La valigia nell’ingresso

Il telefono della suocera squillò nel corridoio. Chiara era ferma accanto al trolley aperto, con una maglia di lana in mano, e sentiva ogni parola che Lucia diceva a sua sorella dall’altra parte del filo.

— No, no, deve restare qui. Non può mica andarsene con la scusa delle terme. Il tetto perde, lo sa benissimo. Se ne infischia, come sempre. Io da sola in questa cascina, con l’umido che mi entra nelle ossa. Adesso la faccio ragionare, vedrai.

Chiara rimase immobile. Le gocce battevano contro la porta-finestra della vecchia cucina in collina, in provincia di Verona. L’orologio a muro segnava le dieci e un quarto di un sabato mattina di ottobre. Sul tavolino, accanto al telefono, il gatto soriano di Lucia la fissava con gli occhi gialli, senza muovere un baffo. La stanza sapeva di caffè bruciato e detersivo per pavimenti.

Quella telefonata riavvolse tutto di colpo.

Tre anni prima, in un pomeriggio di aprile, suo marito Marco se n’era andato con la stagista ventiquattrenne dello studio contabile. Aveva lasciato a Chiara il finanziamento della Fiat Punto cointestato, la macchina che lui si era portato via e un foglietto attaccato al frigo con lo scotch: «Scusa, così è meglio per tutti.» Chiara aveva quarantadue anni, un lavoro da contabile in un’azienda di Brescia e la sensazione che il pavimento di casa le cedesse sotto i piedi.

Lucia, quella prima sera, le aveva detto al telefono: — Te l’avevo detto che mio figlio era irrequieto. E comunque, adesso che non hai più distrazioni, sabato puoi venire su a darmi una mano. Il cancello cigola e la pompa dell’acqua fa i capricci.

E Chiara c’era andata. Poi era andata anche il sabato dopo, e quello dopo ancora. Il cancello si era trasformato nelle persiane da carteggiare, le persiane nel muretto a secco da ricostruire, il muretto nella canna fumaria da pulire. Ogni fine settimana prendeva il regionale delle sette e venti, scendeva alla stazione di campagna e si faceva mezz’ora a piedi fino alla cascina, dove Lucia l’aspettava con un foglio di carta a quadretti pieno di lavori scritti con una grafia minuta e precisa.

— Mamma Lucia, perché non chiama un muratore? — aveva azzardato una domenica pomeriggio, mentre cercava di stringere un bullone arrugginito sotto il lavello.

— Un muratore? Con quello che costa? — aveva sbuffato la suocera, appoggiata al bastone. — E poi tu sei di famiglia. Non ti cascano mica le mani.

Le mani non le erano cascate. Però ogni lunedì mattina in ufficio apriva i faldoni con le dita indolenzite. Fu la sua collega Marta ad accorgersene.

— Chiara, quand’è stata l’ultima volta che hai fatto una vacanza? Una vera, dico, non con la carta vetrata in mano.

Chiara aveva aperto la bocca, poi l’aveva richiusa. Non se lo ricordava.

Così, quando a inizio ottobre il capo le aveva consegnato una busta con duemila euro di gratifica e le aveva detto: «Te li sei meritati», Marta aveva già aperto il sito di un’agenzia e girato lo schermo verso di lei.

«Terme di Sirmione, sette notti, vista lago, centro benessere incluso. 1800 euro. Guarda, c’è anche il percorso Kneipp e i fanghi. Con il premio ci stai dentro precisa.»

Chiara aveva fissato lo schermo. Le dita le prudivano, ma non per il lavoro. Era il formicolio di un desiderio dimenticato. Aveva chiamato l’agenzia prima ancora di finire il caffè.

La sera stessa, al telefono con Lucia, le aveva comunicato la notizia. La risposta era arrivata come un colpo secco.

— Le terme? Con il tetto che mi perde in veranda? Lo sai che quando piove forte l’acqua mi arriva quasi al divano? Ogni volta metto il secchio, ma non basta mai.

— Mamma Lucia, farò in modo che qualcuno venga a controllare prima di partire. Una settimana soltanto.

— Una settimana! — aveva ripetuto la suocera, con un tono che trasformava sette giorni in un abbandono definitivo.

Da quel momento, ogni sera, il telefono di Chiara squillava alle otto e mezza in punto. — Oggi pioveva in salotto. — La macchia sul soffitto si è allargata. — Il gatto ha paura dei tuoni. — Non mi sento tanto bene, ho un peso qui. — Certa gente pensa solo a godersela.

Chiara di notte si rigirava nel letto, il display del cellulare appoggiato sul comodino accanto alla stampa della prenotazione delle terme. A volte spegneva la suoneria, ma poi la riaccendeva, per il senso di colpa.

Il sabato della partenza, quello del trolley in corridoio, era salita alla cascina con l’idea di lasciare a Lucia la spesa per la settimana e un biglietto con il numero di un artigiano. Mentre entrava in cucina, aveva sentito la telefonata. Aveva posato il sacchetto della verdura e ascoltato, con le chiavi di casa ancora in mano.

Quando Lucia riattaccò e si voltò, la vide sulla soglia. Una piccola donna dagli occhiali spessi e la schiena curva, con una vestaglia di flanella grigia. La guardò senza parlare.

Chiara appoggiò la borsa e prese il cellulare. Cercò il numero della filiale di Verona e compose la chiamata.

— Vorrei chiudere il conto cointestato. Sì, quello acceso per i lavori di ristrutturazione della cascina. C’è anche la firma della signora Lucia. Bene, arrivo entro mezz’ora.

Lucia sbiancò. Le mani le tremarono sul piano del tavolo.

— Quale conto? Quello dove mettevi i tuoi risparmi? Cosa vuoi fare?

— Esatto.

Uscì sotto la pioggia senza rispondere. Il gatto saltò giù dalla sedia e corse in un’altra stanza. Chiara guidò fino alla banca, parcheggiò a pochi metri dall’ingresso e si presentò allo sportello con i documenti. L’impiegato le sorrise, ma lei non ricambiò. Chiese un assegno circolare per l’importo totale della sua parte: quattromilacinquecento euro. Il resto, centonove euro e ottanta centesimi, rimase sul conto a nome di Lucia.

Poi tornò alla cascina e trovò la porta ancora aperta. Entrò senza bussare e appoggiò sul tavolo della cucina una busta gialla, le chiavi del cancello e un foglietto piegato. La suocera era ancora seduta, con una tazzina di caffè freddo davanti. Aveva la faccia di chi sta per dire la cosa giusta al momento sbagliato.

— Non puoi—

— Posso, — la interruppe Chiara. — E l’ho fatto.

Prese il trolley che aspettava nell’ingresso e uscì. Sulla soglia si infilò il cappotto senza voltarsi. Sentì il miagolio del gatto dall’interno, poi un tonfo sordo: probabilmente la tazzina rovesciata.

Guidò fino alla stazione di Verona Porta Nuova, parcheggiò e salì sul treno per Desenzano. Si sedette accanto al finestrino. Il paesaggio era una distesa di vigneti bagnati, filari grigi e nebbia bassa. Appoggiò la testa allo schienale.

Sul cellulare arrivò un messaggio di Marta: «Allora, partita?»

Chiara scrisse «Sì.» e spense lo schermo. Aveva ancora nella tasca del giaccone il biglietto per le terme e l’assegno di quattromilacinquecento euro. Il lago apparve all’orizzonte, piatto, lucido, immobile. Per la prima volta dopo anni, il telefono smise di squillare.

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La valigia nell’ingresso