma se non ti fidi, chiami il 112 e dici il mio nome.
— Non mi serve il 112. Mi servi tu.
Lui posò il canovaccio e le si sedette accanto.
— E se un giorno non ci fossi? — chiese Claudia.
— Se non ci fossi, avresti comunque il foglio. Però non voglio che serva.
A novembre, Daniela atterrò a Caselle. Claudia le trovò una stanza in un bed and breakfast in via Po, finché non trovava qualcosa di definitivo. La figlia la abbracciò nel parcheggio degli arrivi con un abbraccio molle, il trolley che rotolava via da solo. «Sono qui», disse. Claudia rispose: «Ti sei ricordata».
Poi, a tavola, solo loro due. Daniela raccontò delle compagnie, degli hotel, delle città viste in coda. E del motivo del ritorno: un uomo sposato a Francoforte, una storia finita, la richiesta di un trasferimento a Malpensa. Claudia ascoltava, annuendo piano.
— E papà? — chiese Daniela.
— Papà è morto dieci anni fa. E tu non c’eri.
— Mamma…
— Non importa. Adesso mangia.
Il giorno prima di Natale, Riccardo passò per un caffè. Trovò le due donne sedute in cucina, davanti ai biscotti. Daniela lo salutò con freddezza. Claudia, invece, lo tirò per la manica.
— Ti ho fatto un regalo.
Era un portachiavi in cuoio, con una targhetta che diceva «aiutante». Lui lo attaccò alle chiavi della Panda.
— Grazie, Claudia.
— È per quando ti perdi.
Poi si sedette con loro. Aprì il panettone, lo tagliò. Daniela prese due fette e uscì a fumare sul balcone. Claudia e Riccardo rimasero soli. Lei prese una fetta e la ruppe a metà.
— Riccardo, se dovessi morire presto, non voglio nessun funerale con la gente che finge.
— Non morirai presto.
— Però se succede, tu scegli la musica.
— Va bene. Metto Battisti.
— No, metti Fred Bongusto.
Risero. E nel soggiorno, dov’era morto Otello, il vecchio tappeto nero era stato spostato. Al suo posto, una stuoia di fibra intrecciata, comprata al mercato a quindici euro. Ci passavano sopra ogni giorno, senza badarci.
La vigilia di Capodanno, Riccardo tornò da lei con due bottiglie di spumante del supermercato. Daniela era di nuovo uscita, con un’amica. Claudia indossava la camicetta buona, quella col colletto svasato. Mangiarono lenticchie e cotechino, guardando la TV accesa con il volume basso. Poi uscirono sul balcone. Sopra, i fuochi scoppiavano sopra la Mole, lontano, come bolle di sapone nel cielo nero.
— Claudia.
— Dimmi.
— Volevo dirti che hai fatto bene a chiamarmi, quel maledetto mercoledì di un anno fa.
— Ti ho mai disturbato?
— Sempre. Ed è per questo che sono qui.
Lei gli prese la mano e la strinse, più forte del solito. Lui la guardò.
— Quando ti operavano, ho firmato i moduli. C’era scritto: «persona di fiducia». Non ti ho mai chiesto se andava bene.
— E perché me lo chiedi adesso?
— Perché da oggi puoi fare lo stesso. Se io non rispondo al telefono, tu suoni il campanello. Se io non apro, entri con la chiave. Te l’ho fatta fare a settembre. Quella col pomello rosso.
Claudia si mise a ridere, un suono rotto, meraviglioso. Poi si toccò la fronte con la mano libera, come per fermare un pensiero.
— Riccardo, ma tu stai male?
— No.
— E allora perché lo fai?
Lui guardò i fuochi spegnersi. Una guglia lontana, la città addormentata, l’insegna di un bar sfavillare arancione.
— Perché il primo gennaio non voglio svegliarmi con il dubbio che tu sia morta sul pavimento.
Lei lo colpì piano, sul braccio, con la scopa. Poi lo fece entrare.
Il giorno dopo, Riccardo andò da un notaio in via Barbaroux. Fece redigere un’autentica alla lettera della banca. Non era un testamento, non era un debito. Era una carta semplice, tre righe, con il suo nome e quello di Claudia. In fondo, aggiunse di suo pugno la cifra: trecento euro al mese, per le spese minime, finché fosse morto o incapace. Non disse niente a nessuno.
Tornò a casa. Trovò Daniela seduta sui gradini del portone. Stava fumando, la sigaretta attaccata al labbro.
— Riccardo, ti devo parlare.
— Succede qualcosa?
— Devi lasciare mia madre in pace.
— Lo dici tu.
— Lo dico io.
— Daniela, tua madre pesa novantadue chili di silenzio. Io peso le chiamate. Se vuoi prendere il mio posto, fallo. Se no, togliti dal mio portone.
Lei buttò la sigaretta per terra, la spense con il tacco. Poi si voltò e si allontanò verso via Po. Lui salì, entrò in casa, chiuse la porta. Mise il documento nella tasca del cappotto.
Passò da Claudia nel pomeriggio. La trovò che stirava, la camicetta buona stesa sull’asse. Gli sorrise, senza denti finti, le guance di chi ha pianto poco.
— Che c’è, Riccardo? Sei strano.
— Ti ho portato una cosa.
Le diede il foglio. Lei lo prese, lo aprì piano, lo lesse. Poi lo posò sulla tavola, accanto al ferro da stiro. Prese il telefono, tolse la presa, la riattaccò. Poi prese il foglio, lo piegò in quattro e se lo mise nella tasca della vestaglia.
— Adesso ti posso dire una cosa? Senza che ti offendi.
— Di’ pure.
— Sei stato tu il figlio che non ho avuto.
Lui non pianse. Però si sedette, si tolse il cappotto, lo appese alla sedia. E lì, sul tavolo, c’era una busta con i semi di basilico, e una targhetta di ottone, e i fogli del congedo straordinario. Prese la busta, la girò. C’era scritto, con la calligrafia di Claudia: «Per quando tornerai a casa».
Alle sette passò a prendere il pane. Prima di uscire, si voltò. Lei stava ancora in piedi, la targhetta nella mano. La guardò stringerla, far scivolare il pollice sul metallo lucido.
— Mi raccomando, non fare il maleducato con tua suocera.
— Non esiste una suocera ex.
Risero. Poi Riccardo aprì la porta e scese per strada. Il pomeriggio era caldo, profumava di gelsomino e di asfalto bagnato. In fondo alla via, un gruppo di ragazzi urlava verso la balaustra. Torino si accendeva, gialla e immobile.
E lui aveva il foglio piegato nel cappotto, e le chiavi con il portachiavi in cuoio. Le tirò fuori, le fece tintinnare. Poi richiuse la porta e si avviò verso il forno, con la voce di Claudia ancora nelle orecchie, come una canzone sbagliata, bellissima, che non vuole andarsene.







