Alla mia età, con un ex marito che ti ha già fatto vedere l'inferno, certe cose le annusi da lontano. Eravamo in cucina, a casa mia. Io stavo pelando patate per cena, buttavo la buccia nel lavello. Lui era appoggiato allo stipite della porta, con quella faccia scura che avevo già imparato a riconoscere.
«Senti, Anna,» ha esordito col tono di chi non ammette repliche. «Ho deciso. Riccardo ha chiuso con quella coinquilina pazza. Sabato si trasferisce da noi.»
«Da noi?» ho appoggiato il pelapatate. «E dove lo mettiamo? Abbiamo solo la camera degli ospiti, e quella la usa Chiara quando torna dall’università.»
«Ma figurati, Chiara sta a Pisa, torna due weekend all’anno. La stanza è vuota. E comunque,» ha alzato una mano per fermarmi, «è mio figlio, Anna. Avrà pure il diritto di stare con suo padre.»
Eravamo a casa mia già da quasi due anni. Appartamento a due passi da San Frediano, a Firenze. Libri dappertutto, pavimenti in cotto, travi a vista. L’aveva comprato mio padre quarant’anni fa, e da quando se n’era andato era rimasto tutto a me. Ci ero rimasta sola dopo il divorzio da Luca, quel disastro. Sette anni di pace. Poi mi ero fatta convincere da Matilde, la mia amica che ha la bancarella dei fiori al mercato di Sant’Ambrogio.
«Anna, ti stai seppellendo viva in questo posto,» mi diceva. «Guarda Matteo. Viene sempre a prendere il pane quando ci sei tu. È tornato scapolo, lavora come un mulo, e ogni volta che passi arrossisce come un ragazzino. Non lo vedi?»
Matteo. Il compagno di scuola che in quinta elementare mi tirava le trecce, mi chiamava «topolino» e mi rubava la merenda. Lo incrociavo da mesi, sempre lì davanti alla vetrina. Lui portava il camion per una ditta di trasporti, scaricava merce, e nella pausa passava a comprare una focaccia nel minimarket accanto alla mia libreria. Aveva lo sguardo buono, le spalle larghe, le mani da meccanico. E mi faceva ridere. Mi raccontava delle sue notti in autostrada, dei caselli, dei caffè alle tre del mattino. Io, dopo l’inferno che avevo passato con Luca, avevo giurato: mai più. Mai più un uomo in casa mia.
Ci aveva messo un anno, Matteo. Un anno a convincermi. Niente pressioni, niente scenate. Solo lui che mi aspettava alla chiusura, col motorino, qualunque tempo facesse. Alla fine mi ero sciolta. Sembrava diverso. Sembrava buono. Quando mi aveva chiesto di sposarlo, con un anellino semplice comprato da un artigiano sul Ponte Vecchio, avevo detto sì senza pensarci troppo. Mi sentivo, per la prima volta dopo anni, fortunata.
Ma quel sabato, la bomba. Riccardo, il figlio di primo letto di Matteo, ventisei anni, laurea triennale abbandonata e ore di sonno accumulate, si presentò con due trolley che puzzavano di moquette umida e fumo.
Mi occupai di tutto. Cambiai le lenzuola nella stanza degli ospiti, lucidai i mobili. «Benvenuto,» dissi con un sorriso tirato.
Lui si accasciò sul divano bianco, senza nemmeno togliersi gli anfibi. Appoggiò le suole di gomma nera sulla stoffa chiara. Non disse una parola. Solo un grugnito.
In tre giorni il mio salotto, il mio rifugio dove Chiara e io guardavamo i vecchi film di Fellini sotto il plaid, era diventato una succursale dell’autogrill. Piatti sporchi incrostati di sugo sotto i cuscini. Tazzine del caffè usate come posacenere. La doccia del bagno grande che sgocciolava per ore, con un tappeto di asciugamani zuppi ammucchiati sul pavimento di marmo.
E la notte, lui mangiava. Alle due, alle tre. Sparivano le provviste, spariva il parmigiano che compravo ogni sabato al mercato, spariva persino il prosciutto di Cinta Senese che tenevo per Natale.
Dopo dieci giorni non ce la facevo più. Aspettai che Matteo tornasse dal turno di notte. Era quasi l’una. Stava scaldando il ragù avanzato, appoggiato al bancone della cucina con aria stanca.
«Matteo, dobbiamo parlare di tuo figlio.»
«Ancora?» non si voltò. Mescolava il sugo col cucchiaio di legno.
«Sì, ancora. Non sono la colf. Non ho aperto un ristorante. Quello lì non muove un dito. Ha passato il pomeriggio a guardare video sul telefono mentre io pulivo il bagno dopo la sua doccia. Ho trovato le mutande dietro la lavatrice. Dietro!»
«È un ragazzo in difficoltà. Sua madre lo ha praticamente messo in mezzo a una strada col nuovo compagno. Non ho potuto dire di no. Non sono mica un mostro.»
Si girò finalmente. Aveva gli occhi rossi, segnati. In fondo mi faceva anche pena.
«Non ti sto chiedendo di sbatterlo fuori. Ti sto chiedendo di fargli capire che questa non è una pensione gratuita. Che deve rispettare la casa. La mia casa.»
Fece un gesto vago con la mano, come a dire «lascia perdere». E io lasciai perdere. Per le due settimane successive, tornai a rimettere le cose a posto in silenzio. Fino al giorno in cui arrivò la bolletta della luce. Il doppio del solito. Aprii la cartella, la rilessi, poi chiamai Chiara in videochiamata per sfogarmi, ma lei non rispose. Era impegnata con gli esami. E io ero sola in quel caos, con l’agenda piena di ordini arretrati dei clienti e la libreria che traballava.
La sera dopo, a cena, provai a riparlarne. Con calma.
«Matteo, Riccardo potrebbe almeno darsi da fare. Non so, magari dare una mano in libreria. Scaricare gli scatoloni. O cercare un impiego. Non pretendo chissà cosa, ma almeno…»
«Ma insomma!» sbottò lui, piantando le posate nel piatto. «Lo capisci che è mio figlio?! Non posso metterlo in strada! Non ci arrivi?!»
«Non ho detto di metterlo in strada! Dico solo che ha ventisei anni, non sedici!»
Lui sbatté la mano contro il tavolo. La bottiglia d’acqua oscillò. «Basta! Basta con questa storia! Non se ne parla più!»
Guardai la sua mano. Le nocche segnate. E poi guardai i suoi occhi. C’era qualcosa di cupo. Un lampo che avevo già visto, anni prima, negli occhi di un altro uomo.
«E se non mi andasse bene?» chiesi, molto piano. «Se proprio non riuscissi a sopportarlo?»
Matteo si alzò. Si appoggiò alla credenza, a braccia conserte. Inspirò forte. Poi lo disse. La frase che aspettavo da anni e che era rimasta sepolta lì sotto.
«Sai una cosa? Te lo sei dimenticato, eh? Io per te ho venduto tutto quello che avevo. Tutto. Quando mi hanno pignorato lo stipendio per gli alimenti arretrati a mia moglie, ho preso quel poco che mi restava della liquidazione e li ho messi nella tua libreria. Ci ho sistemato l’impianto elettrico. La caldaia nuova. Quei soldi sono finiti lì. E tu ora vieni a farmi la predica su mio figlio? Tu mi devi rispetto. E gratitudine.»
Mi si gelò il sangue. Poi, dopo un attimo di vertigine, scoppiai a ridere. Amaro, isterico, quasi.
«Senti, Matteo,» mi alzai anch’io, gambe che tremavano ma voce ferma. «A me vuoi raccontare queste cose? La caldaia nuova l’ho pagata con la svendita della biblioteca di mio padre. Ho io i bonifici. E per la libreria, ho firmato cambiali per cinque anni. Lo sai cosa hai comprato, tu? Un paio di mensole di Ikea e il caffè per gli operai. Ti faceva sentire in dovere di contribuire? Benissimo. Ma non mi devi confondere con la banca che ti tira fuori dai guai con tua ex moglie.»
Lui sbiancò. Aprì la bocca per dire qualcosa, ma lo fermai.
«E comunque, anche se fosse vero, anche se tu avessi speso davvero diecimila euro per questa casa, non sarebbe mai un assegno per comprare il mio silenzio. Mai.»
«Adesso stai esagerando,» sibilò. «Io ti ho dato tutto, tutto! Non farmi arrabbiare più di così, Anna.»
E poi lo fece. Alzò il pugno e lo sbatté con tutta la sua forza sul tavolo di legno massiccio. La ciotola con l’insalata sobbalzò, cadde di lato, l’olio si sparse sulla tovaglia di lino bianco, quella che avevo comprato a un mercatino ad Arezzo.
Il rumore del colpo riecheggiò per tutto il corridoio. Nel silenzio irreale che seguì, sentii Riccardo, dalla sua stanza, che spostava lo schermo del cellulare e borbottava: «Papà, che cavolo fai?».
Io non mi mossi. Guardai la tovaglia sporca. Guardai la mano di Matteo. Per un attimo, solo per un attimo, vidi la mano di Luca. Per un attimo sentii di nuovo l’odore del cognac e della cenere, sentii il dolore sordo alla nuca contro il muro del corridoio.
«Matteo…» la mia voce era gelida. «Stavi forse per colpire me? O il tavolo ti ha fatto qualcosa?»
«Non… non volevo. Insomma, Anna, perdonami.» mormorò, scioccato forse anche lui dalla sua stessa violenza. «È il lavoro… i turni… e tu mi stai mettendo alle strette in casa mia.»
«In casa tua?» scossi la testa. «Questo è il punto. Tu non hai capito niente di me.»
Mi girai e andai dritta in camera da letto. Lui mi seguì. Provava a prendermi per un braccio. «Anna, aspetta. Andiamo di là. Parliamo. Dove vai?»
Andai al comò. Aprii il cassetto in alto, quello dove tenevo i documenti. Tirai fuori una cartellina di plastica gialla, la stessa che avevo preparato con l’avvocato per il divorzio da Luca.
«Vado a fare una telefonata,» dissi, infilandomi la giacca di jeans. «Devo avvisare l’avvocato.»
«Quale avvocato? Ma sei impazzita? Per un colpo al tavolo?»
«Ma no. Per la richiesta di separazione. Il colpo al tavolo è solo la ciliegina. Il resto è tutto il debito che pensavi di farmi pagare al posto tuo.»
Uscii di casa sbattendo la porta. Non corsi. Camminai svelta verso piazza del Carmine. Avevo bisogno di aria. Di facce sconosciute. Comprai una bottiglietta d’acqua in un bar. Rimasi seduta sui gradini di una chiesa per quasi un’ora, a fissare le luci che si riflettevano sull’Arno. Ripensai a tutto. A mia madre, che prima di morire mi aveva detto: «Anna, sei più forte di quello che credi». A mia figlia, che Matteo lo aveva sempre guardato con sospetto e non aveva mai portato amici in casa quando c’era lui. A me. Alla me stessa che aveva già ricostruito tutto una volta, mattone su mattone, da sola.
Tornai a casa che era quasi mezzanotte. In salotto c’era ancora la luce accesa. Lui era sul divano, Riccardo era lì in piedi. Non avevano preparato niente. Forse pensavano che mi sarei calmata, che tutto sarebbe tornato come prima.
Mi fermai al centro della stanza.
«Bene. Non vi siete mossi. Allora lo dico io. Riccardo, per domani mattina fai le valigie. Puoi tornare da tua madre o cercare un divano da un amico, non mi riguarda. E tu, Matteo, prendi quello che hai portato. Perché questo è il giro di boa. Non ci torno più indietro.»
Lui cercò di cambiar tattica. Gli si riempirono gli occhi di lacrime. Cosa che non avevo mai visto.
«Anna, ti prego… ma come faccio? Dove vado? Ho sbagliato, è vero, sono stato una bestia. Ma Riccardo non c’entra. Partirà, ecco, lo metto sul pullman per Milano. Rimarremo io e te. Da soli. Ricominceremo… io ti amo, Anna. Ti amo.»
«No, Matteo. Non mi ami. Ami la sicurezza di questa casa. Ami che io ti risolva i problemi con tua ex moglie. Ami trovare la tavola apparecchiata. Ma come fai ad amarmi se non sai nemmeno cosa ho passato, prima di te?»
E lo disse. Urlò quasi. «Ma cosa ti ho fatto?! Non ti ho mai messo un dito addosso, io!»
«Stasera hai alzato il pugno. Domenica prossima non parlerò più con la porta chiusa a chiave, ma dall’ospedale. Conosco il copione. L’ho già recitato. Non ho bisogno del bis.»
Intervenne Riccardo. Sbadigliò, con aria scocciata: «Papà, ma insomma, muoviti. Prendi le tue cose che ce ne andiamo. Non la vedi che è isterica?».
Matteo lo guardò. Guardò me. Poi, con una rabbia improvvisa, cominciò a riempire una borsa di tela. Buttava dentro magliette, cavi del telefono, un caricatore. Riccardo richiuse i trolley trascinandoli per il corridoio, graffiando il cotto.
Restai sulla porta, a braccia conserte. In silenzio. Loro uscirono nel vano scale. Matteo esitò un istante. In fondo agli scalini, si voltò.
«Chiamami quando ti sarai calmata. Quando sarai più ragionevole.»
«Non ti preoccupare. Non ti chiamo.»
Chiusi la porta. Poi, con tutta la calma di cui ero capace, girai la chiave nella serratura. Subito dopo, feci scattare anche il paletto inferiore, quello che Matteo non aveva mai saputo aprire.
Dormii per la prima volta, dopo settimane, senza incubi.
La mattina dopo chiamai mio cugino, quello che fa il fabbro, e cambiai la serratura. Poi chiamai l’avvocato. Matteo provò a farsi vivo per mesi. Si presentò in libreria, con un mazzo di rose gialle comprate da Matilde, ignara. Le lasciai sul bancone, senza acqua, mentre servivo una cliente che cercava un vecchio libro di cucina toscana. Quando appassirono, le buttai.
Al processo per la separazione cercò di tirare fuori la storia dei soldi della caldaia. Ma il giudice volle vedere gli estratti conto. Uscì fuori tutto. Non solo non aveva messo un euro, ma aveva ancora una montagna di arretrati di alimenti da pagare. Ci misi pochissimo a ottenere tutto.
Ora la libreria va bene. Ho tolto la parete in fondo, ho aperto una piccola caffetteria con due tavolini. Chiara sta finendo la specialistica e il suo ragazzo, un dottorando in lettere antiche con gli occhiali spessi, mi aiuta con gli scatoloni pesanti. Mi ha già chiesto se per il matrimonio possiamo usare il giardino della casa di campagna della nonna. Quella che avevo tenuto stretta.
Matteo? L’ho incrociato una volta in autostrada, a un casello. Lui era sul camion. Io ero in macchina con Chiara. Non mi ha visto. Forse non mi ha riconosciuta.
La domenica mattina, adesso, mi alzo presto, vado al mercato, compro le zucchine fresche e i fiori, torno a casa, e cucino per le persone che ho scelto. Non devo più pulire piatti di nessuno, non devo più giustificare spese, non devo più sorridere quando dentro vorrei solo urlare. Mi siedo al tavolo di legno massiccio, passo la mano sulla tovaglia nuova, e mi verso il caffè. Mi guardo intorno. Il silenzio è pulito. È mio.







