Adesso pazienta tu

La mattina delle nozze d’argento cominciò con lo stesso gesto di ogni giorno da venticinque anni: versai l’acqua calda nella tazza di Marco e aspettai la smorfia.

«È tiepida, Elena. Quante volte te lo devo dire? L’espresso va preso bollente, che arrivi la nuvoletta.»

Non alzai gli occhi, la mia mano andò da sola al bollitore. In tutti quegli anni avevo imparato a evitare le inutili discussioni, a piegarmi come un giunco pur di non sentire i suoi sospiri grevi, da vittima incompresa. Lui possedeva un’officina a Borgo Panigale, io insegnavo lettere in un liceo del centro di Bologna, ma in casa mia la cattedra era sempre la sua.

Misi una fetta di torta di riso sul piattino — gliela preparavo ogni sabato — e appoggiai il tutto sul tavolo della cucina. Lui, in canottiera, spostò lo sguardo sulla mia vestaglia.

«Ti sei pettinata? Ti devi fare bella stasera, non presentarti come una scappata di casa alla Trattoria del Borgo. Ci saranno i miei soci.»

Non risposi. Presi un piattino con qualche crocchetta e mi avvicinai alla finestra che dava sul cortile interno. Il gatto rosso, quello con l’orecchio mezzo strappato, attendeva sul davanzale. Lo chiamavo Ruggine. Ogni mattina scivolavo un po’ di cibo, e Marco commentava: «Sprechi anche i soldi per quel sorcio peloso.» Ruggine invece mi guardava e socchiudeva gli occhi. Fu l’unica cosa bella di quella mattina.

La festa era stata organizzata in un ristorante sotto gli antichi portici di via Santo Stefano, con i mattoni a vista e le candele sui tavoli lunghi una quindicina di metri. Avevamo quaranta invitati: i suoi fornitori di ricambi, i colleghi della concessionaria, due cugini, qualche vicino di casa. Io avevo insistito per invitare anche tre colleghe del liceo — sole tre — e lui aveva alzato gli occhi al cielo: «Gente noiosa, ma fai pure, tanto il conto lo pago io.»

Mi ero messa l’abito color ruggine, quello che avevo comprato da una sartina in via Oberdan, e che lui non aveva mai visto perché non gli interessava guardarmi. Quando glielo mostrai prima di uscire, mi scrutò dalla testa ai piedi e disse solo: «Stringe sui fianchi. Potevi mettere il tailleur grigio, che copre.» Infilai un golfino leggero senza aggiungere una sillaba.

Alla trattoria, dopo gli antipasti di crescentine e prosciutto, lui prese subito possesso del tavolo. Raccontò barzellette, interruppe chiunque, ricostruì la storia del nostro viaggio di nozze a Ischia trasformandola in un’impresa comica in cui io figuravo come l’incapace che aveva dimenticato il passaporto. Rise forte, si versò un secondo calice di Lambrusco. Io fissavo il mio piatto di tortellini in brodo che si raffreddava.

A un certo punto, con la forchetta unta, allungò la mano nel mio piatto, infilzò il pezzo più grosso di arrosto che il cameriere mi aveva appena posato davanti, e lo portò alla sua bocca. Una goccia di fondo bruno colò sulla tovaglia di lino bianco.

«La tua carne è stopposa, Elè. Dovevi prendere il coniglio come ti avevo detto.»

Poggiò la forchetta usata, ancora sporca, sul tovagliolo di stoffa accanto al mio calice. Guardai quella macchia scura allargarsi. Lo stomaco mi si strinse in una morsa. Sotto il tavolo strinsi le ginocchia e rimasi immobile per un tempo che mi parve lunghissimo.

Quando arrivò il momento dei brindisi, lui si alzò battendo il coltello contro il bicchiere. La sala ammutolì. Si schiarì la voce con un colpetto di tosse.

«Cari amici, venticinque anni. Un quarto di secolo. E io sono ancora qua. Certo, non è stato facile: chi mi conosce sa che Elena ha un caratterino… mutevole. Però io sono un uomo di parola. Ho sopportato capricci, pianti, porte sbattute, e pure certi esperimenti in cucina che non vi racconto. Insomma, mi sembra giusto dedicare questo brindisi a… alla mia pazienza!»

Alzò il bicchiere e si guardò attorno con un sorriso largo, aspettandosi la risata complice. Nessuno rise. Sua sorella Silvia abbassò la testa e sfilacciò una mollica di pane. La mia amica Claudia, seduta in fondo, si morse un labbro.

Io mi alzai. Sentivo le gambe che non tremavano. Presi il mio flute di prosecco, lo tenni all’altezza del petto e guardai Marco dritto negli occhi. Aveva ancora la bocca semiaperta, il calice sollevato.

«Adesso pazienta tu.»

Lo dissi piano, in un italiano da aula di liceo. Tre parole staccate, nessuna inflessione di rabbia. Lui rimase impalato, il bicchiere che gli scivolava leggermente di lato. Silvia scattò in piedi e cominciò ad applaudire, con le lacrime agli occhi. Poi Claudia, poi la moglie di un fornitore, poi il fratello di Marco, poi metà della sala. Le mani battevano, il suono rimbombava sotto le volte basse del ristorante. Lui guardava me, poi loro, poi di nuovo me. Il suo viso da padrone di bottega si era fatto paonazzo sotto le lampade.

Non dissi altro. Posai il flute, uscii nella notte tiepida, sotto i portici deserti, e camminai fino a casa. Il gatto rosso mi passò accanto sulle scale come se sapesse già tutto.

Rientrai, accesi solo la luce della cucina. Tirai giù due valigie grandi dall’armadio a muro e cominciai a riporre le sue camicie stirate, i maglioni, le scarpe da tennis che non usava mai. Piegavo tutto con cura, come avevo fatto per venticinque anni, ma questa volta gli oggetti li mettevo nei bagagli, non nell’armadio.

Sentii la chiave nella toppa quaranta minuti dopo. Lui irruppe con il fiatone, il nodo della cravatta allentato. «Ma che diavolo ti è preso stasera? Sei impazzita? Mi hai fatto fare una figura da idiota!» Poi vide le valigie allineate in corridoio. Si bloccò.

«Queste sono le tue cose. La casa l’ho ereditata dai miei genitori prima del matrimonio, perciò te ne vai tu. Ho già chiamato un taxi, ti aspetta giù.»

Rise, un verso strozzato. «E dove vuoi che vada? Alla mia età? Sei ridicola.»

«Da tua madre. O in officina, sul divano. Scegli tu. Le chiavi di casa, però, le lasci sul mobiletto.»

Lui cercò di alzare la voce, di dire che ero isterica, di minacciarmi con la solita litania del “senza di me non vali niente”. Ma io non rispondevo. Rimasi in piedi, le braccia lungo i fianchi, lo sguardo fermo sul pomello della porta. Dopo qualche insulto smozzicato, afferrò le valigie e uscì sbattendo la porta.

Il giorno dopo, alle otto del mattino, feci venire un fabbro di via Fondazza. Cambiò il cilindro della serratura in quaranta minuti, mi consegnò tre nuove chiavi, 135 euro. Poi andai in banca, all’Unicredit di Piazza Maggiore. Estrassi il conto cointestato e chiesi la divisione esatta. La signora allo sportello mi guardò con un sopracciglio alzato, poi digitò. Sul nostro conto c’erano 34.800 euro. Ne trasferii 17.400 sul mio conto personale, gli altri 17.400 sul conto suo, che avevo aperto a suo nome dieci anni prima e che lui usava solo per le spese dell’officina.

A mezzogiorno gli mandai un messaggio: «Ho diviso il conto. La tua metà è sul tuo conto personale. La porta di casa ha una serratura nuova. Se hai dimenticato qualcosa, trovi tutto nel box 14 del self‑storage di via della Repubblica, pagato per un mese. Buona continuazione.»

Verso le sette di sera, mentre fuori cominciava a imbrunire e l’aria sapeva di tigli in fiore, sentii un trambusto nel vialetto. Passi pesanti, poi il rumore di una chiave che non entra, che gratta. Una, due, tre volte. Infine pugni sul legno.

«Elena! Apri! Sei matta? Ho diritto di entrare in casa mia!»

Io ero seduta in cucina, con la mia tazza larga di ceramica blu — quella che lui giudicava “dozzinale” e che teneva sempre nascosta dietro le pentole. Il tè fumava, l’infuso di timo che mi piaceva tanto. Guardai la zuccheriera al centro del tavolo, proprio dove a me faceva comodo tenerla, e allungai la mano per prendere un cucchiaino.

Poi poggiai la schiena contro lo schienale della sedia. Lasciai che i colpi sulla porta si spegnessero da soli, senza alzarmi. Il gatto rosso, accucciato sul davanzale, si leccava una zampa con lentezza.

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