Elena, perché stai servendo ai tavoli?

Elena, perché stai servendo ai tavoli?

La voce di Vittoria attraversò il piccolo bar sul lungomare di Pesaro.

Elena si voltò con un vassoio in mano.

Per poco non fece cadere due cappuccini.

—Mamma?

Vittoria era venuta senza avvisare.

Sua figlia le aveva detto che quel fine settimana sarebbe rimasta a Bologna per preparare un esame.

Invece era lì.

Con un grembiule beige.

I capelli raccolti in fretta.

Le scarpe consumate.

E un sorriso che sua madre non vedeva da molto tempo.

Elena aveva ventitré anni.

Era cresciuta in una famiglia dove ogni problema trovava rapidamente una soluzione.

Il padre, Roberto, era un noto commercialista.

Vittoria aveva ereditato alcuni immobili e gestiva affitti turistici.

Elena non era viziata nel senso classico.

Non pretendeva.

Non faceva capricci.

Ma non aveva mai dovuto aspettare davvero qualcosa.

Quando voleva frequentare l’università a Bologna, i genitori avevano comprato un piccolo appartamento vicino al centro.

Quando aveva avuto bisogno di un’auto, Roberto gliene aveva lasciata una.

Ogni mese sul conto arrivava una somma più che sufficiente.

Poi, durante una cena, Elena sentì il padre dire a un amico:

—Per lei è tutto sistemato. Dopo la laurea entrerà nello studio con me.

Elena rimase in silenzio.

Ma quella parola la inseguì per settimane.

“Sistemato.”

Come se la sua vita fosse già stata chiusa dentro una cartellina.

Durante l’estate trovò lavoro in un bar gestito da una coppia, Carlo e Mirella.

Non disse nulla ai genitori.

All’inizio lavorava solo nei weekend.

Poi cominciò a fare più turni.

Imparò che il signor Umberto voleva il caffè bollente.

Che la signora Franca lasciava sempre cinquanta centesimi di mancia.

Che una cameriera esperta riusciva a capire da lontano quando un cliente stava per lamentarsi.

Un pomeriggio una bambina rovesciò una granita.

La madre, stanca e mortificata, iniziò a scusarsi.

Elena prese uno straccio.

—Succede. Gliene porto un’altra.

Quando tornò al bancone, Mirella le disse:

—Stai diventando brava.

Quelle tre parole le fecero più effetto di molti complimenti ricevuti in famiglia.

Perché quella volta nessuno era obbligato a dirglielo.

Quando Vittoria la scoprì, si sentì quasi tradita.

—Hai bisogno di soldi?

—No.

—Allora perché mi hai mentito?

Elena abbassò lo sguardo.

—Perché se te l’avessi detto, avresti cercato di convincermi a smettere.

—È un lavoro faticoso.

—Lo so.

—Hai l’università.

—Lo so.

—E allora?

Elena posò il vassoio.

—Mamma, per una volta volevo arrivare a casa stanca per qualcosa che avevo scelto io.

Vittoria rimase in silenzio.

Più tardi passeggiarono sul lungomare.

—Tuo padre ha lavorato tutta la vita perché tu non dovessi fare sacrifici —disse Vittoria.

—E io gliene sono grata.

Elena si fermò.

—Ma non voglio che i sacrifici che lui ha fatto diventino la vita che io devo vivere.

Quella sera Vittoria non raccontò subito nulla al marito.

Aspettò che fosse Elena a farlo.

La discussione fu lunga.

Roberto si sentì rifiutato.

Poi Elena gli disse:

—Papà, forse un giorno lavorerò con te. Ma voglio arrivarci sapendo che potrei anche scegliere altro.

A settembre Elena lasciò il bar.

Con i suoi primi risparmi pagò da sola un corso di gestione alberghiera.

Due anni dopo iniziò a lavorare in una piccola struttura indipendente nelle Marche.

Alla sua prima promozione, Vittoria le regalò un orologio.

Elena lo aprì e sorrise.

—È troppo.

—Lo so.

La madre riprese la scatola.

—Allora lo tengo io.

Scoppiarono entrambe a ridere.

Vittoria le consegnò invece una vecchia penna stilografica.

—Questa era di tua nonna. Tutto il resto te lo scegli da sola.

Elena infilò la penna nella borsa.

—Questo sì che è un regalo.

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MagistrUm
Elena, perché stai servendo ai tavoli?