—Anna, perché sei qui?
Lei indicò la casa dall’altra parte della strada.
—Lorenzo mi ha detto che non posso più entrare.
Carlo rimase immobile.
Vivevano in una cittadina vicino a Parma.
La casa era stata acquistata trentacinque anni prima, quando Carlo guidava gli autobus e Anna lavorava nella mensa di una scuola.
Avevano rinunciato a vacanze, cambiato auto solo quando necessario e fatto ogni lavoro un pezzo alla volta.
Il figlio Lorenzo aveva trentanove anni.
Era sposato con Giada e lavorava come consulente finanziario.
Da qualche anno parlava continuamente di successioni.
—Bisogna organizzare il patrimonio.
—Meglio sistemare tutto prima.
—Così si evitano problemi.
Carlo pensava fosse deformazione professionale.
Poi Lorenzo cominciò a chiedere documenti.
Visure.
Contratti.
Vecchi atti notarili.
Quella mattina era arrivato con una cartellina.
Aveva detto alla madre:
—Papà vuole intestarmi la casa.
Anna aveva risposto:
—Tuo padre non mi ha detto niente.
—Perché sa che ti agiti.
Le chiese di firmare.
Lei rifiutò.
Lorenzo perse la calma.
—Prima o poi sarà mia comunque.
Poi commise l’errore peggiore.
Le disse:
—Forse è meglio che tu vada da zia Franca per qualche giorno.
Carlo ascoltò tutto.
—Torniamo dentro.
Lorenzo era ancora in cucina.
—Papà, dobbiamo essere razionali.
—Sono razionalissimo.
Carlo aprì un cassetto e prese una busta.
Dentro c’era la documentazione di una donazione.
Ma non quella che Lorenzo immaginava.
Tre anni prima Anna aveva scoperto che la piccola scuola materna del quartiere rischiava di chiudere.
L’edificio apparteneva a una cooperativa indebitata.
Carlo e Anna avevano usato parte dei risparmi per acquistare l’immobile e concederlo in uso gratuito alla scuola.
Per farlo avevano rinunciato all’idea di lasciare grandi somme al figlio.
—Avete speso i soldi per una scuola? —chiese Lorenzo incredulo.
Anna annuì.
—Ci vanno quarantadue bambini.
—Ma io sono vostro figlio!
Carlo lo guardò.
—Proprio per questo pensavamo di averti già dato ciò che serviva per diventare un uomo capace di stare in piedi da solo.
Lorenzo indicò la casa.
—E questa?
—Resta nostra.
—E dopo?
Carlo sospirò.
—Dopo oggi, non lo so più.
Quella risposta fece più male di un urlo.
Lorenzo se ne andò.
Per mesi parlò con i genitori solo attraverso messaggi brevi.
Poi, un pomeriggio, Anna andò alla festa della scuola materna.
Vide Lorenzo vicino al cancello.
Stava aiutando a montare alcuni tavoli.
—Che ci fai qui?
Lui si asciugò le mani.
—Giada lavora con una mamma della scuola. Mi ha raccontato perché questo posto è rimasto aperto.
Anna aspettò.
—Non sapevo niente.
—Non avevi mai chiesto.
Lorenzo abbassò la testa.
Poi indicò un tavolino rotto.
—Papà ha ancora gli attrezzi?
Anna quasi sorrise.
—Certo.
—Posso prenderli?
—Chiediglielo tu.
Quella sera Lorenzo suonò alla porta dei genitori.
Carlo aprì.
Nessuno dei due parlò per qualche secondo.
—Mi servirebbe il trapano.
Carlo sollevò un sopracciglio.
—Per cosa?
—Per sistemare dei tavoli.
—Quanto ti pagano?
Lorenzo scosse la testa.
—Niente.
Carlo rimase in silenzio.
Poi aprì completamente la porta.
—Il trapano è in garage.
Lorenzo fece un passo.
—Papà…
—Prima i tavoli.
Non era ancora perdono.
Ma finalmente era qualcosa che non si poteva comprare, vendere o mettere in un testamento.







