Ogni sera alle otto, Teresa abbassava il volume della televisione.
Poi guardava il telefono.
Aveva 76 anni e viveva in un piccolo appartamento a Bari, non lontano dal lungomare.
Suo marito Antonio era morto tre anni prima.
La figlia Francesca viveva a Milano.
Il figlio Marco lavorava a Bologna.
— Mamma, devi capire che abbiamo una vita piena — le diceva spesso Marco.
Teresa capiva.
Aveva cresciuto due figli lavorando per trent’anni in una mensa scolastica.
Sapeva cosa significava essere stanchi.
Per questo non pretendeva nulla.
Ma aspettava.
Una sera Francesca le telefonò mentre guidava.
— Mamma, tutto bene?
— Tutto bene.
— Hai mangiato?
— Sì.
— Perfetto. Ti richiamo nel fine settimana.
La conversazione durò quarantasette secondi.
Eppure Teresa sorrise per tutta la sera.
Qualche mese dopo, Francesca venne a Bari per il compleanno della madre.
Mentre cercava una tovaglia in un cassetto, trovò un vecchio calendario.
Su quasi ogni giorno c’erano piccoli segni a penna.
„F — 3 min.”
„M — 6 min.”
„Nessuna chiamata.”
„Nessuna chiamata.”
Francesca rimase immobile.
— Mamma… cos’è questo?
Teresa arrossì come una bambina sorpresa a fare qualcosa di sbagliato.
— Niente.
— Segnavi quando ti telefonavamo?
La madre abbassò gli occhi.
— Quando si vive soli, una telefonata può essere la cosa più bella della giornata.
Francesca sentì un nodo alla gola.
Aveva sempre pensato che chiamare ogni giorno fosse un obbligo esagerato.
Quella sera capì la differenza.
Una chiamata fatta per dovere pesa.
Una chiamata fatta con amore può salvare una giornata intera.
Prima di ripartire per Milano abbracciò sua madre a lungo.
Da allora non chiamava sempre alla stessa ora.
A volte al mattino.
A volte durante la pausa pranzo.
A volte soltanto per dire:
— Mamma, ho due minuti. Raccontami qualcosa.
E Teresa aveva sempre qualcosa da raccontare.
Una breve telefonata ogni giorno è un gesto d’affetto oppure una pretesa eccessiva nei confronti dei figli adulti? 📞 Voi cosa ne pensate?



