Il profumo della vernice fresca si mescolava a quello del caffè. Sul terrazzo, Riccardo appoggiò i gomiti alla ringhiera in ferro battuto e lasciò vagare gli occhi sugli ulivi che digradavano fino alla strada bianca. Tre settimane da quando avevano varcato quella porta con le chiavi ancora lucide, e ancora stentava a crederci. Ventitré anni di mutuo, ma ogni mattina valeva la pena. La casa era piccola, in pietra a vista, con le travi a vista e il pavimento in cotto che scricchiolava sotto i piedi. Marta gli aveva detto che era come se la casa parlasse.
Marta uscì con due tazzine, le appoggiò sul tavolino di ferro e si sedette accanto a lui, sistemandosi una ciocca dietro l'orecchio. Non disse subito nulla, ma Riccardo la conosceva bene: quando evitava il suo sguardo, stava per chiedergli qualcosa che sapeva non gli sarebbe piaciuto.
— C'è mia sorella che vorrebbe venire sabato con Fabio — buttò lì, fissando il fondo della tazzina.
Riccardo inspirò piano. Posò il caffè e prese tempo.
— Marta, abbiamo ancora gli scatoloni in salotto. Il divano l'abbiamo montato ieri. Sabato volevo finire di carteggiare la porta della cantina.
— Lo so. Ma… non riesco a dirle di no. Se le dico di no, dopo dieci minuti mi chiama la mamma e comincia: «Non fai entrare tua sorella nella casa nuova, sei sempre la solita egoista».
— Quindi dire di no a tua sorella significa distruggere la famiglia, ma lasciare che distrugga la nostra pace è tenere unita la famiglia. È una logica che mi mette paura.
Marta abbozzò un'espressione che poteva essere un mezzo sorriso, ma gli occhi le si inumidirono. Lui allungò una mano e le strinse il braccio.
— D'accordo. Vengano. Magari mi sbaglio e sono cambiati.
— Davvero?
— Vivo di speranza. A volte è l'unica cosa che funziona senza mai rompersi.
Lei gli appoggiò la testa sulla spalla. Lui sentì il suo profumo di lavanda e chiuse gli occhi un attimo.
— Grazie — mormorò lei.
— Non ringraziarmi per cose che ancora non sono successe. È come pagare il biglietto per un film che non hanno ancora girato.
Sabato arrivò con un cielo bianco e un caldo già appiccicoso. La Panda di Fabio si fermò proprio davanti al cancello, bloccando il passaggio. Valentina scese per prima. Portava un tailleur che non c'entrava niente con la polvere del viale, ma Marta la vide sistemarsi il colletto due volte prima di avviarsi, come chi si prepara a una recita che non le riesce bene. Dietro di lei, Fabio armeggiava con una borsa termica da cui spuntava il collo di una bottiglia.
— Finalmente! — esclamò Valentina, piantandosi davanti alla porta aperta. — Pensavo di invecchiare qui fuori.
Riccardo, in piedi sulla soglia, la salutò con un cenno. — Entrate, se già state quasi entrando.
— Oh, guarda, il padrone di casa fa lo spiritoso — ridacchiò Fabio, entrando senza nemmeno pulirsi le scarpe sulla stuoia. Sul cotto appena lucidato si stampò un'impronta, poi un'altra.
Marta, che stava portando i bicchieri, si fermò un istante a fissare quelle impronte. Non disse niente, ma le sue dita si strinsero attorno al vassoio finché le nocche sbiancarono.
— Allora, Marta, qualcosa da mangiare? — Fabio si lasciò cadere in poltrona e appoggiò le gambe sul tavolino basso di noce, quello che Riccardo aveva restaurato pezzo per pezzo l'inverno prima. Sotto i talloni, un lieve stridore.
— Subito, arriva — rispose Marta dalla cucina, la voce già più tesa di prima.
— Subito quando? — Valentina ispezionava il soggiorno, toccando i soprammobili, soppesando un piccolo vaso di ceramica di Caltagirone. Lo rimise a posto storto, un centimetro fuori posto rispetto a dove stava. — Siamo in viaggio da due ore. Almeno offriteci qualcosa di caldo.
Riccardo contò mentalmente fino a dieci. Fabio nel frattempo aveva già aperto una birra e l'aveva poggiata senza sottobicchiere sul legno lucido.
— Fabio, tieni. — Gli porse un sottobicchiere di sughero. — Il tavolo è nuovo, non perdona i maltrattamenti.
— Ma dai, che sarà mai — sbuffò lui, senza prenderlo. — Un tavolo. Se si rovina ne compri un altro, no? Tanto adesso siete ricchi.
— Ricco è chi ha abbastanza — disse Riccardo, ma questa volta la voce gli uscì un tono più alta del previsto, e se ne accorse lui stesso. Si schiarì la gola. — Io, di ospiti maleducati, ne ho fin troppi.
— Come? Come hai detto? — Valentina si voltò di scatto.
— Dico che vi sedete a tavola, la cena è quasi pronta.
Marta arrivò con un vassoio, il viso teso e lo sguardo che guizzava dal marito alla sorella. Posò il vassoio con più forza del necessario, tanto che una forchetta scivolò sul tavolo con un tintinnio. Riccardo le fece un cenno quasi impercettibile con il mento: tranquilla, tengo duro.
Ma il pranzo fu peggio. Valentina infilzò con la forchetta le penne al pomodoro e, senza guardare la sorella, attaccò:
— Marta, racconta un po'. Ti hanno promossa, no? Adesso ti senti importante?
— Semplicemente ho più responsabilità — rispose Marta, a voce bassa.
— Responsabilità… e a che serve? Quanti anni hai? Carriera sì, figli no. Mi sembra strano.
— Valentina…
— Cosa «Valentina»? Parlo in famiglia. — Alzò il mento, ma la voce le si incrinò per un attimo. — Te ne stai nella tua reggia, e io a casa con due figli e uno stipendio che non basta mai fino a fine mese. Ti pare giusto che nessuno me lo chieda mai, come sto?
Per un secondo, prima di ricomporsi nel disprezzo, negli occhi di Valentina passò qualcosa che assomigliava a una richiesta d'aiuto mai fatta.
— Nessuno ha detto che tu debba stare zitta — provò Marta, ma Valentina scosse la testa, come a scacciare la propria stessa debolezza.
— Lascia perdere. — Si voltò verso Riccardo. — E comunque, il tuo silenzio da cimitero qui dentro mi mette i brividi.
— È un silenzio molto bello, invece — intervenne Riccardo. — Oserei dire costoso.
— Nessuno ha chiesto il tuo parere — lo gelò Valentina.
Fabio trangugiò la birra e sghignazzò. — Lascia stare, ormai si credono dei signori. Vedi come vivono? Noi per loro siamo solo dei bifolchi.
— Nessuno l'ha mai detto — mormorò Marta.
Valentina si sporse in avanti, la voce le diventò sottile come una lama. — Non c'è bisogno di dirlo. Tuo marito ce l'ha scritto in faccia. Gira la testa come se avessimo portato il fango sulle scarpe.
— Il fango l'avete portato davvero, sulle scarpe — precisò Riccardo, e stavolta batté il palmo sul tavolo, facendo tremare i bicchieri. — Ma santo cielo, ve n'eravate accorti almeno?
Il silenzio che seguì fu diverso da prima: più teso, con Riccardo stesso sorpreso dal proprio scatto. Si passò una mano sul viso.
— L'hai sentito? — Valentina guardò il marito, quasi sollevata di avere ragione. — Ci prende in giro, adesso pure urla!
— Non vi prendo in giro. — Riccardo posò le posate e intrecciò le mani, cercando di calmarsi. — Voglio solo dire una cosa. Questa è casa nostra. Come viverci, con figli o senza, nel silenzio o con la banda, lo decidiamo noi due. Nessun altro.
— Guarda un po' — fischiettò Fabio. — Ha parlato.
— Ho parlato. — Riccardo si passò le dita tra i capelli, un gesto nervoso che Marta non gli aveva mai visto fare. — Stare zitto a volte è d'oro, ma a volte diventa complicità. E qui non sono complice di niente.
Valentina batté un pugno sul tavolo. — Ma chi ti credi di essere per darci ordini? Io sono sua sorella! La famiglia si mette sempre al primo posto, altro che i tuoi discorsi!
Riccardo si alzò di scatto, la sedia raschiò sul cotto. Per un istante restò immobile, il respiro corto, come chi ha detto una parola di troppo e non sa più come fermarsi. Poi si avvicinò alla porta, girò la maniglia e la spalancò. L'aria calda della campagna irruppe nel corridoio.
— La famiglia — ripeté, la voce ancora tesa, appoggiato allo stipite. — Appunto. E nella nostra famiglia, l'educazione viene prima della parentela. Perciò adesso prendete le vostre cose e uscite.
Valentina restò a bocca aperta. Fabio posò la bottiglia con un tonfo. Marta si portò una mano al petto, sopra il cuore, e la tenne lì, ferma, mentre guardava la sorella.
— Non starai facendo sul serio — sibilò Valentina.
— Serissimo. — Riccardo respirò a fondo, cercando di ritrovare il controllo. — Fuori. Per favore.
— E se non ce ne andiamo? — provò a ghignare Fabio, ma senza convinzione.
— Allora chiamo i carabinieri.
— Tu sei pazzo! — Valentina afferrò la borsa. — Marta, digli qualcosa! È tuo marito, fermalo!
Marta tolse la mano dal petto e la posò aperta sul tavolo, vicino al piatto ancora pieno. La guardò un momento, poi guardò la sorella.
— No, Valentina. Ha ragione lui. E lo penso da anni, solo che non avevo mai avuto il coraggio di dirtelo.
Seguirono minuti concitati: Valentina strepitava, Fabio minacciava di non farsi più vedere, ma alla fine raccattarono giacche e borse e uscirono sbattendo la porta. Il silenzio che scese dopo fu denso come miele.
Riccardo si sedette accanto a Marta, che piangeva piano. Le cinse le spalle. Si accorse che gli tremava ancora la mano.
— Ho urlato — disse lui, quasi stupito di sé. — Non volevo urlare.
— Hai urlato una volta sola. — Marta gli prese la mano tremante e la strinse tra le sue. — Io avrei dovuto parlare molto prima.
— Abbiamo fatto la cosa giusta? — chiese poi, con un filo di voce.
— Sì. E domani mattina cambio la serratura.
Il giorno dopo, di buon'ora, andò dal ferramenta sotto casa e comprò un cilindro nuovo. Cinquantadue euro. Lo montò lui stesso, con calma, oliando la chiave e provandola tre volte. Il clic pulito della serratura nuova gli diede una sensazione di sollievo fisico. Tornò in cucina dove Marta stava preparando il caffè. Le posò davanti la chiave, ancora fredda.
Marta la prese, la soppesò nel palmo. Poi la infilò nella tasca del grembiule, proprio accanto al vecchio portachiavi con la conchiglia comprata a Sperlonga, e per un istante le due cose tintinnarono insieme, un suono piccolo e nuovo.
Riccardo la guardò fare, senza dire nulla. Lei alzò gli occhi verso di lui e gli allungò una tazzina di caffè, come ogni mattina.
Fuori, tra gli ulivi, il vento si portò via l'ultima polvere lasciata dalla Panda di Fabio.







