Mio figlio aveva già scelto la casa di riposo, venduto alcuni dei miei mobili online e fissato l’appuntamento con un agente immobiliare. Io non sapevo nulla. L’ho scoperto quando una sconosciuta mi ha telefonato chiedendomi a che ora poteva venire a vedere “l’appartamento in vendita”.
Mi chiamo Ada Bellini, ho settantatré anni e vivo a Parma.
Per quasi quarant’anni ho lavorato in una piccola lavanderia.
Mio marito Carlo faceva il cuoco.
Non abbiamo mai avuto molto denaro, ma in casa nostra c’era sempre qualcuno a tavola.
Soprattutto nostro figlio, Matteo.
Matteo era bravo in cucina come suo padre.
A trent’anni decise di aprire una trattoria.
Aveva entusiasmo.
Ricette.
E praticamente nessun capitale.
Carlo ed io lo aiutammo.
Non glielo facemmo mai pesare.
Anzi, per anni raccontammo a tutti con orgoglio:
—Quella trattoria è il sogno di nostro figlio.
Quando Carlo morì, Matteo cominciò a preoccuparsi molto per me.
All’inizio mi faceva piacere.
Poi la preoccupazione diventò controllo.
—Mamma, non guidare di sera.
—Mamma, non salire sulla scala.
—Mamma, perché non rispondi subito al telefono?
Fino al giorno in cui una donna mi chiamò.
—Buongiorno, signora Bellini. Chiamo per l’appartamento.
—Quale appartamento?
—Il suo, in via…
Pronunciò il mio indirizzo.
Mi sedetti.
Quella sera Matteo arrivò dopo la chiusura della trattoria.
Non negò.
—Volevo dirtelo con calma.
—Che cosa?
—Che è arrivato il momento di pensare seriamente al futuro.
Il “futuro”, secondo lui, era una casa di riposo fuori città.
La più economica che aveva trovato.
—È dignitosa, mamma.
—L’hai vista?
—Sì.
—Senza di me.
Matteo sospirò.
—Sapevo che avresti detto di no a tutto.
Poi arrivò la verità.
Voleva vendere il mio appartamento.
Con una parte del denaro avrebbe pagato la struttura.
Il resto, secondo lui, sarebbe stato “inutile lasciarlo fermo”.
Aveva bisogno di ristrutturare la trattoria.
Rifare la cucina.
Aggiungere tavoli all’esterno.
—Tanto un giorno sarebbe comunque rimasto a me.
Sentii qualcosa chiudersi dentro di me.
Non rabbia.
Piuttosto una porta.
—Aspettami qui.
Andai in camera.
Sotto una pila di vecchie tovaglie c’era una cartellina color vino.
La portai in cucina.
—Sai chi è il proprietario dei muri della trattoria?
Matteo mi guardò come si guarda qualcuno che sta facendo una domanda assurda.
—Io.
—No.
Aprii la cartellina.
Quando lui aveva iniziato, il locale era stato acquistato da Carlo e da me.
Matteo aveva aperto l’attività.
Ma l’immobile era rimasto nostro.
Dopo la morte di Carlo, la proprietà era passata interamente a me.
Matteo non pagava affitto da anni.
Solo le spese.
—Papà aveva detto che un giorno…
—Un giorno non è oggi.
Lui restò con i documenti in mano.
—Mi stai ricattando?
—No.
Mi sedetti.
—Ti sto facendo la stessa domanda che avresti dovuto fare a me.
—Quale?
—Posso decidere io del posto in cui vivi?
Matteo non rispose.
—Posso vendere il locale perché penso che per te sia più sensato lavorare da un’altra parte?
—Non è la stessa cosa.
—Per chi decide, non lo è mai.
Quella sera se ne andò arrabbiato.
L’agente immobiliare ricevette una telefonata il mattino dopo.
Da me.
Gli spiegai che l’appartamento non era in vendita.
Poi feci togliere anche i miei mobili dagli annunci.
Sì.
Matteo ne aveva già messi due online.
Una credenza e il tavolo della sala.
Quello dove suo padre impastava gli gnocchi la domenica.
Fu forse quella la cosa che mi ferì di più.
Passarono tre settimane.
Poi Matteo tornò.
Aveva una busta.
Pensai fossero altri documenti.
Invece c’era dentro una stampa.
Aveva cancellato il progetto della seconda sala.
Avrebbe fatto i lavori poco alla volta.
Con i suoi soldi.
—E la casa di riposo?
—Non ne parliamo più.
—Ne parleremo quando sarò io a volerlo.
Annuì.
Da quel mese cominciò anche a pagarmi un affitto regolare per il locale.
Non enorme.
Ma corretto.
Con quei soldi mi presi una persona che mi aiutava in casa e, per la prima volta dopo la morte di Carlo, feci un viaggio con mia sorella.
Tre giorni sul lago di Garda.
Quando tornai, Matteo mi invitò a cena in trattoria.
Aveva rimesso nel menu gli gnocchi di suo padre.
Alla fine mi accompagnò fuori.
—Mamma, posso chiederti una cosa?
—Finalmente hai imparato a chiedere.
Abbassò la testa e sorrise.
—Posso tenere ancora per molti anni la trattoria?
Lo guardai.
—Finché mi porterai rispetto insieme all’affitto.
Rise.
Poi mi abbracciò.
E quella sera, tornando a casa, pensai che a volte una famiglia non si rompe quando qualcuno mette un limite.
A volte è proprio lì che ricomincia.







