Quando ho perso mia nipote a diciassette anni, ho regalato il suo abito da cerimonia a una ragazza che non poteva permetterselo. La mattina della festa di fine anno, una limousine nera si è fermata davanti al mio cancello.
L’ho cresciuta io, Chiara, da quando mia sorella se n’era andata. Aveva tre anni e un caschetto biondo che sembrava zucchero filato. A diciassette era tutto quello che una zia potesse sperare: testarda il giusto, con quella mania di aggiustare le cose rotte — sveglie, giocattoli, persone. Voleva entrare a Ingegneria al Politecnico di Bari e aveva già calcolato i mezzi pubblici per arrivarci in ventidue minuti dal nostro appartamento in via Sparano.
Tre mesi prima dell’esame di maturità, un pomeriggio di febbraio, è caduta con la bicicletta sul lungomare. Un’auto in retromarcia da un parcheggio, un colpo secco alla tempia contro il cordolo. Non si è più rialzata.
Le settimane successive le ho passate seduta sul divano a fissare la porta della sua camera senza aprirla. Il caffè nella moka si bruciava ogni mattina, il campanello suonava e io non rispondevo. A metà maggio, l’armadio di Chiara era ancora pieno dei suoi vestiti. Avevo rimandato fino a quando non ho sentito per caso due signore al mercato del pesce parlare della figlia di una, ammessa alla Sapienza di Roma ma senza un euro per il vestito della festa.
Quella sera ho aperto l’armadio.
C’era l’abito che avevamo scelto insieme, un martedì di gennaio, dopo tre ore di negozi in via Argiro. Tessuto color pervinca, scollo a barchetta, una gonna che si allargava appena sotto il ginocchio. Lo avevamo pagato duecentosettanta euro, ricordo che Chiara aveva insistito per metterceli a metà con i soldi delle sue ripetizioni di matematica. L’ho staccato dalla gruccia e ho sentito l’odore del suo balsamo ai fiori di cotone, ancora lì, imprigionato tra le pieghe.
La ragazza si chiamava Sara. Sua madre faceva le pulizie in uno studio dentistico a Japigia, suo padre non c’era più. Quando le ho portato l’abito in una busta della Rinascente, è rimasta sulla soglia di casa con le mani ferme a mezz’aria. «Non posso accettarlo» ha detto. Poi ha appoggiato la stoffa contro la guancia e ha chiuso gli occhi.
La mattina del 23 giugno, il giorno della festa di fine anno, faceva già trentatré gradi alle otto. Gli oleandri del giardino condominiale erano pieni di fiori rosa, il gatto dei vicini dormiva sul cofano della Panda. Stavo innaffiando il basilico sul balcone quando ho sentito un clacson. Due colpi lunghi, decisi.
Mi sono sporta dalla ringhiera.
Una limousine nera — una di quelle che si affittano per i matrimoni, con i vetri scuri e la carrozzeria che sembrava uno specchio — bloccava l’ingresso del palazzo. L’autista è sceso, ha sistemato il berretto bianco, ha aperto la portiera posteriore. Sono scesa in strada ancora con le ciabatte e le mani sporche di terra.
Dentro la limousine c’era Sara.
Indossava l’abito color pervinca. Le stava perfetto, come se glielo avessero cucito addosso. Aveva raccolto i capelli in uno chignon basso, un filo di trucco sugli occhi. Il mento le tremava, le dita serrate sul bordo del sedile.
«Signora Elena» ha detto, e la voce le si è rotta a metà.
Poi mi ha teso una busta. Una di quelle marroncine, da ufficio, con il lato adesivo già consumato.
«Era di Chiara» ha detto. «L’ho trovata qui.»
Ho fissato la busta senza prenderla. L’autista era in piedi accanto alla portiera, con gli occhiali da sole tondi. Il gatto dei vicini miagolava dal cofano della Panda. Dalla finestra del primo piano il signor Giannini stava guardando la scena con il telecomando del televisore ancora in mano.
«Non capisco» ho detto.
«L’ho trovata nella fodera dell’abito.»
Nella fodera.
Sara ha infilato due dita nella manica sinistra e mi ha mostrato un piccolo strappo — il punto in cui il tessuto era stato separato dalla cucitura e poi rammendato a mano con filo azzurro, dello stesso identico colore. Un lavoro da certosino.
«L’ho sentito ieri sera mentre stiravo l’abito. C’era qualcosa di rigido sotto la stoffa. Ho pensato fosse un cartoncino per tenere la forma, invece…»
La busta mi è caduta prima che riuscissi ad afferrarla bene. L’ho raccolta da terra e l’ho aperta.
Dentro c’erano tre cose.
Un foglietto a righe strappato da un quaderno, piegato in quattro. Una catenina con un ciondolo a forma di stella marina — quella che sua madre le aveva regalato a otto anni e che Chiara non si toglieva mai. E la fototessera della sua prima carta d’identità, quella con il caschetto a zucchero filato e l’apparecchio che le copriva i denti, ma gli occhi che ridevano.
Ho aperto il foglietto. La grafia era sua: la «g» minuscola che diventava quasi una «y», la «a» finale che si trascinava in una specie di ricciolo.
«Ciao, sono Chiara. Se trovi questa busta vuol dire che l’abito ha trovato un’altra persona. Non so chi sei, ma se ne avevi bisogno, allora è proprio dove doveva essere. Spero che quando lo indossi, ti senta abbastanza forte da fare tre giri su te stessa, così la gonna si apre. È la parte più bella. Ah, la catenina è per te. La stella marina porta fortuna, me l’ha detto mia zia. Fidati.»
L’autista si è tolto il berretto e si è passato una mano sulla fronte. Il signor Giannini ha spento il televisore e ha chiuso le persiane.
Mi sono appoggiata allo sportello della limousine e ho riletto le ultime parole. «Me l’ha detto mia zia.» Non ricordavo di averglielo detto. Una frase buttata lì cinque anni prima, in una sera d’agosto sulla spiaggia di Polignano, mentre cercavamo stelle cadenti. Lei l’aveva tenuta. Me la stava restituendo ora, in via Sparano, con trentatré gradi e l’asfalto che tremava per il caldo.
Sara mi ha preso la mano. Sudava. Aveva il palmo caldo e le unghie smaltate di un rosa trasparente con una margheritina sull’anulare.
«Mi hanno presa alla Sapienza» ha detto. «Lettere classiche. Se non fosse stato per l’abito non avrei nemmeno fatto la festa. Non avevamo i soldi per niente, quell’estate. Mia madre aveva appena perso il lavoro, io stavo per rinunciare all’università. Poi è arrivata lei — cioè lei attraverso di lei. Insomma…»
Si è interrotta. Ha guardato il foglietto che tenevo in mano, poi ha aggiunto: «Sono venuta con la limousine perché ho pensato che Chiara meritasse un’entrata da regina, almeno una volta. Ho usato i soldi della borsa di studio che mi hanno appena assegnato per l’università. Volevo che vedesse. Volevo che vedeste voi due. È un modo stupido per dire grazie, lo so.»
Non era stupido. Era esattamente quello che Chiara avrebbe fatto.
L’autista mi ha offerto un fazzoletto di carta. L’ho preso senza dire niente. Sara si è scostata dal sedile e ha tirato fuori dalla borsa una bustina di plastica trasparente. Dentro c’erano due biglietti del treno per Roma.
«L’esame di ammissione è tra due settimane. Se vuole venire.»
Ho chinato il mento un’unica volta, stringendo il foglietto. Il gatto dei vicini è saltato giù dal cofano della Panda ed è sgusciato via. Dall’oleandro si è staccato un fiore rosa ed è caduto sul marciapiede, vicino alla mia ciabatta destra.
La limousine è ripartita con un ronzio basso. Io sono rimasta sul portone con il foglietto in mano e le ciabatte consumate, a guardare le macchie di sole che si spostavano sull’asfalto. Il fiore rosa è rimasto lì, con i petali che vibravano appena per il calore. Poi l’ho raccolto e me lo sono infilato nella tasca del grembiule.







