Il pranzo che Teresa voleva rivivere

Quale giorno del passato vorreste rivivere senza cambiare nulla, ma soltanto per provare di nuovo tutte quelle emozioni?

Quando sua figlia le fece quella domanda, Teresa sorrise.

— La domenica del ventitré maggio.

— Che cosa accadde quel giorno?

— Assolutamente niente.

Teresa aveva settantaquattro anni e viveva in un appartamento alla periferia di Bologna. Suo marito Carlo era morto da cinque anni, ma le sue pantofole erano ancora accanto al letto.

Il ventitré maggio di cui parlava era stata una domenica normale.

Carlo si era alzato presto ed era andato al mercato. Era tornato con pomodori, basilico, pane fresco e un mazzo di peonie troppo grande per il loro piccolo vaso.

— Hai speso di nuovo soldi inutilmente — lo aveva rimproverato Teresa.

— I fiori non sono mai inutili.

A mezzogiorno erano arrivati la figlia Francesca, il genero e i due nipoti. Carlo aveva preparato le tagliatelle al ragù, anche se aveva lasciato la cucina in condizioni disastrose.

Teresa brontolava mentre puliva.

— Un uomo della tua età dovrebbe sapere che il mestolo non va appoggiato sul tavolo.

— Un uomo della mia età dovrebbe essere ringraziato per aver cucinato.

Avevano riso.

Durante il pranzo, il nipote più piccolo aveva rovesciato l’acqua. Francesca aveva raccontato di un problema al lavoro. Carlo aveva mangiato due porzioni di dolce nonostante il medico gli avesse detto di stare attento.

Nulla di straordinario.

Alla fine del pomeriggio, mentre tutti si preparavano ad andare via, Carlo aveva acceso una vecchia canzone di Domenico Modugno.

— Balliamo?

— Con queste ginocchia?

— Non dobbiamo mica vincere una gara.

Avevano ballato lentamente tra il tavolo e il frigorifero. I nipoti ridevano e battevano le mani.

Tre giorni dopo, Carlo aveva avuto un’emorragia cerebrale.

Non aveva più ripreso conoscenza.

Da allora Teresa aveva continuato a vivere, ma le domeniche erano diventate troppo silenziose. Preparava ancora il ragù, però in una pentola piccola. Comprava due panini e poi si ricordava che ne bastava uno.

— Non vorresti tornare al vostro matrimonio? — le chiese Francesca.

— No. Al matrimonio eravamo giovani e pensavamo che la felicità dovesse essere qualcosa di grandioso. Quel giorno, invece, avevamo già capito tutto.

— Che cosa avevate capito?

Teresa guardò le pantofole di Carlo.

— Che la felicità è qualcuno che sporca la cucina, compra troppi fiori e ti chiede di ballare quando ti fanno male le ginocchia.

La domenica seguente Francesca arrivò con i figli, le tagliatelle e un mazzo di peonie.

— Oggi cuciniamo qui.

Dopo pranzo, il nipote maggiore mise la stessa vecchia canzone.

— Nonna, balliamo?

Teresa si alzò lentamente.

Mentre stringeva le mani del ragazzo, le sembrò per un istante che Carlo fosse ancora lì, appoggiato alla porta della cucina con il suo sorriso ironico.

Non era possibile rivivere il passato.

Ma forse l’amore lasciato da chi non c’è più continua a vivere ogni volta che ripetiamo un gesto, una ricetta, una canzone.

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